Archivio mensile:maggio 2015

Il Poeta del vernacolo, dell’ironia e dei sentimenti.

Di solito non ripubblico mai nessun articolo, ma poiché la testata on-line sulla quale uscì la prima volta non esiste più, stavolta si tratta quasi di un obbligo. Nei giorni scorsi, sono stati festeggiati gli splendidi 85 anni del Maestro Achille Curcio mi piace pensare che, dopo alcuni anni, nell’aprile 2014 sono stato uno dei primi a riscriverne. E perciò mi sembra importante ripubblicare:

“A volte sottovalutato e snobbato – va ammesso e pure a malincuore, non senza una certa rabbia più forte del rammarico – il dialetto è invece la lingua per eccellenza. E ce ne accorgiamo quando parliamo con persone di un territorio diverso dal nostro. E non è necessario che siano di un’altra regione. Basta che siano di un’altra provincia o addirittura di un’altra zona della provincia stessa. Gli altri parlano il loro dialetto e noi il nostro. Gli altri non ci capiscono e neppure noi capiamo loro. Alcune parole risultano incomprensibili all’interlocutore e lo stesso, viceversa, è per noi. E partono i confronti e gli sfottò, anche pepati e roventi. Ma è giusto così: il dialetto non è come l’italiano e il compito di unire non gli spetta. Anzi, neppure lo vuole. Il dialetto è un “codice segreto”, un linguaggio che fa dialogare e identifica una comunità, mettendo gli “altri” al di fuori e consentendo a chi parla un certo vernacolo di poter riconoscere chi gli è affine e sapere i fatti e i problemi che lo riguardano. Il dialetto è a salvaguardia della tradizione e finché vive un linguaggio continua a vivere anche ciò che gli gira intorno. Molti dicono, ingenuamente e con una certa ignoranza, che il dialetto non si capisce. Ma è giusto. Guai se non fosse così. Se qualcuno arrivasse a capire il dialetto di un’altra comunità senza esserci mai vissuto, allora sarebbe un vero problema.

Insieme al dialetto, giungono anche i poeti dialettali. E ogni comunità ha i suoi. Per entrare appieno nella nostra realtà possiamo affermare che il più grande poeta vivente del nostro dialetto è senz’altro Achille Curcio. Nato a Borgia il 25 maggio 1930, legato visceralmente a Montauro e catanzarese da una vita, già nelle sue radici “anagrafiche” riflette quello che disse di lui l’attore Pino Michienzi, indimenticato dicitore della poesia vernacolare: “Quello di Achille Curcio è un dialetto spurio, non ha un solo legame ma ne comprende diversi”. Curcio è anche poeta dialettale calabrese fra i più studiati e che ha meritato una particolare, meritata attenzione da parte della critica nazionale e non solo. Importante è stato il consenso accademico che si è creato intorno all’intera sua opera, ma anche il suo rapporto intenso con altri poeti  illustri. Il tutto per contraddire felicemente – e per elevare al massimo l’eccezione che conferma la regola – il pur giusto assunto secondo il quale un dialetto è “chiuso” e non consente ad altri di entrarci dentro. Significativa in questo senso è stata la conoscenza reciproca di Curcio con Andrea Zanzotto. Con il poeta trevigiano di Pieve di Soligo, grande della letteratura italiana che praticamente diede al ruolo del dialetto nella sua poesia quello di rappresentare l’incomunicabilità, si creò un rapporto di conoscenza al di là delle differenze diciamo così “di territorio”. In un’intervista rilasciata anni fa a Marco Paolini, Zanzotto disse di non amare il vento. Può non significare nulla, ma in poesia niente è a caso e nel raffronto con un poeta come Curcio che arriva dalla “patria” del vento anche questo conta.

