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Quelli che…..giocavano a battimuro

Tutto potevo aspettarmi, oggi, tranne che un’ordinanza del mio Comune di residenza (Catanzaro) che vietasse ogni tipo di gioco nelle vie, nelle piazze e nei luoghi pubblici. Poi è stata revocata quasi in un batter d’occhio, a causa delle proteste arrivate giustamente da ogni parte, ma nello stesso tempo è riuscita a sollecitare in me (e anche in tantissimi altri, ne sono sicuro) una malcelata indignazione che ha generato a sua volta un salutare ed emozionante viaggio a ritroso nel tempo.

Da ragazzino ho giocato a calcio ed a tutti i giochi possibili (compresi quelli citati) in piazze, larghi, larghetti, vie e vicoli. Come tanti, ho preso anche qualche secchio d’acqua in testa (l’acqua, non il secchio, ovviamente). E non sono stato il solo a vivere stagioni indimenticabili. Parlo di generazioni di persone, compresa quella attuale. Vicino casa mia (Centro Storico) c’è tutt’ora un campetto dove i ragazzini vanno a giocare al calcio. Ai tempi miei c’erano ragazzini sufficienti per almeno 6 squadre con tanto di panchina lunga alla Nils Liedholm, ma oggi due squadre di calcio a 5 con le riserve (10 + 6) il pomeriggio le trovi sempre. Una volta eravamo in tanti, ma non è vero che oggi non si trovano ragazzi giocare per strada o nei campetti. Meno di ieri, senza dubbio, ma io li vedo sempre. Molti, è vero, vengono capitati da genitori in vena di manie di grandezza fra scuole di danza esclusive dove devono fagli credere di avere in casa una futura Etoile del Teatro alla Scala o del Bolscioi, altrimenti i maestri sono incompetenti. O in scuole calcio dove gli allenatori devono per forza riconoscere dei futuri Messi o Cristiano Ronaldo o affini. Per non parlare delle piscine. E poi i “preziosi virgulti” ci rimarranno male quando gli capiterà di scoprire l’amara realtà. E a quel punto nascerà spontanea la domanda: se la prenderanno con i loro genitori, oppure con la maestra e l’allenatore? Visti i tempi (e la maleducazione) di oggi, non è difficile intuire che saranno gli ultimi due ad avere la peggio.

Ed i “preziosi virgulti”, così facendo, si svezzeranno minimo all’età di novant’anni.

Tornando all’ordinanza di cui sopra e ad alcune sue incomprensibili motivazioni, mi sono ricordato, fra gli altri, di un dettaglio della mia infanzia passata a giocare in strada e che penso accomuni non solo me, ma tanti altri come me. Per farla breve: ho colpito tante volte le persone con una pallonata per sbaglio (chiedendo scusa) ma non ricordo di aver causato “gravi pericoli che minacciano l’incolumità delle persone”. Tutti quelli che ho colpito godono ancora di buona salute, o al limite saranno morti di vecchiaia.

D’altronde, diciamolo, c’erano tanti palloni. O l’immortale Super Santos, con il quale ancora oggi è irresistibile la tentazione di dare un calcio, solo al vederne uno che rotola nelle vicinanze; o il Super Tele, l’unico inimitabile pallone con il rinculo, perché se lo calciavi controvento, invece di andare avanti tornava indietro di due metri; o il Tango, quello che, sia pure di gomma, ti faceva sentire quasi un campione vero (che parole grosse!) perché era quasi uguale a quello originale di cuoio.

E poi il “battimuro”, perché il passaggio o la triangolazione con il muro giustamente non contava. O il “palo d’oro”, perché nei giochi “a punti” se prendevi un palo avevi tirato quasi bene e quindi valeva come un bonus. E se il palo era doppio, due bonus.

Per quelli come me, della mia zona, due erano i posti del mito calcistico che c’eravamo costruiti da bambini. Uno era il campo dietro Villa Trieste, detto anche “l’orto”. Niente nomignoli o modi di dire: era proprio un orto. Più che terra battuta, era un campo di patate. Con due porte di legno con pali raccattati qua e là, ma decorosi, con delle reti tese come allo stadio. Quando il pallone gonfiava la rete o finiva all’incrocio dei pali, anche per chi stava dietro la porta a guardare la partita era uno spettacolo. E ogni tanto – dulcis in fundo – la domenica pomeriggio arrivava l’eco di un gol del Catanzaro al Ceravolo, tradotto nel boato del pubblico, che da Villa Trieste era ed è tuttora udibile e spettacolare. Ma in quei pomeriggi aveva un sapore diverso, più emozionante, soprattutto quando arrivava durante partitelle sempre accese e soprattutto interminabili, perché sul 9-8 partiva subito la domanda “A quando finiamo?” seguita dalla risposta, “A dieci!” e conclusa da un immancabile “facciamo a quindici” e si finiva magari pure a venti. C’era tanta voglia di giocare, di esserci, di socializzare o di divertirsi. Per chi scrive, buttarsi quasi ai piedi di un giocatore avversario per prendere la palla con le mani in una nube di terra e di polvere era un’emozione stupenda. Figuratevi cos’era segnare un gol. Cosa ne sanno i “millennians”, i ragazzini di oggi, che anche quando vengono spediti dai genitori alle varie scuole calcio della terra battuta non conoscono neppure l’odore, soprattutto quello della fanghiglia che c’era dopo la pioggia, in cui non vedevi l’ora di tornare in campo a giocare. Tornavi a casa sporchissimo e fradicio, però ne valeva la pena. Eccome, se ne valeva la pena…

E all’orto non c’era di sicuro la tribuna. Per vedere la partita “dall’alto” dovevi trovare posto – si fa per dire – in mezzo a una collinetta con cespugli dappertutto e trovare un angolo “panoramico” dove vedere bene la partita, sporcarti il meno possibile e soprattutto non scivolare a bordo campo. Tempi eroici, per ragazzini pionieri.

Ma erano anche tempi in cui le amicizie vere contavano e se ti beccavi un nomignolo o un soprannome in campo o in strada ti rimane attaccato per tutta la vita. E quando incontri oggi uno dei “giocatori” di ieri, dopo neanche un minuto ogni occasione è buona per troncare i saluti, i discorsi di circostanza e passare subito a ricordare i vecchi tempi e magari una partita o un torneo in particolare e magari anche qualche gol.

