Archivio mensile:gennaio 2018

‘U Ciaciu, ancora una volta Protagonista.

La scultura potrete vederla presto dal vivo – come in tantissimi hanno avuto modo di vedere, nel cortile di Palazzo De Nobili fino al 6 gennaio scorso, Petrus, il mitico cavallo che ha incantato i visitatori – ma il protagonista ve lo abbiamo fatto vedere subito, nella foto della nuova opera di Nuccio Loreti, con tanto di dedica autografa dell’artista. Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu, dopo decenni in cui è stato quasi tenuto in disparte sia dai critici d’arte – quelli più prevenuti e ostili a prescindere, si intende – che dai suoi stessi concittadini, poco abituati all’arte e agli artisti, alla sua età veneranda – da oggi ci rifiutiamo di dire quanti anni ha, perché per noi è un totem, un mito, e come tale senza età – sta vivendo da anziano una nuova giovinezza. Tutti si stanno accorgendo di lui, da quelli che lo hanno scoperto per la prima volta a quelli che lo avevano sottovalutato a prescindere. L’artista – come tutti i suoi colleghi, d’altronde – può essere discusso e forse per questo esiste l’arte e chi la fa, ma il personaggio ‘U Ciaciu è troppo grande per essere riconosciuto. Oggi è costretto a camminare col bastone, lavora poco rispetto al passato anche recente, in cui trascinava da solo a mano carrelli pieni di pesanti residui di ferro con cui ha sempre inventato le sue opere, da fabbro provetto, capace di legare insieme qualsiasi metallo, e da artista del riciclo che ha anticipato praticamente molti – se non tutti – da questo punto di vista. Molti sostengono che l’arte del riciclo è nata a Cuba, ma ‘U Ciaciu è artista fin dagli anni trenta del secolo scorso. Quasi ottant’anni di lavoro, che raccontati da lui sembrano un’infinità ma rievocati sembrano persino pochi. Forse solo Pablo Picasso, con la sua celebre “Testa di toro” (composta da un manubrio e un sellino di bicicletta arrugginito – è arrivato cronologicamente prima di lui. Ed ancora oggi, sia pure in età avanzata, ‘U Ciaciu conferma i pregi che lo hanno reso longevo, anche come artista: la curiosità, l’impatto visivo che lo contraddistingue – come presenza, lo diciamo col massimo rispetto perché l’artista è tale anche quando appare, è sempre stato il numero uno dalle nostre parti, per fantasia e carisma – e un presenzialismo irriducibile. Dove c’è arte c’è lui, circondato con affetto, oggi, da giovani e meno giovani. Un personaggio così, stimato e ammirato, fra gli altri, da Arnaldo Pomodoro e Vittorio Sgarbi – personalità infinitamente superiori a quelle di livello più basso (sia pure con titoli accademici) che lo hanno criticato in passato, non poteva che trovare un amico, un collega di lavoro (fabbro di professione anche lui) e un artista che non solo lo prendesse a modello, ma lo rendesse addirittura protagonista di una sua opera che come titolo non poteva che portare il soprannome del personaggio ritratto, con il quale è conosciuto praticamente da chiunque. Un’opera che è nata praticamente da un’illuminazione, ed è lo stesso Nuccio a raccontare il modo in cui è traboccata la sua ispirazione: “Eravamo davanti casa del Ciaciu con mia moglie. Io ho detto: chi sa dov’è adesso? E Mia moglie rispose: “Sarà dentro: e lui un’opera d arte! E da quella risposta mi si è accesa una lampadina”. Parole semplici, ma che colpiscono, rendono l’idea.