Tornando in Calabria, una definizione lucida della poesia di Achille Curcio la diede Sharo Gambino. Intellettuale calabro di aperture eclettiche e critico di grande precisione, scrisse di Curcio: “Con ricca variazione di temi e toni, si è inserito nella migliore tradizione vernacolare calabrese con un sorriso agrodolce, ma di tanto in tanto afferra la bottiglietta dell’acido prussico e ne spruzza il contenuto sui personaggi”. Veleno puro, in pratica. La sua è stata spesso poesia sociale, dagli effetti a volte esilaranti ma pure attuali a distanza di decenni. I fatti tendono spesso a ripetersi e i corsi e ricorsi storici sono inevitabili, ma a sorprendere sempre è l’uguale precisione delle stoccate. Con dei titoli, poi che promettono ciò che poi è puntualmente mantenuto dai versi. Prendiamo ad esempio “Ni conzaru alla gravigghia”. Ci hanno messi sulla graticola, e chi può negarlo? E andiamo sui versi, che non c’è bisogno di tradurre: “Vui chi siti sbertu e girati ogni città, mi spiegati chi è sta cosa chi si chiama “austerità”?”. E prosegue: “Sta parola corijusa serva ‘u futti li cristiani; risparmiando, risparmiando lu guvernu nte li mani poi si trova na montagna de dinari senza cuntu. Ed allora la naziona para sarva; m’a stu puntu” … “nescia fora nu marpiuna chi si futta la pappata: cu i dinari si nda fuja e ti facia na vrazzata”. Ma c’è sempre una speranza (insomma): “Po’ sperara, ‘on è peccatu e guardando la questiona poi capiscia l’uguaglianza e non ava ‘a tentaziona mu si scorda ca’stu mundu simu ormai tutti fratelli: guarda ‘Ntoni lu sciancatu, non è frata a Gianni Agnelli?”. Giusto un po’…

Sembrerà che abbiamo tradito il poeta, narrando i versi quasi in prosa, ma la metrica è inconfondibile e la bellezza di questi versi sta nella loro linearità, perfetta in ogni forma. Non vogliamo far critica ed accademia, non è compito nostro, ma solo esternare ammirazione. Ed è ancora il giudizio che fu di Gambino a venirci in aiuto: “I suoi personaggi, quelli, vale a dire, presi dalla realtà, sono stati mutati esteriormente ma lasciati tali e quali all’interno. Assai spesso si lascia prendere dalla malinconia, dallo struggente ricordo del passato, e allora ci regala momenti di autentico lirismo”. E qui torniamo ai versi con un’opera “seria” come “’U poeta non rida”, autentica “summa” letteraria: “’U poeta non rida e resta sulu mu guarda e pemmu senta ‘u tempu, chi leggeru trasa pe ogni casa, striscia supra ogni cosa e, senza ‘u ti nd’adduni, t’arrobba nu suspiru, na jornata”.

Finendo con la poesia “sociale” è d’obbligo concludere con un capolavoro assoluto: “’A scola è na virgogna”. E vi lasciamo con dei versi indicativi: “Dunca, nu jornu quasi pe gulia trasivi nte na scola e a nu scolaru addimandai: “Chi prese Porta Pia?” e aspettavi a risposta do cotraru. Si misa ‘u ciangia e tuttu ‘u si dispera e, guardandu ‘a maestra menzamorta, sugghiuttijandu dissa ‘e sta manera: “Vi giuru, eu on pigghiavi nuddha porta”. E non potete immaginare il resto dei versi che scrive. Se non l’avete mai letto, cercatelo.

L’episodio accade in una scuola “normale” ma nella prefazione Achille Curcio conclude così, testuale: “Il poeta in oggetto insegna da vent’anni in un carcere per minorenni e non ha ancora imparato la tecnica come evadere”. Chapeau”.

(pubblicato per la prima volta su Calanzaro Live, aprile 2014)

AURELIO FULCINITI

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Uno Zanetti ci sta bene accanto a un Ceravolo.