Un altro “campo di calcio” non proprio convenzionale era il cortile esterno della scuola elementare del IV Circolo di Stratò. Di sicuro non rettangolare, ma neanche quadrato. Diciamo a forma di trapezio con un lato storto. La pavimentazione era (ed è tuttora) in mattonelle rosse e si entrava da una rete sfondata per l’occasione accanto al cancello di ingresso. Una porta era il cancello e l’altra il portone della scuola. Che ne sanno i ragazzini di oggi, che un campo simile lo schiferebbero, perché tutto è meno che un luogo dove si può giocare agevolmente a calcio. Eppure lì si svolgeva, nei primi anni Novanta, il “torneo dei rioni”. Piano Casa, Stratò, Via Bellini, Porta Marina, Fondachello, Santa Barbara. Grandi portieri, centravanti implacabili, ma anche una sana rivalità. E non mancavano nemmeno i lanci di oggetti in campo e gli scontri a fine partita. Niente violenza, mai neanche uno schiaffo, ma tanta sana goliardia sfociata sempre in amicizia, tanto è vero che a fine partita si tornava a casa tutti insieme a casa lungo il percorso, ridendo o magari l’uno con la mano sulla spalla dell’altro.

E c’erano anche le gare in bici d’estate, lungo tutto l’isolato. Un’imitazione in piccolo della cronometro del Giro d’Italia. Ma senza cronometro. Bastava arrivare primi e superarsi. Quello era il divertimento. E le bici avevano i frani talmente usurati che si imponeva un “pit-stop” a Bellavista, dal meccanico delle biciclette che oggi è chiuso da anni – è rimasta solo l’insegna – e manca, eccome se manca.

Oppure la “Campana”, il gioco delle bambine e delle signorine, con le caselle disegnate col gesso lungo la strada o in piazzetta. Un gioco molto antico, che ricorda tanto vecchi romanzi di molti decenni come “Tempi memorabili” di Carlo Csssola in cui era già citato. Fino agli anni Ottanta, trovavi tante bimbe o ragazze che giocavano a “Campana”, poi negli anni seguenti è diventato meno frequente. Come si gioca? Non ve lo dico. Cercatelo. Non si interrompe un’emozione, e la ricerca del tempo perduto è sempre fra le emozioni più belle.

E tanto per tornare alla bicicletta, c’è il gioco con il quale i nostri padri e i nostri nonni si sono divertiti da piccoli: quello con la pista tracciata per strada in spiaggia e con le biglie o i tappi di bottiglia a schizzare lungo il percorso. Per me e per quelli della mia età era “la tappa” e al posto dei ciclisti prendevamo ad esempio i piloti di Formula Uno. Il tutto con tappi di bottiglia appesantiti con la plastilina (rigorosamente marca “Pongo” e comprata da “Pesce” (in realtà Zamboni Pesci) sul Corso Mazzini o dal “Siciliano”.

È troppo facile vietare di giocare ai bambini per tarpargli le ali già in partenza – e per fortuna con una revoca quanto mai puntuale – ma chi ha dimenticato troppo in fretta la difficoltà di levare il pallone incastrato dalla marmitta di una Fiat 126 o la gioia di giocare con i tappi o la plastilina, non sa cosa si è perso oppure cosa ha dimenticato. Ma per fortuna è impossibile dimenticare, anche quando capita una botta di amnesia.

AURELIO FULCINITI

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Umberto Lenzi: schiettezza, “pulp” e cinema a tutto tondo.

”Meglio se non me la mandavi. È una commemorazione di due colleghi che non ci sono più e non mi riguarda”. Questo fu, sette anni fa, l’esordio all’apparenza tagliente di una conoscenza epistolare e vocale – sia pure non coronata da un incontro diretto, che sarebbe stato anche un degno finale – con Umberto Lenzi, l’ultimo dei registi cosiddetti “di genere”. La risposta, tagliente, me la diede leggendo alcune mie recensioni relative a due film di Fernando di Leo, “Milano Calibro 9” e Massimo Dallamano, “La polizia chiede aiuto”. Scontroso, burbero e alle volte fin troppo diretto, amava parlare del suo cinema ogni volta che poteva. Al contrario, invece, non amava per niente parlare dei colleghi. Molto cinema e molti registi lo annoiavano senza rimedio, ma era sempre disponibile a parlare dei suoi film o di quelli dei suoi miti del cinema americano (Samuel Fuller, Raoul Walsh, John Ford, per dirne alcuni). E voleva discutere dei suoi libri a metà fra il giallo e il noir, che negli ultimi anni, a partire dal 2008 – una volta terminata da oltre quindici anni la carriera di regista – gli avevano dato una nuova popolarità fra gli appassionati del genere. Ma era disposto a rispondere alle domande solo dopo un’attenta lettura da parte del suo interlocutore. “Prima leggili, e poi sono a tua disposizione”, mi scrisse un giorno. L’ultimo romanzo, “Cuore criminale”, uscì nel 2015. Libri che rappresentano una via di mezzo fra il “giallo” italiano e il “noir” alla francese, pubblicati quasi sempre con piccole case editrici e già oggi difficilmente reperibili o persino introvabili (ma che certamente andrebbero ripubblicati, perché meritano) e con un protagonista per così dire “alla Lenzi”: Bruno Astolfi. Ex pugile, ex poliziotto e detective privato antifascista, Astolfi compare in romanzi che godono di un’ulteriore particolarità: quella di essere ambientati sul set di film italiani girati fra il 1940 e il 1948. Fra la Guerra e il Dopoguerra, Astolfi si muove delitti immaginari e set cinematografici realmente esistiti, come anche gli attori famosi dell’epoca. C’è poi da sottolineare anche l’accuratezza dei dettagli di ogni descrizione, in ogni pagina dall’atmosfera generale del racconto fino alla minuzia più insignificante. Con la scomparsa di Umberto Lenzi, avvenuta oggi, 19 ottobre 2017, si chiude definitivamente un’epoca d’oro del cinema italiano, quella dei cosiddetti “poliziotteschi”, dei “noir” all’italiana e delle grandi produzioni sul tema bellico, con una capacità creativa, un’inventiva e uno stile del racconto e della scelta degli attori che qualcuno potrebbe definire “promiscuo” ma che in realtà metteva in evidenza un forte spirito di adattamento alle storie tipico del regista di razza.

