Archivio mensile:novembre 2016

Un “No” contro la nuova casta dei “delfini”

Se ne stanno dicendo tante sul Referendum Costituzionale del 4 dicembre. I dibattiti fioccano su ambo i fronti, e proprio per questo motivo gli interrogativi sulla Riforma che il Governo vorrebbe fare approvare dal Popolo sono sempre più serrati. Ma la domanda più incredibile – e che fa sorridere di più – da parte dei sostenitori del “Sì” è sempre: “Dimostrateci che questa riforma non porterà dei vantaggi?”. È una domanda che a volte fa cadere le braccia e proprio per questo suscettibile di numerose risposte. A dispetto del titolo del quesito referendario, ambiguo e tendenzioso già in partenza, più degli slogan ingannevoli coniati dal Pd basta concentrarsi sul fulcro che nelle intenzioni dei favorevoli dovrebbe contribuire a fare alzare la leva elettorale: quello della “supposta” abolizione del Senato, con conseguente, presunta riduzione dei costi del Parlamento. 215 senatori in meno, con costi di mantenimento del Senato ugualmente onerosi e 100 “senatori” farlocchi, “eletti” senza alcun dubbio con i metodi “certi” della casta.

Il Senato attuale ha mantenuto per anni, se non una funzione di trasparenza (poco presente a prescindere nella politica italiana), quanto meno una sorta di efficace “doppio controllo” sull’attività legislativa, che oggi per i favorevoli è diventato improvvisamente costoso. E la spesa sulle spalle dei cittadini rimarrà, riducendo però gli spazi di democrazia. Con una siffatta riforma come quella renziana, la nuova Camera dei Deputati potrà legiferare velocemente e a suo esclusivo piacimento, con rischio di danni incalcolabili al Paese, azzerando il dibattito parlamentare e soprattutto il rapporto con la parte “viva”, gli elettori, e cancellando anche l’ombra dell’ormai quasi estinto vincolo di mandato.

Maggiore è la sveltezza nel fare le leggi , minore è il controllo dell’opinione pubblica. Una democrazia mascherata, nelle mani di un uomo solo al comando.

Sono decisamente esilaranti, per utilizzare un linguaggio poco politico ma pienamente adatto alla questione, le piagnucolose dichiarazioni di esponenti del Pd che cercano di “intortare” l’opinione pubblica cercando di far capire che chi si dice di sinistra non può che votare sì. Sono dichiarazioni risibili, quando escono dalla bocca di chi si fa ricattare per mettere un segno sulla scheda. Dalle alte sfere piddine, infatti, è arrivato un “invito” che suona come una minaccia. “Il Pd non manda via nessuno, ma chi ricopre dei ruoli istituzionali dovrà assumersi delle responsabilità”. In Calabria, tanto per dire, molti di quelli che erano animati da buone intenzioni hanno improvvisamente cambiato rotta. Cadreghino docet. Se la poltrona scotta, bisogna scaldarla stando comodamente seduti. E anche a livello nazionale, Cuperlo e Veltroni – fra gli altri – si sono comodamente allineati.

Tutti aspirano a diventare “delfini” e nessuno vuole essere schizzato via dalle placide acque. In Calabria, tanto per dirne una, la novità sui “sindaci-senatori” – di cui non se ne sente affatto il bisogno, a prescindere, come pure per quanto riguarda i “senatori-consiglieri” – sta per essere modificata istituzionalmente, conferendo l’incarico al Sindaco di Reggio Calabria, l’aspirante “delfino” di Renzi, Falcomatà jr, in danno a quello di Catanzaro, Capoluogo di Regione – chiunque esso sia o sarà – e che ne avrebbe legittimamente diritto.

E gli altri “delfini”? Tutti a sguazzare placidi, sotto lo sguardo attento dei guardia-caccia – ma sarebbe più giusto dire dei cacciatori – del Pd. E non è l’unico caso di “delfinismo” attivo o passivo. Altri, di varia natura, si stanno verificando in tutta Italia. E sì, perché per un voto si farebbe qualsiasi cosa. Non avete idea di cosa sta succedendo, per esempio, fra consiglieri regionali di tutta Italia (e non solo nel Pd, ma anche a destra).

Questi personaggi della politica, per il carico istituzionale a cui si sono adeguati – ma non tutti – non possono permettersi di dare lezioni di sinistrismo a nessuno. Semmai, dovrebbero chiedersi come mai nelle piazze trovano sinistra, destra e grillini schierati a favore del no. Da soggetti che ormai in nome di un Sì “farlocco” hanno perso il contatto con la realtà, non ci si può aspettare in questo momento un ragionamento politico che abbia a che fare con la realtà. Essere di sinistra e riformisti non significa di certo essere cretini. Se il Pd ha davvero la capacità di raccogliere voti – e con il maggioritario del “porcellum” e delle liste pilotate ci sono forti dubbi in merito – può sperare di buttare sugli elettori il giogo che molti suoi servi hanno accettato di portare. Ma la “base”, la sinistra degli elettori, ben diversa da quella degli eletti, è sfiduciata da anni nei confronti della politica e non ha alcuna intenzione di farsi trascinare nell’urna con la matita in mano a mettere un segno laddove non si riconosce. O almeno così pare.