Un premio così importante, dedicato a un presidente di società, Nicola Ceravolo, che è stato un campione di fair-play, non poteva che spettare a Javier Zanetti. Non occorre essere interisti – basta solo essere obiettivi, anche se sappiamo che nell’essere tifosi di calcio, attività faziosa quant’altre mai, significa chiedere davvero troppo – per capire che Zanetti in oltre vent’anni di carriera in maglia nerazzurra ha rappresentato un’icona davvero unica di correttezza ed eleganza in campo e fuori dal campo. “Un italiano come noi”, è stato definito dal giornalista Italo Cucci in occasione della consegna del premio. Anzi, più di noi, c’è da aggiungere. E proprio in quanto argentino, e quindi diverso dagli altri, ma così profondamente affine a un modello di sportività che in Italia si è praticamente quasi perso. Di Zanetti, infatti, non si ricordano insulti agli arbitri, né scaramucce e manie di superbia con gli avversari, che fossero colleghi in campo e tifosi sugli spalti.

Un Signore, in pratica. L’esatto contrario, per esempio, di un Antonio Conte, che all’edizione del Premio Ceravolo che gli fu attribuita, finì con il causare incidenti fra il pubblico avendone quasi piacere. Se fosse accaduta una cosa simile con Javier Zanetti, siamo sicuri che lo stesso campione argentino sarebbe intervenuto per censurare l’accaduto e placare gli animi.

Ma gli incidenti dell’edizione con Antonio Conte erano prevedibili, e sono riconducibili al tifo bianconero, che è numeroso e pletorico per definizione, in quanto accoglie proprio tutti. Ci sono juventini onesti e obiettivi, ma c’è anche una fetta di pubblico che il fair-play non sa neanche dove sta di casa. Non si offenda nessuno – d’altronde non facciamo di tutta l’erba un fascio – ma c’è gente che accusa gli altri di non saper perdere e poi non sa nemmeno vincere. “Questi giovani d’oggi non rispettano neanche il rispetto”, è la battuta di un vecchio film di Bud Spencer e Terence Hill. E anche quelli più grandi d’età, spesso, in questo caso. Da chi vanta un presunto stile Juve ci si aspetterebbe un minimo di stile. E condiviso, possibilmente.

In tal senso, è da elogiare il comportamento dei fan interisti durante la cerimonia di consegna del Premio Ceravolo al Teatro Politeama. Sciarpe dell’Inter e del Catanzaro hanno condiviso la scena senza prevaricazioni e senza insulti, nel comune rispetto di squadre che anche in un momento di difficoltà sono sempre nel cuore dei loro tifosi. E lo stesso sarebbe accaduto – ne siamo certi – se a contraltare ci fosse stato il Milan, o la Roma, o la Lazio, o la Fiorentina, o il Napoli.

Fair-play e classe condivisa, dunque. Questo vorremmo in tutto l’ambiente del calcio italiano, magari a partire da Zanetti e dall’esempio che portò Nicola Ceravolo.

Fra il pubblico, alla consegna del premio, era presente anche il presidente del Cosenza, Guarascio. Forse in qualità di interista, ma ricordiamo che Ceravolo andava al derby, al San Vito, e veniva rispettato. E il Catanzaro vinceva, mica perdeva. Oggi, in tempi così immaturi, sarebbe potuta accadere una cosa del genere a parti invertite, che sappiamo, al Rendano di Cosenza? Certo che no. Il fair-play non si compra, ma almeno ogni tanto arrivano Ceravolo e Zanetti a ricordarcelo.

Ve lo do io il Giro d’Italia!

