Archivio mensile:ottobre 2016

La stazione dei desideri (e anche il treno).

Proprio come nella celebre canzone “Azzurro”, c’è stato un tempo – neanche molto lontano, fino ad otto anni fa, ma nei ricordi di tanti sembra passata una vita e forse anche due, se fosse possibile arrivare a tanto – in cui un treno, partendo da una piccola, ma importante stazione di città, portava con sé i desideri ma anche le speranze di tanti. Un treno dei desideri che nei pensieri andava davvero all’incontrario, perché nei sogni di chi partiva c’era quello di cercare e trovare una nuova speranza e un futuro migliore, ma anche la voglia segreta di tornare indietro. Era la nostalgia del viaggiatore. Ma anche quella di chi scrive, che affacciandosi oggi dalla balconata di Bellavista, vede una stazione abbandonata e ripensa a quando – alle 22 circa – ogni sera si affacciava per veder partire uno dei tanti treni dei desideri, il mitico “Espresso” per Roma Termini, che ogni sera si fermava in stazione per prendere i viaggiatori e ripartire. E il fischio del capostazione, arbitro del percorso, segnava di nuovo il cammino di tante esperienze ed emozioni all’interno delle cuccette e degli scompartimenti bui, in cui si dormiva e spesso – al ritorno – poteva capitare di incontrare di nuovo, dopo anni, qualche amico. Il treno “Espresso” faceva decine di fermate e doveva cedere il passo a tutti i treni più veloci, ma era una palestra di vita, dove nel corso di viaggi interminabili di otto ore fino a Roma o di tredici fino a Milano e Torino, bisognava stare attenti a qualche pericolo, ma non mancavano le scoperte di esistenze positive. E neanche gli scorci indimenticabili, come la fermata alla stazione con davanti la Reggia di Caserta illuminata alle quattro del mattino, E valeva davvero il prezzo del biglietto.

E per una città come Catanzaro, la Stazione di Sala era praticamente un punto cruciale, un piccolo spazio vitale, una scorciatoia (si fa per dire, visti i lunghi tempi di percorrenza) verso un mondo non del tutto nuovo, ma pur sempre da scoprire.

E i treni notturni verso Milano e Torino erano un’altra lunga avventura. Quando vedevi scendere i viaggiatori in arrivo, appena giunti a destinazione, stremati e a momenti persino ciondolanti in precario equilibrio, oppure quelli in partenza, dal volto relativamente “fresco”, veniva subito spontaneo chiederselo: “Ma come fanno?”

Su quei treni, anche stando in transito per un paio di fermate, capivi veramente cosa significa per noi essere meridionali. Quante fatiche, quanto sudore, quanto attaccamento e quanta pena di partire o di ritornare. E la mente ritorna a quel 20 dicembre del 1997 – certe date capita di non scordarle mai, per tanti motivi – in cui, rimasti per caso senza passaggio a Soverato, si andò alla stazione, capitando fra tanti treni proprio su quello “notturno” diretto a Torino Porta Nuova, tra gli scompartimenti zeppi di valige e pacchi di cibo e ricordi, oltre che di persone. In quell’aria viziata ma scaldata dal calore della gente, capivi davvero cos’è “Sud”, e il perché – come cantava Rino Gaetano – “semmai qualcuno capirà, sarà senz’altro uno come me”. E arrivavi alla stazione trovando subito l’autobus per tornare a casa, perché quello era l’unico posto della città dove gli autobus arrivavano davvero in orario e i taxi (allora un po’ più numerosi, anche se non sono mai stati tanti), erano sempre lì, nei parcheggi, pronti a sfrecciare.

Oggi la stazione di Sala non esiste più. È stata chiusa nel 2008. E i mitici “treni della speranza” sono stati aboliti da un’amministrazione ferroviaria in tilt d’equilibrio che ha deciso – in piena autonomia – che la linea jonica non solo non avrà mai il doppio binario e l’alta velocità, ma non deve avere neppure un treno che la colleghi al resto d’Italia.

Oggi la stazione di Sala è stata sostituita dalla “moderna” stazione lungo la variante di Germaneto. Una stazione in apparenza avveniristica ma in effetti tetra e deserta come il luogo preciso in cui è collocata, dove si ha paura anche a fermarsi per pochi minuti. E sempre a binario unico, come a segnalare la strada per andar via e mai quella per tornare.

Quando passò l’ultimo treno dalla stazione di Sala, macchinisti e ferrovieri festeggiarono con bottiglie di spumante. Sarà un’usanza di chi passa la vita a lavorare duro fra stazioni e linee ferrate, ma francamente non si è mai capito cosa ci fosse da festeggiare.

C’è semmai – a conti fatti – da provare una certa vergogna.

AURELIO FULCINITI