Archivio mensile:marzo 2017

Andrea Cefaly senior, fra Pittura e Politica.

Quando il ritrovamento storico di un collezionista di professione può illuminare un periodo famoso ma non abbastanza conosciuto dagli storici, nonché lontano nel tempo. È il caso del collezionista di Catanzaro Tommasino Papaluca, il quale, con tre fra lettere e cartoline ritrovate e risalenti al periodo di tempo fra il 1882 e il 1917, porta una nuova luce storica sulla dinastia dei Cefaly. Andrea Cefaly senior e l’omonimo nipote sono fra i pittori calabresi più famosi e più studiati della storia dell’arte italiana. Di Andrea Cefaly senior (1827-1907), pittore ottocentesco di scuola napoletana e di stampo impressionista, un’opera è conservata addirittura al Museo del Louvre di Parigi, nel luogo in cui è custodita la Gioconda, il leggendario dipinto di Leonardo da Vinci la cui genesi e i cui misteri (tanti) sono conosciuti in tutto il Pianeta. Al Louvre si può ammirare Minosse e la Traviata, opera più conosciuta come La Tradita. Ma tante altre opere di Cefaly senior, dopo essere state conservate per anni nelle ex polverose stanze del Museo Provinciale di Catanzaro, in Villa Margherita, oggi ritrovano nuova luce nelle ampie sale del MARCA. L’elenco è lungo, ma sono opere che richiedono una visita: La battaglia di Benevento e La battaglia di Legnano sono opere imperdibili e di grandi dimensioni e meritano una menzione anche La barca di Caronte, Episodio garibaldino, Autoritratto, Nevicata, Il cavadenti, Morte di Raffaello, Tramonto, Famiglia in terrazza, La moglie in giardino, Donna albanese con capra, La Madonna dell’Uva, Terrazza a Sorrento, Incendio di Roma, Progresso in America, Bivacco di garibaldini, La scuola obbligatoria, Caino, Piccarda Donati. O anche il ritratto del compositore Saverio Mercadante conservato nel Museo di San Martino a Napoli.

Riguardo all’importante lettere ritrovata e in possesso di Papaluca, collezionista appassionato ed esperto, bisogna fare alcune precisazioni che ne possono delineare la genesi. Andrea Cefaly senior, che fu uno dei Mille di Garibaldi, con cui rimase fino alla vittoriosa e decisiva Battaglia del Volturno contro i borbonici, fu deputato repubblicano in due legislature del Regno d’Italia, entrambe all’opposizione, nei periodi in cui era al Governo la Destra Storica di Agostino Depretis. La lettera di cui è in possesso Papaluca, partita da Cortale il 31 marzo 1882 e diretta a Nicastro, scritta con grafia ottocentesca e perciò in alcuni punti non facilmente decifrabile, anche a causa dell’inchiostro molto tenue, e si riferisce ad alcuni contatti elettorali in prossimità alle elezioni del 29 ottobre 1882, seconda in cui Cefaly fu eletto.
Per quanto di non facile leggibilità, è un documento di notevole interesse storico ma soprattutto politico, che consente di osservare dall’interno e sul lato “privato” le dinamiche elettorali dell’epoca, oltre a consentire un affiancamento fra le memorie del Cefaly pittore e del Cefaly deputato.
Un pezzo di grosso interesse storico, certamente da analizzare e approfondire, ad opera degli studiosi specializzati nei due campi di analisi.

AURELIO FULCINITI

In copertina: Andrea Cefaly senior, “Paolo e Francesca”, Museo MARCA, Catanzaro.

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Il miracolo che durò per un solo istante.

“Questa città ha accolto – o più spesso rannicchiato, per nasconderli più che per renderli presenti – tanti personaggi straordinari per un verso o per l’altro. Tante persone da raccontare, ma al tempo stesso convinte di non aver fatto nulla di eccezionale nella loro vita, quando invece semmai era vero il contrario. Ma anche tanti personaggi vissuti come un fastidio, polemici, senza padroni, e per questo discussi aspramente da vivi e anche da morti. Personaggi “scomodi”, ma che conosciuti bene rivelano un’anima ma soprattutto un bagaglio di esperienze straordinario, da loro stessi nascosto per timore che non venisse compreso al pari della loro personalità.
Dovete scusarmi se espongo la storia che seguirà tra breve in prima persona. Nel giornalismo non bisogna mai narrare in prima persona: lo “scrivere per gli altri” impone di mettere da parte l’ego e ogni residua, per quanto impercettibile traccia di protagonismo. Io per una volta infrango questa regola, per dire che non avrei mai immaginato, avuta l’idea – poi realizzata – di raccontare in un libro la storia di Saverio Abiuso, di sentirmi dire da persone sostengono di averlo conosciuto bene delle frasi del genere: “Lo sapevamo bene chi era: una spia, un bugiardo”.
Io l’ho conosciuto bene. Per cinque anni. L’ho apprezzato per il coraggio nel vivere una vita di disagi e per il suo orgoglio incrollabile, quello che gli impediva di arrendersi e di dar retta alle chiacchiere degli altri. Profondamente religioso, elegante, costretto a reggersi sulle stampelle fin dalla più tenera età a causa di tante e svariate malattie, ha percorso con fatica e ogni giorno corso Mazzini per più almeno trent’anni. Orgoglioso come un hidalgo, con la nobiltà della miseria, arrivava a chiedere l’elemosina in giacca e cravatta. Abitava in un piccolo seminterrato nel centro storico, pagato con una modesta pensione. Alcuni lo aiutavano sinceramente, altri lo depredavano. Quando proprio non aveva le forze per tornare a casa, restava a dormire in strada, anche d’inverno, quasi nascosto sotto la pensilina del palazzo delle Poste, in piazza Prefettura.
Ma quell’uomo così orgoglioso e schivo, alle volte persino scontroso, in effetti, nascondeva in sé un segreto che, per timore di non essere creduto, non raccontò mai quasi a nessuno. Saverio morì il 10 gennaio 2000, nel sonno, per un improvviso malore, lasciando di stucco tutti coloro che negli anni successivi, guardando “Il Vangelo secondo Matteo”, film capolavoro di Pier Paolo Pasolini, lo ritrovarono nella parte dello storpio miracolato da Gesù che riacquista l’uso delle gambe. E Saverio, cattolico dalla fede profonda, per un attimo credette davvero al Miracolo. “Quello fu per me un istante lunghissimo, ho immaginato per un secondo di tornare a camminare, il sogno della mia vita”. E fu il momento clou, riportato alla laica realtà, di un credente che riteneva a torto di non aver nulla di speciale da raccontare e che, forse, è stato ignorato troppo in fretta”.

Aurelio Fulciniti

(Pubblicato per la prima volta sul sito Catanzaro Live nell’agosto 2014).