Archivio mensile:maggio 2019

Il carretto dei ricordi

Se n’è andato, ma portando dietro di sé un carretto di ricordi, come quelli che trascinava per strada, lungo le vie di Catanzaro, pieni dei rottami che poi gli sarebbero serviti per accendere la sua fantasia e generare inconfondibili opere d’arte. Ma adesso in quel carretto ci sono soprattutto i ricordi, che in queste ore in tanti scrivono sui social, a partire dai colleghi d’Accademia, dagli amici lontani, da professionisti, docenti, artisti e singoli cittadini; il tutto da Anacapri a Firenze, per poi tornare a Catanzaro. Per l’occasione, è stato bello raccoglierne alcuni e riportarli qui, perché ci raccontano un po’ della vita di Mastro Saverio, anche di quella che conoscevamo meno. Non è sembrato il caso di mettere nomi e cognomi, un po’ per privacy – anche se i commenti sono pubblici – e un po’ per preservare la bellezza del ricordo. Ma chiunque si riconosca e voglia apparire con nome e cognome, non deve fare altro che scrivere in privato. Sarà bello condividere un ricordo con chi lo ha vissuto di persona.

– “Che personaggio che sei stato! Saverio, mi ricordo di te durante le “Settembrate” di Anacapri, con in testa il tuo inconfondibile cappello addobbato con le “frange” di metallo. Ti sentivamo arrivare già da lontano. Ci hai sempre portato formaggi e salumi dal tuo amato paese. Da tedesca arrivata ad Anacapri da poco, allora non capivo niente di quello che mi raccontavi parlando il tuo dialetto stretto, ma ancora oggi sono convinta di aver captato il messaggio. Ti osservavo parlare gesticolando e i tuoi occhi sprizzavano entusiasmo. Ti si capiva sempre, anche quando tacevi. Grazie di tutto. Buon viaggio artista d’altri tempi, ma più contemporaneo di tanti giovani”.

– “Quando ero bambino e incontravo u Ciaciu per strada, con il suo carrello di rottami metallici ed altro, non sapevo che li trasformasse in Arte, non sapevo che piantasse alberi e piante da frutta, non sapevo che era un anarchico; o per meglio dire un’anima libera. Lo vedevo come un personaggio atipico; e mi piaceva. Avrei voluto parlarci qualche volta ma non l’ho mai fatto; mea culpa”.

– “Il nostro Mastro Saverio lo ricordo che passeggiava in Accademia e osservava con occhio attento tutto quello che facevamo. Lo ricordo con stima ed era un esempio per tutti noi. Lui sfidava le leggi dell’Arte, ed era proprio per questo un grande artista. È stato spesso criticato e non apprezzato, purtroppo. I suoi lavori sono opere d’arte di valore immenso per la nostra città, che purtroppo a volte non lo ha mai calcolato”.

– “La scomparsa di Mastro Saverio mi porta indietro a tanti anni fa. Forse era il 1978, quando lo incontrai in Piazza della Repubblica a Firenze. Io giovane studente della facoltà di Architettura, lui in gita con docenti e allievi della neonata Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Era entusiasta di essere nella città d’arte più famosa al mondo e mi chiese di indicargli la strada per arrivare alla Galleria degli Uffizi. Lo accompagnai volentieri per quei pochi metri che da Piazza della Repubblica portano a Piazza della Signoria e nel breve tragitto elogiava i palazzi e le architetture rinascimentali fiorentine. All’epoca forse non era iscritto, o se lo era da poco, all’Accademia, ma sprizzava entusiasmo nostrano alla vista di quei luoghi fantastici. Addio Mastro Saverio: i catanzaresi ti ricorderanno per le “lattine pressate”, ma io ti ricordo per una bellissima statua fatta con i ferri di cavallo. Buon viaggio, Maestro!”

– “Frequentava l’Accademia già nel 1977. Ci diplomammo insieme. Ho un ricordo bellissimo di quel periodo: partecipava con curiosità alle lezioni di storia dell’arte con domande appropriate e voglia di approfondire questa disciplina. Il suo ricordo rimarrà vivo nei cuori di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Un vero artista, semplice, umile, ma con tanta voglia di comunicare con entusiasmo, ciò che la materia esprime, ossia forme e contenuti con un’ interpretazione unica che solo lui riusciva a dare. Era una persona sensibile, umana, rispettosa, artista dall’animo nobile e le sue opere da un materiale che poteva sembrare freddo, erano calde e parlanti”.

Quanta stima, e quanto rispetto traspaiono da questi ricordi. E tanti altri ce ne sono, in queste ore.