Umberto Lenzi, nato a Massa Marittima (Grosseto) il 6 agosto 1931 è stato – fra i registi “di genere” – colui che è riuscito più di altri suoi colleghi a lasciare una valida eredità non tanto nel cinema italiano – la cui critica non è mai stata tenera (e non lo è ancora oggi, nonostante una certa riscoperta) con il cinema “di genere” e meno che mai gli ampollosi (per quanto pluri-premiati) registi di stampo intellettuale, impegnato o alla ricerca continua ed esclusiva del manierismo più o meno patinato. “Sono dell’idea che la gente va a vedere un film per ridere o piangere e non per dormire”, dichiarò Lenzi in un’intervista di appena un anno fa. E se andiamo a vedere non tanto il cinema che ha girato (che pure raccoglie, svariando fra i vari generi, vari pezzi di pregio), quanto il ritmo ancora valido che gli ha imposto, si può dire che Lenzi non aveva affatto torto. Di molti registi italiani “di genere” si dice e si è affermato più volte indistintamente che sono fra i preferiti di Quentin Tarantino. Ma il regista americano, che oltre a trarre reale ispirazione dai film italiani di quegli anni è un cineasta preparato e capace, sa distinguere il buon cinema da quello meno valido. Tanto è vero che Tarantino nel 1996 fece chiedere a Lenzi di autografargli una locandina di “Paranoia”, un thriller che fa parte di un “ciclo” di quattro film non collegati fra loro ma che dal 1969 in poi “impostarono” lo stile di Lenzi e di cui a breve si avrà modo di parlare. Ma, in particolare, il “pulp”, la rappresentazione della violenza cruda, spettacolare e di reale impatto oltreché glaciale freddezza, facevano parte di molti film di Lenzi, soprattutto alcuni “poliziotteschi” fra cui “Milano odia: la polizia non può sparare”, di gran lunga il più sadico e violento fra i film di quel genere. E un altro film molto “pulp” ma con persino un tratto di ironia è stato “Il cinico, l’infame e il violento”, da vedere e rivedere. Un film “pulp” nel vero senso della parola, con un’attrice realmente ustionata al volto per un errore di scena e continui scontri fra Maurizio Merli e Tomas Milian anche fuori dal set. Protagonista perfetto di entrambi i film fu proprio Milian, che con Lenzi troverà il personaggio che gli darà l’apice della popolarità presso il grande pubblico. Lenzi, con la consueta schiettezza me lo descrisse come un “paraculo formato all’Actors Studio”, ma capace di ottima recitazione e di inventiva nei dialoghi. Ed è proprio nel film di Lenzi del 1976 “Il trucido e lo sbirro” che prende forma il personaggio – e fu in realtà un’invenzione nel soggetto dello sceneggiatore Dardano Sacchetti, ma Lenzi ebbe il grande merito di caratterizzarlo – del “Monnezza” che nei successivi film diretti da Bruno Corbucci si tramutò nel personaggio di Nico Giraldi, passando da un poliziesco classico al prevalere dell’ironia e della comicità.

Dopo una formazione nel genere mitologico e peplum, come per molti registi dell’epoca – anche Sergio Leone iniziò la sua carriera con “Il Colosso di Rodi”, Umberto Lenzi nel 1969 dirige due thriller per lui decisivi come “Orgasmo” e “Paranoia” con Carroll Baker protagonista, seguiti da altre due tappe importanti della sua filmografia e del suo stile, “Un posto ideale per uccidere” con Ray Lovelock e Ornella Muti, per finire con quello che rimane un esempio fondamentale e un piccolo capolavoro del genere thriller di Lenzi: “Il coltello di ghiaccio”. Gli piaceva molto che questi suoi film venissero apprezzati. “Se mi dici l’indirizzo te lo spedisco io a casa”, mi disse quando scoprì che apprezzavo molto “Il coltello di ghiaccio” e non riuscivo da anni a vederlo né a trovarne una copia.

Un altro suo film che ho avuto modo di apprezzare (e non solo io a dire il vero) fu “Gatti rossi in un labirinto di vetro”, del 1975, con John Richardson e Martine Brochard. Un titolo molto simbolista ed enigmatico che a ben vedere racchiude in sé l’intera trama del film, con una suspence molto tesa e mai calante, che raggiunge il suo culmine nella scena i cui spunta il volto del colpevole pluri-omicida, oltre all’agghiacciante movente.

Ma Lenzi non è stato solo poliziottesco e thriller, bensì pure autore di grandi produzioni sul tema bellico. Un grande ammiratore di Samuel Fuller non poteva non girare un film di guerra con grandi ambizioni. E infatti Lenzi ne girò addirittura due: “Il grande attacco” e “Contro quattro bandiere”. Nel primo recitano nientemeno che Henry Fonda e John Huston, ma in un ruolo secondario c’è spazio persino per Edwige Fenech, a dimostrazione dell’estrema poliedricità di Lenzi nella scelta degli attori. Ma il risultato può dirsi complessivamente valido per via di un cast numeroso e assortito.

Leggendo queste righe, Umberto Lenzi mi avrebbe mandato senz’altro una mail per dirmi che l’articolo non va bene, che è pieno di imprecisioni e che ci sono parecchie cose inesatte, per non dire sbagliate. Persona a tutto tondo, anarchico in politica e di carattere e nel cinema, laureato in Giurisprudenza, tifoso della Fiorentina, grande lettore di Simenon, Scerbanenco e del suo amico e compaesano Luciano Bianciardi, pur nei suoi modi bruschi aveva fra le sue doti grande cortesia ed estrema disponibilità. Finché i problemi di salute non hanno avuto il sopravvento, è stato sempre disponibile con tutti, per ogni domanda e per ogni evento. Un personaggio unico, con il quale se ne va la schiettezza e l’onestà di un certo modo di fare cinema e di divulgarlo.