“Da ragazzo – prosegue Loreti – quando mi capitava di andare dal mio quartiere di Gagliano al centro di Catanzaro, spesso lo incontravo, ‘U Ciaciu. E rimanevo sempre impressionato della personalità di quest’uomo E ho voluto rispecchiarla nella scultura che ho fatto. Nei capelli, nell’ espressione del viso. E anche nel cappello, ho voluto che anche quello gli desse una personalità, un’importanza che merita e gli si riflette addosso anche quando lo incontri dal vivo”. Nuccio Loreti ha tratto dal metallo un’opera sincera, espressiva che trasmette grande forza ed incisività. A partire dallo sguardo, appunto. E i particolari sono curati al meglio delle loro possibilità. Qualche critico classicista e in vena di banali stroncature ha rimproverato a Loreti di non essere perfetto in tutti i dettagli. Un discorso che poteva valere per gli scultori dell’Antica Grecia, perfetti conoscitori dell’anatomia umana e animale, ma che oggi non sta né in cielo né in terra. Da Picasso in poi c’è stato nell’Arte moderna e soprattutto contemporanea un qualcosa di perfetto? La risposta, logica e quasi lapalissiana, è sicuramente no. Le doti importanti, in una scultura contemporanea, possono considerarsi l’ampiezza della visione nel suo complesso, il carisma, la forza espressiva. E anche i dettagli, che seppure non perfetti devono esaltare l’opera. In questo ed altro, si può dire che ha superato anche stavolta l’esame. È degno dell’opera che ha dedicato al suo Maestro.

AURELIO FULCINITI

La Sartoria come scuola di vita.

Una realtà moderna dove rimangono ormai pochi artigiani è una realtà che decide di per sé di rinunciare alla bellezza, all’eleganza e allo stile. Dietro l’artigianato, non si nasconde solo una grande cultura del lavoro – che andrebbe maggiormente divulgata, in tempi nei quali viene spesso tenuta da parte, e del tutto a torto – ma anche il rispetto per i materiali, per i dettagli e soprattutto per il cliente. Oggi, in una società di per sé sempre più frettolosa, si è persa l’abitudine alla classe, nonché alla sensazione di benessere fisico che danno le cose belle, quelle fatte con cura o su misura.

Senza nulla togliere a tanti artigianati e a tanti stili, va precisato che quello del sarto rimane ancora oggi fra i mestieri più affascinanti, perché più di altri mette a contatto la persona con la bellezza e l’eleganza, con un concetto di stile che arriva su misura in tutti i sensi, perché si adatta finanche alla personalità di chi indossa un qualcosa che è stato preparato apposta per lui, in base alle proprie esigenze e al proprio modo di vedere le cose e magari anche la vita di tutti i giorni. Anzi, soprattutto quella. Un tempo, la sartoria – come tutti gli altri mestieri – era un’arte che se non si tramandava, quantomeno si sceglieva sin da piccoli. E da nipote di due nonni sarti – cresciuto in un’infanzia tra forbici, ago, filo e cartamodelli – non nascondo di essermi molto emozionato il 27 dicembre scorso quando “Zio Ciccio”, fratello di nonna, “Zetta Cicciu” – come lo chiamava la mia nonnina quando me lo portava ad esempio – è stato premiato nella Chiesa Martice di San Pntaleone in Montauro dalla Cicas per i suoi cinquant’anni di attività in cui non ha mai smesso di lavorare per un attimo ed ha intenzione di continuare ancora a lungo.

Ma, soprattutto, mi hanno colpito le frasi della presentazione del premio: “Il sig. Francesco Gullà è sarto di fino. Ha iniziato a cucire a 6 anni, e adesso che ha superato 88 non ha più voglia di smettere. Perché passata l’urgenza di lavorare, gli è rimasta la passione: non tanto per l’ago e il filo, che pure sono necessari: ma per la gioia di vedere una giacca vestire a pennello il papà di una sposa, un cappotto pronto a sfidare con eleganza vento e freddo, e un abito fare la sua splendida figura su un ragazzo che deve fare bella figura alla sua prima importante”. Parole molto significative, che mi hanno portato molto indietro nel tempo, ma nella stessa misura mi invitano ad andare avanti, perché i valori e gli insegnamenti – soprattutto da parte di chi lavora, di chi “fa” con amore – non potranno mai affievolirsi.

Auguri, Zio Ciccio. E grazie, ma non solo a te.

AURELIO FULCINITI