Si parla inoltre di rendergli un doveroso tributo, ma un’idea sarebbe fantastica: quella di trasformare il suo laboratorio in piazza Garibaldi, dove ha vissuto sempre e ha lavorato negli ultimi anni, in una piccola casa-museo. Da oggi, le scalette e la sedia ci sembrano più vuote che mai, ma entrando dentro “l’antro della balena” lo sentiremo sempre pulsare, come se non fosse mai andato via, e continuerà a pulsare anche per le vie e i vicoli del Centro Storico, che percorreva ogni giorno con il suo inseparabile carretto.

AURELIO FULCINITI

Ci mancherà la persona, ma l’Artista non morirà mai.

Non lo pensavamo immortale, ma di certo ce lo immaginavamo centenario, intento ancora a trasportare rottami di ferro per le vie della città, anche reggendosi col bastone. Ed invece eccolo lì, sull’uscio, che ci saluta per sempre prima di chiudere il portone che immaginiamo – ci piace tanto pensarlo e sicuramente sarà così – sia l’ingresso verso un mondo lontano dove il Paradiso degli artisti e della creatività sia ancora più fantasioso e sereno che in Terra.

In questi mesi, in tanti siamo stati in pensiero per lui. Dopo l’incidente ci erano giunte voci dapprima confortanti e poi sempre più preoccupate. A 95 anni – 96 li avrebbe compiuti il 2 giugno, fra pochi giorni – era comunque prossimo al termine di un grande percorso di vita, ma per noi che lo abbiamo seguito e soprattutto stimato aveva gli stimoli, la vitalità e la forza creativa di un trentenne, di uno che aveva già prodotto tanto, ma che aveva molto da dire.
Negli ultimi anni, le giovani generazioni hanno imparato ad amarlo e ad apprezzarlo molto più di quelle precedenti, e lui era grato di questo. In età avanzata, tanta giusta considerazione gli piaceva e lo stimolava ad essere sempre attivo. Bastava guardarlo in volto per capire: gli occhi diventavano giovani, se qualcuno lo apprezzava o si ricordava di lui.

Nei decenni precedenti, cercarono di amareggiarlo in tutte le maniere. Tentarono di farlo passare per una specie di fenomeno da baraccone o di denunciarlo per uno dei suoi laboratori all’aperto, facendolo passare, invano, per una discarica abusiva. Però si trattò di ignoranti allo stato puro e oggi di tutto vogliamo parlare, tranne che di ignoranza. Ciò che conta è che il pioniere dell’arte dell’abbandono, da autentico Giullare dell’Arte qual era si è fatto beffe di tutto e tutti e prima di lasciarci si è tolto la soddisfazione di vendere tutte le sue opere più importanti, che sono in collezioni private italiane e non. Il tutto alla faccia dell’ignoranza e sempre con il tono burbero e scanzonato del quale sentiremo in eterno la mancanza.

A poche ore dalla sua scomparsa, politici e autorità assortite stanno uscendo allo scoperto e tutti si ricordano di lui. E in questo momento, dopo aver varcato la porta, da lassù U Ciaciu starà sen’altro sorridendo. Eh sì, perché non era uno che cercava adulazioni né sovvenzioni e a queste rispondeva con uno sberleffo o una provocazione, quasi sempre sotto forma di opera d’arte. Lo aveva sempre fatto, nella vita, e lo starà facendo ancora adesso.

Come fabbro-artista ha avuto o avrà degli eredi? C’è chi lo ha apprezzato e chi lo prende a modello nel lavoro e nella produzione artistica, ma oggi lo possiamo ribadire ancora di più: Saverio Rotundo rimarrà per sempre unico e inimitabile. Si può prendere a modello la tecnica e magari migliorarla, ma il personaggio resterà un unicum, un pezzo unico che, anche facendo sforzo di ingegno e di fantasia sarà molto difficile paragonare a qualcun altro. Dell’artista che a Capri e Anacapri negli anni Settanta era quasi un’istituzione, stimato da Vittorio Sgarbi e molti anni prima da Arnaldo Pomodoro – che pur essendo uno scultore di fama mondiale dovette sudare parecchio prima di ricevere un’opera di Saverio – sarà impossibile trovare un clone, né tantomeno una banale imitazione.

Secondo lui l’arte e gli artisti erano destinati ad essere saccheggiati. L’arte per lui era di tutti e la gelosia in questo campo non aveva senso. Rimase sempre fedele a queste idee e tanti anni fa, durante una cena di artisti, lo dichiarò apertamente e ci brindò pure sopra con un bicchiere di vino: “Gli artisti sono tutti latri”, disse sostituendo la “d” con la “t” dialettale. Se gli artisti sono tutti ladri, lui è stato l’Arsenio Lupin della categoria. E come tale ci mancherà. Buon viaggio, Mastro Saverio.

AURELIO FULCINITI

Foto gentilmente concessa da “Area Teatro – Catanzaro Centro”