AURELIO FULCINITI

Rock Auser Albi, tredici anni di passione.

All’inizio, sicuramente nessuno si aspettava che la frontiera rock della Presila potesse durare per ben tredici, magiche annate. E forse neanche loro, gli amici del Rock Auser Albi, che ci hanno sempre messo impegno e passione, si aspettavano tanto. Sono stati in qualche modo dei pionieri, in provincia di Catanzaro e in gran parte della Calabria. L’happening rock è ormai diventato una moda di tutte le estati – per quanto un po’ affievolita, in determinati contesti – e gli amici del Rock Auser Albi, che il 12 agosto scorso hanno chiuso la loro meravigliosa avventura, hanno sicuramente il bilancio delle emozioni in attivo. Magari avrebbero meritato stimoli e seguaci in più, ma per tredici anni lo spettacolo è stato sempre all’altezza della situazione, con un bel corollario di soddisfazioni. Per farsi raccontare bene le cose da chi ha molto da ricordare e da dire, l’unica era fare qualche domanda a chi ha organizzato il Rock Auser per anni. Ci tengono molto a parlare, a raccontarsi, a puntualizzare alcune cose e magari a lasciare aperto qualche spiraglio, chi lo sa… Per questo e per altri motivi, non ci si poteva lasciare sfuggire una lunga chiacchierata.

– Da dove nacque l’idea, poi realizzata, del Rock Auser? In che occasione? Quanti eravate?

“L’idea è nata all’interno del Circolo Auser di Albi, era il 30 dicembre del 2004 e la comune passione ci aveva portato a festeggiare i cinquanta anni della nascita del Rock. Una bellissima serata corredata da interviste, e brani musicali. Abbiamo ripercorso a grandi linee i nostri ricordi personali, lo sbocciare dalla passione musicale. A conclusione di quella festa, è nata poi l’idea di organizzare un festival per concretizzare la vecchia comune passione per il Rock”.

– Quali sono stati, negli anni, i grandi protagonisti musicali di questa manifestazione che ha sempre contato sull’affetto dei veri seguaci del rock?

“All’inizio la manifestazione era un contest, sul palco del suggestivo piazzale Oliveto si sono esibite oltre cento band calabresi e moltissime altre provenienti da ogni angolo d’Italia. Tantissimi anche gli ospiti che abbiamo avuto, ne citiamo solo alcuni: Roberto Ciotti, TM Stevens, Marco Mendoza & Andrea Braido, Uli Jon Roth, Linea 77, Progetto Rezophonic, Rob Tognoni, Ivan Mihajlievic, Pino Scotto, Matthew Lee, Pat McManus, Le Orme, Eliana Cargnelutti, Bob Malone, Shawn Jones e tantissimi altri ancora”.

– Qualcuno di questi protagonisti, è rimasto legato al Rock Auser anche in seguito, e non solo perché è salito sul palco?

“Con tante band e con i loro componenti è nata anche una solida amicizia. Con molti di loro ci sentiamo e ci vediamo spesso, non solo con i musicisti che abbiamo citato, ma anche con gli artisti sparsi in ogni angolo della Calabria. Un esempio per tutti è il caso di Pino Scotto che a più riprese è stato un nostro testimonial sulla rete Rock TV”.

– I momenti più belli, ma davvero indimenticabili, che voi ricordate maggiormente di tutti questi anni?

“Ci sono state tante piccole soddisfazioni, ma soprattutto è bello ricordare l’edizione del 2014. Eravamo un po’ stanchi e manifestammo l’idea di abbandonare il progetto, la nostra pagina fb fu inondata da una moltitudine di proteste. La solidarietà di tanti amici e appassionati ci diede la forza di riprendere il cammino, lanciammo la campagna “Io sto con Il Rock Auser” che raccolse una miriade di piccoli contributi, arrivammo a raccogliere circa 1.500 euro, un ricordo indelebile per tutti noi”.

– C’è stato sostegno da parte di istituzioni o privati che abbiano mai contribuito a questa manifestazione?

“Il piccolo ma significativo sostegno di tanti amici non è mai mancato, anche da parte di quelli che magari non amavano il rock ma che in ogni caso hanno voluto tenere in vita la manifestazione. Un ringraziamento particolare va all’amministrazione comunale di Albi e al sindaco Piccoli che a volte, anche sfidando pregiudizi di fondo ha voluto attivamente contribuire alla storia del Rock Auser”.

– Queste dell’estate 2017 è stata l’ultima edizione del Rock Auser: una “bella botta” per chi vi ammira da tanti anni, ma se doveste, così, tracciare un bilancio complessivo cosa direste?

“Il bilancio è nettamente positivo. Realizzare per tredici anni consecutivi una manifestazione non proprio “nazionalpopolare” è stata una bella impresa, siamo andati in “ direzione ostinata e contraria” proprio nel momento in cui imperversavano feste più tradizionali, dal potere attrattivo nemmeno lontanamente paragonabile a una manifestazione di nicchia come la nostra. Aver resistito con passione (con la collaborazione di tanti volontari del Circolo Auser), contro molteplici avversità è già un bilancio notevolmente positivo, aver dato una possibilità (di suonare o anche di ascoltare) a tanti musicisti e appassionati è pur sempre un piccolo merito”.

– Quella di chiudere, avete detto, è una decisione “irrevocabile”? Non c’è davvero nessun rimpianto, o quanto meno messaggio per il futuro?

“Chiudere con il Rock Auser Albi è una decisione irrevocabile presa davvero a malincuore, pur con l’animo sopraffatto da mille emozioni (difficile persino da spiegare a parole), poiché abbiamo capito che la spinta propulsiva si era ormai affievolita e l’entusiasmo non ha (ri)trovato vecchi e nuovi stimoli che invece sono fondamentali per continuare. Grandi rimpianti poi non ce ne sono, forse e magari con il contributo attivo e la partecipazione di tutti gli appassionati si poteva realizzare qualcosa di “diverso” (per tutta la provincia di Catanzaro ma non solo), ma il mondo rock è troppo frastagliato, diversificato e dispersivo per seguire percorsi comuni”.