In pochi hanno letto la riforma elettorale – peraltro poco comprensibile – ma non c’è bisogno di fare una ripetizione di linguaggio politichese, per capire che un Senato “ombra” è una burla che cancella – a parole – una vecchia casta per inserirne in circolo una nuova. E non occorre essere dei politologi per capire che una forma di leaderismo titanico prenderà il sopravvento e non potendo fare dell’Italia una Repubblica Presidenziale qualcuno ha già pensato a come incamerare pieni poteri. La Costituzione verrà utilizzata per conferire al Premier – chiunque esso sia – e al Parlamento il potere titanico di decidere su questioni che neanche lo riguardavano, essendo prima di competenza delle varie autonomie locali.

Chi è veramente riformista sa benissimo che la Costituzione si cambia in maniera condivisa e non accettando “ob torto collo” – nel vero senso della parola – ogni sorta di scempiaggini o di inesattezze, come stanno facendo i “rappresentanti istituzionali” di cui si è parlato qualche riga fa. L’Italia – almeno alla luce dei fatti – merita molto di più. Ma la dittatura della partitocrazia sottratta agli elettori, in questo momento, non ha da produrre altro che non sia uno scenario poco edificante dove è la politica a tentare di afferrare i cittadini e non il contrario, come democrazia vorrebbe.

Aurelio Fulciniti

‘U Ciaciu, dall’altra parte della Calabria.

Da artista a soggetto d’artista. Il tutto per entrare nell’opera d’arte tre volte, come soggetto ritratto, come fruitore e – novità assoluta – come fonte di ispirazione. Ed è Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu, ritratto nelle foto di Federico Losito, ospite per una collettiva in residenza a BoCs Art di Cosenza. Artista passionale e dotato di una tecnica quasi tattile, che abbina l’attimo e l’occhio del fotografo al tocco dell’artista, Losito ha “esportato” un artista che – a dire il vero – anche fuori da Catanzaro spesso non ha bisogno di presentazioni. E il merito di Losito è anche quello di fornire un esperimento affascinante e a momenti paradossale di “meta-arte”, vale a dire di un’arte che implica da subito la riflessione su sé stessa. In questo caso, fra un artista e l’altro. O fra l’arte e l’artista, nel caso del fruitore esterno, già bene addentrato nell’argomento. E il fatto che una delle opere di Losito resterà in pianta stabile in riva al Crati, rende la riflessione di Losito ben più ampia e duratura.

E nel caso in specie, si interseca alla perfezione un’ulteriore analisi sulla figura di Saverio Rotundo, che in questi ultimi anni sta vivendo i frutti – passati i novant’anni – di una sua vivace e sempre continua riscoperta, in città ma anche al di fuori, varcando i confini calabresi ed in alcuni casi anche quelli nazionali, grazie all’interessamento dei più giovani e di chi sta tornando a riscoprirlo dopo averlo sottovalutato per anni. E il riuscito esperimento di Federico Losito dimostra, con largo margine, che in età avanzata Saverio sta uscendo fuori dalla figura dell’artista in sé per diventare una vera e propria icona, come fu a suo tempo Andy Warhol. Ora, per mettersi alla pari col genio statunitense, non gli rimane che ritrarsi da solo, magari con una delle sue storiche sculture assemblate.

Un’impresa che sarebbe anche possibile, ma tuttavia cozzerebbe con l’atteggiamento di Saverio, che ama stupire con abiti e mascheramenti variopinti di vario genere, e che però mai ha azzardato l’idea di essere lui il soggetto reale di una sua opera. E ben venga dunque l’esperimento ben riuscito di Federico Losito.

In queste ore si è detto che ‘U Ciaciu “è un artista che merita di essere maggiormente celebrato e rispettato per la sua fantasiosa genialità e per la sua ferma dedizione a produrre arte”, sostenendo persino che “chi non comprende le sue opere non ha diritto di giudicarlo e di decidere sul suo riconoscimento come artista nel mondo dell’arte”. Dichiarazioni un po’ ambigue e contraddittorie, poiché racchiudono un intervento di apertura e di chiusura nello stesso tempo. In questo caso, ci si può tranquillamente dissociare, poiché ‘U Ciaciu merita apertura incondizionata. Se non è stato profeta in patria nella sua città, non lo è stato per anni neanche in riva al Crati, causa l’ostilità che alcuni professori “cosentini” dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro gli hanno sempre riservato come artista. È il gioco delle parti, di pirandelliana memoria. Se prima Saverio per alcuni era un vaso di coccio, oggi è diventato un vaso di ferro. E la “meta-arte” ne è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo.

Aurelio Fulciniti