Il Giro d’Italia non passa più dal Sud. Si ferma appena in Puglia, ma Basilicata, Calabria e Sicilia neanche le tocca, quasi come se non esistessero. E non è la prima volta: negli ultimi anni la corsa “rosa” organizzata dalla “Gazzetta dello Sport” ha sempre evitato le regioni più meridionali. Ma d’altronde, come forse non tutti sanno, ormai il Giro è sempre più che mai una mera questione di soldi: chi offre di più, a livello di comuni o di regioni, ha il privilegio di ospitare, ad esempio, un arrivo del Giro d’Italia. È di pochi anni fa, ad esempio, l’edizione in cui non fu Milano ad ospitare la tradizionale tappa – o “passerella” – finale del giro, perché un’altra città lombarda aveva offerto una cifra maggiore rispetto alla metropoli meneghina. Ma anche il “patron” del Giro è diverso, e questo conta pure. Dal 1946 al 1989, forse non tutti lo sanno o lo ricordano, il “patron” del Giro fu Vincenzo Torriani, uno che conosceva l’Italia palmo a palmo e ne intuiva soprattutto le bellezze e le attrazioni. Sotto la sua guida, la “corsa rosa” attraversò davvero tutta l’Italia. A lui si devono mitiche tappe alpine come le Tre Cime di Lavaredo, il Mortirolo e lo Stelvio. Ma anche tappe come quella, a cronometro, con l’arrivo in Piazza San Marco a Venezia nel 1978 – vincitore Francesco Moser – e, sempre a cronometro, la tappa con arrivo dentro l’Arena di Verona, nel 1984, vinta da Francesco Moser che con una velocità ad oltre 50 chilometri orari riuscì a recuperare più di un minuto di svantaggio e a vincere il Giro proprio all’ultima tappa utile. Fra gli altri arrivi degli di nota di quegli anni, per dirne uno, quello con vista sulla Valle dei Templi di Agrigento.

E per parlare di Sud al Giro d’Italia, quale migliore occasione per rievocare le sei tappe del Giro con l’arrivo a Catanzaro, piccola parte di quel profondo Sud oggi ignorato dalla “corsa rosa”.

La prima volta fu nel 1930, diciottesima edizione del Giro. Quindici tappe e fu davvero un Giro d’Italia, perché partì da Messina per arrivare a Milano, attraversando tutto il Sud, fino a Napoli. Tanto per far capire com’era il clima sportivo di quegli anni, bisogna sottolineare che le tre edizioni precedenti del Giro erano state conquistate dal grande campione di quegli anni, Alfredo Binda, varesino di Cittiglio, che arrivò complessivamente alla quarta vittoria. Visto un dominio così incontrastato, in quell’edizione gli altri ciclisti si rifiutarono di partecipare se Binda avesse preso parte alla “corsa rosa”. E fu così che Binda fu tenuto fuori, ma ricompensato con la stessa somma dovuta al vincitore: 22.500 lire, grossa somma per quegli anni. A Catanzaro, quarta tappa,  arrivò primo Luigi Marchisio, piemontese della provincia di Asti, che alla fine del Giro conquistò la maglia rosa, mantenendola per 13 tappe su 15. Secondo fu Raffaele Di Paco (15 vinte tappe al Giro e 10 al Tour de France, in carriera). Terzo, Francesco Camusso (vincitore del Giro l’anno successivo). Infine, particolare non secondario: Marchisio vinse il Giro correndo con un occhio bendato, a causa di una lesione al bulbo oculare riportata quando fu colpito da un lapillo durante la tappa che costeggiava l’Etna.

Nel 1954, edizione numero 37 del Giro, c’è un nuovo arrivo a Catanzaro. Erano gli anni del celebre dualismo fra Fausto Coppi e Gino Bartali, che negli anni precedenti avevano coltivato la loro rivalità sportiva a suon di vittorie, ma in quel Giro erano in fase calante: Coppi arrivò quarto e Bartali, all’ultima edizione della corsa da corridore, addirittura tredicesimo. Il Giro fu vinto dallo svizzero Carlo Clerici, di Zurigo, che fu il secondo vincitore straniero della corsa rosa dopo l’altro elvetico Hugo Koblet, quattro anni prima. A Catanzaro, vinse il velocista torinese Nino Defilippis, vincitore fra l’altro di una medaglia d’argento ai Mondiali del 1951 e di un Giro di Lombardia nel 1958. A Catanzaro, i big della comitiva alloggiavano al Grande Albergo Moderno, in piazza Matteotti, nel palazzo oggi sede della Bnl. E, come in tutt’Italia, i più acclamati erano Coppi e Bartali: il “Campionissimo” non si affacciò al balcone a rispondere agli applausi della folla, fedele alla sua ritrosia e timidezza, mentre il “Toscanaccio” sì, fedele alla simpatia che lo accompagnò per tutta la vita, facendo sì che “in ogni città e paese d’Italia ci fosse un invito a cena e un bicchiere di vino per lui”.