– A contribuire al messaggio trasferito nel corso degli anni dal Rock Auser, secondo me, anche durante tutto l’anno e non solo ad agosto, ha contribuito non l’attuale “pagina”, ma il vecchio profilo Facebook del Rock Auser? Uno “entrava” lì e imparava sempre qualcosa. Non solo rock e musica in generale, ma anche attualità, Storia, politica… Il tutto con commenti interessanti e splendide foto. Una palestra di cultura social aperta sul Mondo. Si tratta solo di una mia impressione o quel profilo vi ha dato grande notorietà?

“L’osservazione è molto pertinente, però bisogna partire da una premessa: tutti sappiamo che esiste una notevole differenza fra una “pagina” e un “profilo”. Una pagina è più statica, meno immediata e se non è legata a un determinato territorio (che porta a una diffusa popolarità e stratificazione) ha molte più difficoltà a raggiungere un numero elevato di utenti. Il “profilo” invece è più dinamico, immediatamente visualizzabile, più accattivante, più “visitato”. Detto questo, bisogna pur prendere atto che il profilo è destinato alle persone fisiche e che nel frattempo il mondo dei social è profondamente cambiato. Il profilo del Rock Auser nato nel 2008, partendo dalla musica è stato anche un modo appassionato per confrontarsi sui piccoli e grandi temi della realtà che ci circonda, ma il tutto è sempre stato fatto con garbo e in modo civile, ironico, satirico ma pur sempre rispettoso delle idee altrui. Purtroppo il mondo dei social è cambiato improvvisamente e radicalmente, lo spirito originario (in gran parte) è stato spazzato via, oggi brulicano account che si scagliano con veemenza contro chi la pensa diversamente, quello che non accade nella vita reale si concretizza nel ring virtuale dei social. In questo contesto e in questo gioco senza arbitro, ogni utente si sente in diritto di giudicare (tanto per usare un eufemismo) tutto e tutti usando un linguaggio (poco social a dire il vero) che a volte rasenta l’istigazione alla violenza. Per non parlare poi della parola “privacy” ridotta ormai a un fastidioso retaggio del passato”.

– C’è la possibilità di rivedere un mezzo come quello, se non altro per rinfrescare la bellezza del Rock Auser anche ora che non c’è più (e non sia mai che non possa ritornare, chi lo sa…).

“Per un determinato periodo, prima con My Space e poi il con profilo fb siamo stati in prima linea, purtroppo il corso degli eventi e la relativa trasformazione in pagina ha cambiato il modo confrontarsi con i social. Di questi tredici anni conserviamo, però ogni cosa, abbiamo una grande quantità di materiale e stiamo già studiando il modo per renderlo fruibile a tutti, la memoria storica del Rock Auser è preservata.
L’ultima domanda implicitamente contiene anche una conclusione: in un contesto completamente diverso …chissà che il Rock Auser non possa ritornare, chi lo sa…”.

AURELIO FULCINITI

La strettoia dei ricordi

Un luogo della memoria e anche del rimpianto. In una città dove si vive ancora oggi troppo di passato – quando invece bisognerebbe pensare al presente e al futuro partendo dalla Storia dei luoghi ma rifiutando il passatismo fine a sé stesso, che continua a penalizzare Catanzaro – rappresenta un rimpianto vero, cosciente. E sì, perché la demolizione della strettoia di corso Mazzini rappresenta non la sola mancanza di un luogo fisico, bensì la vera e propria perdita di un’identità. I più giovani e coloro che non hanno assistito allo sventramento – compreso chi scrive, che era nato da poco – non possono comprendere la portata della ferita che è stata inferta alla città. Ed è per questo che come foto adatta per illustrare questa vicenda narrata, si è preferito non raffigurare la strettoia com’era, bensì come rimase subito dopo la demolizione. Da un lato, si tratta di una scelta legittima per non acuire la nostalgia di chi c’era, mentre dall’altro, si tratta di mostrare una ferita nuda e cruda alle nuove generazioni per chiedergli esplicitamente – se ne hanno voglia – di preservare ciò che di bello è rimasto, prendendo spunto da ciò che di bello è stato distrutto, nella silenziosità dei cittadini. Certo, perché non ci furono grandi proteste da parte dei cittadini quando ci fu l’abbattimento. La “strada larga” prevalse sulla Storia e sulla Cultura e sull’Identità, senza lasciare spazio a riflessioni che sarebbero state più che necessarie.
La demolizione della strettoia avvenne sotto l’Amministrazione guidata allora dal Sindaco Francesco Pucci, scomparso nei giorni scorsi all’età di 96 anni e che detiene tuttora il record del maggior numero di anni consecutivi in carica come sindaco: ben dieci, dal 1965 al 1975. E fu proprio in quel periodo che si creò u dibattito sulla demolizione o meno della strettoia. Un dibattito, tuttavia, che si svolse fra il Consiglio comunale di Catanzaro e i maggiori esponenti istituzionali della cultura italiana.
Lo storico Palazzo Serravalle era l’edificio più prestigioso e il punto nodale della strettoia. Ma ripercorriamone la storia. Il Palazzo Serravalle fu affrescato e decorato da Enrico e Federico Andreotti, grandi professionisti fiorentini di metà 1800, che decorarono anche Palazzo Fazzari a Catanzaro e la Prefettura di Cosenza, nonche’ dai grandi pittori catanzaresi Andrea Cefaly sr. e Rubens Gariani, Per rendere al meglio la bellezza degli affreschi e delle decorazioni potremmo pubblicare, noi tutti, anche delle foto dell’epoca o anche prima, che ritraggono gli interni del palazzo. Ma non le pubblicheremo perché oggettivamente sono immagini che fanno male al cuore, in tutti i sensi. Ma se qualcun altro ne è in possesso, che le pubblichi pure. Almeno le nuove generazioni si renderanno conto dell’enormità del fatto che accadde e di quanta bellezza fu sterminata.
Alla fine del 1974, l’operazione di demolizione della strettoia del corso antico di Catanzaro era purtroppo quasi completata: non mancava che abbattere il Palazzo Serravalle e una casa adiacente per completare l’opera.
A quel punto, anche l’Italia intera non poteva restare indifferente a uno scontro in apparenza impari per il bene della Cultura che vide contrapposti, da un lato il Sovrintendente artistico della Calabria, architetto Giuliano Greci ed il ministro dei Beni culturali Giovanni Spadolini, fiorentino, storico e docente universitario, e in anni più tardi presidente del Consiglio dei Ministri e del Senato e dall’altro il Consiglio Comunale di Catanzaro quasi al completo; i primi volevano recuperare recuperare il Serravalle, con i suoi affreschi e le decorazioni, mentre il secondo vuole solo ed esclusivamente allargare la carreggiata Ci vorranno mesi di contrapposizione, nonché il vile scoppio incendi dolosi che rendono il fabbricato ancora piu’ pericolante, perche’ la vicenda si risolva a favore del Comune. Ironia della sorte, proprio nel 1975 veniva varata ad Amsterdam la Carta del Patrimonio Architettonico per salvaguardare il patrimonio architettonico ed artistico europeo. Contemporaneamente, a Catanzaro vinceva quella che può essere tuttora ben definita una “battaglia di retroguardia” per allargare il corso cittadino ed accrescere il flusso degli autoveicoli in circolazione.
Ma l’area del Serravalle era anche area di grande passaggio, con uno storico bar, testimoniato anche da varie fotografie dell’epoca. il Bar Guglielmo, nato in origine come bar Ascenti, poi rilevato nel 1957 dalla famiglia Guglielmo. Il bar si trovava all’inizio del vecchio Corso stretto, esattamente al pian terreno del Palazzo Serravalle, al posto degli odierni giardinetti Nicholas Green, proprio di fronte al Banco di Napoli. Il bar, che venne gestito da Don Tommaso Rotundo e dal figlio Saverio (storico gestore di bar a Catanzaro, ritiratosi dall’attività da non molti anni) era dotato di indiscussa eleganza ed “offriva” e quando nel 1975 il Palazzo Serravalle fu demolito, trasferì l’attività nelle vicinanze,
diventando il “Bar Duomo”.
Abbiamo raccontato una storia di questa città, dunque, ma soprattutto la storia di un luogo che chi c’era avrebbe voluto raccontare in tanti modi e certamente non con nostalgia.

AURELIO FULCINITI

Nuccio Loreti, allievo di un grande Maestro.

Si potrebbe parlare di un “passaggio del testimone”neanche tanto ideale, ma è ancora troppo presto. A Mastro Saverio Rotundo, per tutti “U Ciaciu”, auguriamo infatti di vivere e lavorare ancora a lungo – come fa quotidianamente – per quanto venga apprezzato dai più solo oggi, in età non più verde. Anzi, più che passaggio del testimone, ha contato nei mesi scorsi l’incontro fra Nuccio Loreti e “U Ciaciu”. Dopo avere visto le opere di Loreti, ed in particolare il mitico e ormai stra-conosciuto cavallo in ferro, ispirato – per detta dell’autore stesso – al cavallo bianco del Libro dell’Apocalisse, per la sua aggressività e fierezza, Saverio ha concesso a Nuccio Loreti la sua ideale “medaglia d’oro”. Un riconoscimento virtuale, ma di cui andarne fieri per l’autorevolezza di chi lo ha concesso. E anche Vittorio Sgarbi ha dato il suo plauso alle opere di Nuccio Loreti. Sgarbi è stato, dopo il celebre scultore Arnaldo Pomodoro qualche decennio fa, uno fra i grandi personaggi dell’Arte italiana ad accorgersi di un talento come quello di Mastro Saverio, dandogli negli ultimi anni una meritata popolarità a livello nazionale. E dunque non poteva non accorgersi della bravura di un epigono come Loreti, che tanto deve e riconosce al suo precursore. D’altronde Sgarbi, al di là delle sue posizioni spesso discusse anche al di fuori del mondo dell’arte, come critico ed esperto della materia ha sempre dato prova di un ”occhio”, che raramente si è smentito.

Se Saverio Rotundo ha iniziato ha mettere in evidenza la sua vena creativa negli anni Trenta del secolo scorso, da giovanissimo, e quasi per gioco, Nuccio Loreti è entrato a piè pari nel mondo della scultura in ferro. Partendo dal maestoso cavallo e dall’aquila rampante – un’aquila “giallorossa”, ci tiene a sottolineare – Loreti promette di stupire con nuove creazione e riesce a sollecitare e a tenere alta l’attesa con la plasticità delle sue opere. Con “U Ciaciu”, Loreti ha in comune lo stesso mestiere di origine: quello del fabbro. E questo si nota anche senza saperlo, perché basta notare la sensibilità e l’accortezza tecnica nel lavorare un materiale così difficile, ma che al tempo stesso riesce a calamitare l’animus dell’artista verso prospettive diverse e di sicura ispirazione. E la fatica del mestiere, in un fabbro che in un periodo di crisi ha scoperto la sua seconda vocazione artistica, genera un pathos impetuoso che dà alle opere un valore aggiunto e non ne diminuisce affatto l’impronta, già forte e marcata di per sé. Dalle opere e dalla personalità traspare inoltre la figura di un artista colto al di là del suo mestiere e anche fuori dall’ambito della sua arte, perché artisti non ci si improvvisa e solo con una solida preparazione in vari campi – nel panorama dell’Arte Contemporanea – si può lasciare un segno tangibile.

Non si può non augurare, dunque, a Loreti un successo pari e finanche superiore a quello nel suo illustre predecessore e Maestro.

AURELIO FULCINITI

Garbo alle OFF-Officine Sonore (Lamezia Terme) il 19 maggio.