Il terzo arrivo del giro a Catanzaro fu nel 1965. Tappa senza clamori, l’ottava, partita da Maratea, dalla quale uscì vincitore il gregario belga Frans Brands, e fu l’unica tappa del giro in cui trionfò, in tutta la sua carriera. Il vincitore del Giro di quell’anno fu Vittorio Adorni, di Parma, altro grande della storia del ciclismo italiano.

Quarto arrivo nel 1972, e qui si entra nella leggenda. A sentire il mitico Alfredo Martini, commissario tecnico della Nazionale di ciclismo ai Mondiali dal 1975 al 1997, fu una delle più belle tappe in assoluto del Giro. La raccontò, Martini, in un lungo articolo romanzato che uscì sul “Corriere dello Sport” a metà degli anni Novanta: chi sta scrivendo si emozionò, a leggere quell’articolo. 27 maggio 1972, dunque, un grande momento della storia del Giro. Per renderne la portata, basta citare un po’ di circostanze e soprattutto di numeri: la tappa partì da Cosenza, attraversando tutta la Sila e al traguardo finale, in pieno centro cittadino, il vincitore, lo svedese Gosta Petterson, vincitore del Giro l’anno prima, “l’unico svedese a patire il freddo” (per dirla sempre con le parole di Alfredo Martini) arrivò in prossimità del traguardo alla pari con Eddy Merckx, il quale, già sicuro di aver soffiato la maglia rosa allo spagnolo Fuente, lasciò la vittoria a Petterson. Terzo, praticamente spompato e con più di quattro minuti di distacco, arrivò un altro spagnolo, Lasa Urquia, distaccato di più di quattro minuti, che commentò di aver corso una tappa “più dura di quelle pirenaiche al Tour”. Lo disse lui, figuriamoci quelli che gli stavano dietro. Una tappa, quella del 1972, che vide come spettatore “anonimo” anche un personaggio che poi è diventato molto famoso: Luca Cordero Di Montezemolo, che in quel periodo era presente a Catanzaro per sostenere l’esame da avvocato.

Il quinto arrivo del Giro a Catanzaro fu nel 1996. C’erano grandi personaggi televisivi come Raimondo Vianello (che visto da vicino parve un po’ meno simpatico di come appariva in tv) ed Everardo Dalla Noce, ex radiocronista della Rai che in quel tempo godeva di una discreta popolarità come ospite fisso a “Quelli che il calcio”. Era un giro dove i tablet non esistevano, internet era praticamente agli albori e i telefonini non erano ancora diffusi in maniera sterminata come adesso: c’era ancora la gente che seguiva il giro lungo la strada e pochi erano a casa davanti alla tv, quando lo spettacolo era a due passi. Non sono trascorsi neanche vent’anni, ma sembrano di più. A vincere, sul traguardo di Piazza Prefettura, fu il francese Pascal Hervè, al suo unico successo importante in carriera, che conquistò – solo per quella tappa – anche la maglia rosa. Ma poi, qualche tempo dopo, cadde nella spirale del doping. A vincere il Giro, invece, fu Pavel Tonkov. Marco Pantani in quel giro era assente, per uno dei tanti incidenti in corsa che accompagnarono la sua carriera. Ed è doveroso spendere delle parole sincere su di lui: ne vollero fare un capro espiatorio, lui stesso si fece travolgere da un “sistema” vigente in quel ciclismo marcio, ma a distanza di anni si può dire che era davvero un campione, e lo sarebbe stato anche senza bisogno di aiuti. La vita lo ha sconfitto definitivamente nel 2004 e in molti siamo qui a rimpiangerlo per quello che avrebbe potuto essere ancora e non è riuscito a diventare. Vedere Lance Armstrong – uno che con il doping  ha preso in giro il ciclismo, il pubblico e  lo sport speculando su sé stesso  – che prende in giro Pantani al Tour del 2000 lasciandolo vincere quasi per sfregio, è ancora un colpo al cuore per tanti appassionati.