Per chi ha vissuto gli anni 80 dalla porta principale, soprattutto come primi ascolti musicali, lui non ha bisogno di presentazioni. Se avete conservato e radicato nel tempo le emozioni musicali di quegli anni, allora non c’è bisogno di aggiungere molto. Tuttavia, se difetta un po’ la memoria – speriamo di no, perché viaggiamo tutti sui quaranta o giù di lì ed è un po’ presto per essere smemorati – vi diamo una bella ripassata.
Garbo (al secolo Renato Abate, nel decennio d’oro in cui si trasformavano i nomi italiani più normali o altrimenti anonimi in definizioni destinate a durare nel tempo) nasce nel 1958, a Milano, e già col finire degli anni settanta volge il suo sguardo verso la musica wave mitteleuropea, dove artisti come Ultravox, Kraftwerk, John Foxx, Roxy Music e Gary Numan stanno dando vita a una scena musicale che diventerà imperante nella prima metà degli anni 80. Il debutto, strettamente legato a queste influenze musicali, avviene nel 1981 con “A Berlino…Va Bene”, un disco innovativo e moderno rispetto a tutto quanto è possibile ascoltare in Italia in quel periodo, chiaramente ispirato al periodo berlinese di David Bowie ed alla scena mitteleuropea, che ottiene subito buoni riscontri di pubblico e critica. Garbo, in contemporanea, inizia anche la sua esperienza sul palco aprendo i concerti di Franco Battiato, in tour sold out ovunque a supporto del best seller “La Voce del padrone”.
L’anno seguente Garbo torna con “Scortati”, che si apre a sonorità e testi più maturi e contiene le hit “Vorrei regnare” e “Generazione”, fin dal titolo vero e proprio inno generazionale e manifesto della sua musica. Nel 1983 duetta con la splendida voce di Antonella Ruggiero dei Matia Bazar (in quel periodo all’apice del loro successo internazionale) nel singolo “Quanti Anni Hai?”. Nel 1984, la prima partecipazione al Festival di Sanremo con il brano “Radioclima”, con cui vince il premio della critica.
Sul finire degli anni 80 e sino al 2002, fra cambi di case discografiche (con lunghe pause, per poi virare verso quelle indipendenti e lontano dalle “majors”, Garbo prosegue fra sperimentazione e pause di qualche anno.
Il 2002 lo apre con “Blu”, primo di tre album che fanno riferimento a una “trilogia dei colori”.
Nel settembre 2005 è il turno di “Giallo Elettrico”, anticipato dal singolo “Onda Elettrica” al cui video partecipano molti vecchi amici e nuovi collaboratori, tra cui Boosta dei Subsonica con il quale Garbo aveva in precedenza collaborato per il progetto “Iconosclash”. L’anno successivo esce, per l’etichetta Photographic, “ConGarbo”, una doppia raccolta di cover realizzata in occasione dei 25 anni di carriera, in cui un nutrito numero di artisti tra cui Baustelle, Delta V, Soerba, Krisma, Andy dei Bluvertigo, Meg e Madaski omaggiano colui che è stato un punto di riferimento e ispiratore per la loro carriera musicale. Laddove in Blu dominano le atmosfere crepuscolari, notturne, all’interno di un tessuto musicale comunque pop-rock, Gialloelettrico rappresenta un percorso tipicamente urbano, condito di rumori cittadini della vita di tutti i giorni, per descrivere il quale Garbo sceglie di utilizzare il pop elettronico, genere con cui l’artista ha comunque sempre flirtato nel corso della sua lunga carriera.
La trilogia si chiude con Come il vetro, del 2008, che vuole invece rappresentare ambiguamente l’assenza di qualsiasi colore, o viceversa la presenza di tutti i colori, a seconda di come si vuole sfruttare l’elemento trasparente. E non a caso parliamo di un disco più cantautorale dei precedenti, un disco che esprime un concetto di trasparenza, intesa dall’artista nel senso di essere più immediato, più semplice e diretto, lasciando da parte le sperimentazioni per arrivare più facilmente all’ascoltatore.
Dopo i vari album in studio, ora Garbo torna con un album dal vivo, il primo in assoluto della sua discografia. Garbo Living 2016, nei negozi e negli store digitali dallo scorso 23 settembre, pubblicato dall’etichetta Discipline e uscito in vinile per Overdrive Records, riproduce su disco lo show che Garbo ha presentato al suo pubblico lo scorso anno durante il tour promozionale dell’album “Fine” realizzato insieme allo storico collaboratore Luca Urbani. Diciannove brani complessivi che comprendono gli episodi più rappresentativi della produzione più recente (CD1), insieme ai grandi classici come “A Berlino va bene”, “Il Fiume”, “Radioclima” e “Vorrei regnare” (CD2).

Aurelio Fulciniti

Riecco le luci del Comunale.

Quando si parla di un Teatro o di un Cinema (scritti rigorosamente con la maiuscola) è bello partire dalle luci. In primo luogo, perché poche cose sono belle quanto una sala illuminata, soprattutto per chi ha nel cuore le due arti che abbiamo citato all’inizio, in particolare quando lo “spazio fisico”, il luogo della rappresentazione, coincide con un affascinate e commovente viaggio a ritroso con la memoria. Ed è un viaggio all’indietro che sembra non finire mai, una lanterna magica che si illumina nel buio e che riporta immagini in cui il sogno si alterna con la realtà, si confonde con essa ed in certi momenti ne prende addirittura il posto, in modo inconscio e piacevolmente imprevisto. È il momento in cui il calpestio delle tavole del palcoscenico, la voce degli attori e la luce del proiettore si trasformano attraverso il calembour degli aneddoti e il filtro della nostra memoria. Qual è la verità? Difficile dirlo. Ma Teatro e Cinema non esisterebbero senza finzione e recitazione, e dunque anche lo spettatore filtrerà i suoi ricordi attraversi la magia di una lunga recita. È inevitabile, e sarebbe strano se non fosse così. Ed è questa l’essenza che ha suscitato l’incontenibile emozione registrata in questi giorni con l’apertura del “Nuovo” Cinema Teatro Comunale di Catanzaro. Ormai di “Comunale” non ha più nulla e guai se non fosse stato così. Senza il sostegno degli appassionati e di tanta gente che ha ripreso ad apprezzare il valore della cultura e delle arti, il Comunale non avrebbe mai riaperto. E invece rieccolo, il “Comunale”, a ripartire come fucina delle arti e dispensatore di sogni, divertimento, ironia, commozione e – perché no? – anche di quella capacità di riflessione che solo il Cinema ed in modo particolare il Teatro sanno trasmettere con il loro classico carisma pregnante, tirandola fuori anche nelle pieghe dell’ilarità di una battuta.

Ed è ora il momento di ripartire delle due arti che hanno caratterizzato questo storico luogo. La prima che si è deciso di trattare è il cinema. Ma non perché è la più importante – le classifiche in ordine di importanza sono di un’antipatia feroce ed è meglio evitarle – bensì perché è la più familiare, quasi per antonomasia. Al cinema siamo andati quasi tutti, in generale, ed in questa città nessuno può dire di non essere mai entrato al “Comunale” a vedere un film. Chi dice il contrario sicuramente non mente, ma potete star certi che si tratta di contarli sulle dita di una mano. O al massimo di due, ma è per essere generosi. Al massimo di due, ma è per essere generosi in un ipotetico conteggio, non per altro. E così è stato per Gianni Amelio. Il grande regista, originario di San Pietro a Magisano, in provincia, che dopo la settantina ha riscoperto la città in cui studiato e si è “nutrito di cinema” (per usare un’espressione che fu cara a un altro celebre regista, Francois Ttruffaut) non è mai stato un autore votato con lo sguardo al passato, come lo è ad esempio Giuseppe Tornatore. Quello di Gianni Amelio è un cinema complesso e intenso, ma solidamente inserito e ancorato nella realtà che descrive ed esplora. Basta citare, a tal proposito alcuni suoi capolavori (scelti secondo le preferenze di chi scrive, e perciò molto soggettive, come “La fine del gioco”, girato a Catanzaro, “Il ladro di bambini”, “Le chiavi di casa” o “L’intrepido” (bellissimo film). Ma Gianni Amelio è ancorato saldamente alla realtà anche quando lo spazio temporale dell’azione si sposta indietro nel tempo, come nel caso di “Porte aperte” o “Così ridevano”. Ed anche il suo ultimo film, “La tenerezza”, con cui è stato inaugurato il “Comunale” alla presenza anche del grande regista, nella sua modernità, rispecchia il solido attaccamento al reale che ha fatto da canone alla sua carriera di autore.

E però, come anche Truffaut ed altri celebri registi, il “nutrirsi di cinema”, coincide nella persona con un indelebile ricordo del passato, di quegli anni che coincidono con la formazione e la maturità di un grande regista. Ed è per questo che Gianni Amelio, a Catanzaro, è apparso realizzato e sicuro più di quanto già non lo fosse, oltre che molto disponibile. Il suo primo romanzo, uscito nel 2016, si chiama per l’appunto “Politeama”, come uno dei “suoi” cinema di ragazzo, che egli disconosce apertamente e con piena ragione, perché abbattuto e divenuto ormai un’altra cosa, preferendo il “Comunale” risorto dalle sue ceneri e tornato ad essere la fucina di emozioni che è stata per tante generazioni. Anche per questo motivi, Gianni Amelio non poteva mancare.
Un altro ricordo, doveroso, va all’uomo a cui è stata intitolata la sala cinematografica: Franco Proto, lo storico “patron” del “Comunale”. Scomparso nel 2015, è stato non solo un gestore, ma un vero appassionato di cinema. Ovunque si parlasse di cinema o vi fossero rassegne, c’era lui fra il pubblico. Oltre ai film, ai registi e agli attori, era molto interessato alle tecniche di proiezione, che approfondiva sempre con grande curiosità e rispetto alle quali era sempre prodigo di domande.

Ma ora parliamo della seconda arte del “Comunale”: il teatro. Ed è qui che avremo modo di ritrovare il teatro vero, quello appassionante, prodotto e costruito sulle grezze tavole del palcoscenico, riportate alla luce da Francesco Passafaro e dai suoi collaboratori come potrebbe esserlo un prato verde spuntato fuori all’improvviso dal cemento (nel nostro caso reale) che lo ricopriva.

Ma tornando alla magia dei ricordi, lasciamo perdere i registi e gli attori. Non se ne vogliano a male, ma qui si passa ai ricordi personali. Chi sta scrivendo ha avuto il suo “battesimo” teatrale da quindicenne, nel 1989, proprio al “Comunale”, quando le stagioni teatrali erano davvero ricche e non con gli stessi attori presenti ad ogni stagione senza mai un’alternanza fra le compagnie e i protagonisti, come succede oggi. Nel 1989 fu “Gli attori lo fanno sempre”, di Terzoli e Vaime, con Gino Bramieri e Gianfranco Jannuzzo ad accendere in chi scrive il fascino del teatro, da spettatore. E proprio grazie al “Comunale”, chi scrive ha potuto vedere in scena Giorgio Gaber o Dario Fo, tanto per citarne due a caso. E non è poco, quando si tratta di emozioni del teatro.

Ma accanto al teatro serio, torna in mente una recita scolastica del Liceo all’inizio degli anni Novanta. Accanto ai compagni di scuola, “recitava” anche uno dei professori. Il pubblico era molto naif, si capisce, e in latente ebollizione. Ad un tratto, dalle prime file, parte un lancio di ortaggi sul palcoscenico ai danni del malcapitato docente. E un suo collega professore, dal piano superiore, incitava l’alunno lanciatore in platea: “Vai! Butta! Non fare economia!”. Non si citeranno i nomi, né tantomeno i cognomi, ma solo per pura mancanza di memoria.

Dalla parentesi “faceta” torniamo al Teatro serio, facendo un doveroso omaggio all’uomo a cui è stato intitolato il palcoscenico. A Nino Gemelli, che manca da nove anni ma è nel cuore di tutti noi, la Città dovrebbe fare un monumento, quantomeno in senso di metafora, se non in marmo o bronzo, per il rispetto con cui ha trattato il dialetto e l’umanità dei suoi testi e dei suoi spettacoli. Molto si è scritto di lui, ma al “Comunale” è stato giusto ricordarlo, perché era un po’ la sua casa, in cui ha diffuso per anni la sua arte e le sue rappresentazioni, riuscendo ad amalgamare e a far recitare praticamente chiunque. Un omaggio doveroso e senza tempo, quello che gli è stato tributato.

AURELIO FULCINITI

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