L’ultimo arrivo del Giro a Catanzaro in ordine di tempo è stato nel 2008, costeggiando il lungomare di Lido. A vincere fu il velocista britannico Mark Cavendish, ancora oggi sulla breccia ed anche alla grande, vincitore di un Mondiale su strada, una Milano-Sanremo, venticinque tappe al Tour de France e sedici al Giro. A vincere la classifica finale fu Alberto Contador, spagnolo, poi squalificato anche lui per doping ed oggi riabilitato fino a prova contraria, in un ciclismo che – non ne abbia a male un campione come Vincenzo Nibali – ha perso il grande fascino di un tempo.

AURELIO FULCINITI

Ha 92 anni, però li porta malissimo.

In questa città ci passano tutti di fronte, ma – distratti come sono – probabilmente non ci hanno mai fatto caso. Ebbene, il dubbio è meglio toglierlo subito: la scalinata esterna del Teatro Masciari non ha più le erbacce, ma vista da vicino oggi è molto peggio di quello che sembra. Quando passate lì di fronte, avvicinatevi e scoprirete che, ad esempio, alcuni pezzi della balaustra sono stati distrutti e smontati, mentre altri invece stanno per cadere. Il cittadino che passa di fronte a quello che, nonostante i massacri, rimane – non si sa ancora per quanto – un piccolo gioiello, dovrebbe provare un brivido di vergogna per conto terzi, per colpa dei figli degeneri di questa città che, passando di lì non trovano di meglio che danneggiarlo. Minorenni non solo di età, come è molto probabile, ma anche di mente. Per non dire altro.

E pensare che su quella scala, negli anni Venti di un secolo passato ma ancora in qualche modo presente, entravano e uscivano, in abito da sera, i signori e le signore della belle epoque. Altri tempi, altra gente, altra classe, ma soprattutto altro orgoglio. Nel 1923, anno della fondazione del Masciari, i presenti non potevano pensare che oggi, nel 2015, quella scala sarebbe diventata il simbolo – si fa per dire – di una città che abbandona qualsiasi cosa e la lascia crogiolare nelle macerie, abitata da gente che nella stragrande maggioranza dei casi possiede un senso di appartenenza prossimo allo zero, praticamente quasi rasoterra.

La scala, non dimentichiamolo, è posta inoltre davanti alla “Casa dei cittadini”, vale a dire al Comune. Esistono, pare, dei progetti che riguardano il Masciari, ma da un paio d’anni non se ne sa più nulla. E ci piacerebbe sapere se esistono ancora, oltre alle parole e alle promesse.

Ma i cittadini hanno anche, come sempre, la loro parte di colpe. L’iniziativa “Salviamo il Teatro Masciari”, tempo fa, riscosse un grosso successo, con oltre 12.000 firme – moltissime, in una città di dormienti – con il gran finale dello spettacolo “Solo Anna”, monologo dell’attrice Lidia Vitale, messo in scena proprio nel cortile del Comune (altro bel posto, ma da dormienti non ci si fa mai caso). E oggi, che fine ha fatto l’iniziativa? Con 12.000 aderenti dovrebbe essere in piena attività, se non altro per un dodicesimo, invece sonnecchia.

Una scalinata che ha 92 anni, però li porta malissimo.