Il Catanzaro di Bruno Pace: quando eravamo re.

Per raccontare la storia del Catanzaro allenato da Bruno Pace ci vorrebbe un film. E vi assicuro che non ci stiamo allargando. O almeno un documentario come ad esempio “Quando eravamo re” di Leon Gast, che nel 1996 vinse l’Oscar raccontando l’incontro di boxe fra Mohamed Ali (o se preferite il grande Cassius Clay) e George Foreman a Kinshasa nel 1974, con testimonianze di prima mano ed emozioni assicurate. E fa piacere che sui “social” qualcuno abbia tirato fuori questo accostamento, che calza a pennello, perché il campionato di Serie A 1981/82 rappresenta non solo l’apice della storia giallorossa, con un piazzamento, il settimo posto, che resterà a lungo un record, se non addirittura per l’eternità, ma ricorda un crocevia di emozioni irripetibile. Oggi, a volerci fare un documentario su quella squadra incredibile ci sarebbero tutti i calciatori, però mancherebbe il protagonista, il creatore di quel miracolo sportivo, Bruno Pace, l’Al Pacino della panchina, scomparso a Pescara mercoledì 7 febbraio 2018.

Di quella squadra, costruita dal presidente Adriano Merlo e dal direttore sportivo Spartaco Landini, vale la pena raccontare un aspetto innanzitutto, che per molti tifosi di oggi pare quasi inaudito ma non lo è affatto. Non si parla di”miracolo” così a caso, ma ci sono dei validi motivi. L’aspetto riguarda la provenienza di quei calciatori, con un Massimo Palanca ceduto al Napoli e sostituito con Edi Bivi, proveniente addirittura dalla Mestrina – nell’allora Serie C2 – e su cui oggi nessuno scommetterebbe, trovandosi nella stessa situazione di allora. Invece segnò 12 gol in campionato (vice-capocannoniere dopo il romanista Roberto Pruzzo) e 5 in Coppa Italia. E non si può non citare Carlo Borghi – uno con la sua velocità, lo spunto acrobatico e il dribbling funambolico ci vorrebbe oggi – proveniente dal Catania in C1. O Antonio Sabato, centrocampista sempre puntuale anche in zona gol, che veniva dalla Sambenedettese, nella medesima categoria di Borghi, e che poi disputò buone stagioni nell’Inter con quattro partite giocate nella Nazionale maggiore, convocato da Enzo Bearzot. Oppure Andrea Salvadori, segnalatosi fra i migliori terzini sinistri del campionato, prelevato dall’Empoli (allora sempre in C1) e catapultato in Serie A senza tanti complimenti, ma con prestazioni di alto livello. E come non dimenticare Costanzo Celestini, arrivato dal Napoli con poche apparizioni in panchina e che a Catanzaro troverà la sua consacrazione disputando grandi stagioni da mediano inamovibile nel Napoli di Maradona. Solo un gravissimo infortunio non gli consentirà di disputare il campionato 1986/87 che vide i partenopei vincere il loro primo scudetto. Accanto a loro c’erano vecchi mastini che la Serie A la conoscevano come le loro tasche, del calibro di Claudio Ranieri, Piero Braglia, Tato Sabadini, Sergio Santarini e Franco Peccenini. E c’era anche qualche “bidone” come il rumeno Viorel Nastase: primo straniero della storia del Catanzaro, lunga carriera nello Steaua Bucarest e proveniente dal Monaco 1960 in Bundesliga, 3 gol in 31 spezzoni di partite nelle tre stagioni disputate a Catanzaro, più noto per le bisbocce che per le doti tecniche. E per ultimo Massimo Mauro, il ragazzo prodigio di casa giallorossa che proprio nella stagione 1981/82 troverà la sua consacrazione, iniziando una carriera di tutto rispetto con Udinese, Juventus e Napoli, al fianco di Zico, Platini e Maradona. Un po’ come i tre tenori del calcio mondiale.

Quella squadra, sia pur giovanissima nei suoi giocatori d’attacco, partì in sordina ma col passare delle giornate di campionato regalò grandi imprese contro le grandi squadre del calcio italiano. Ogni tanto, qualche battuta d’arresto, del resto fisiologica in un campionato a sedici squadre ancora più duro di oggi, ma poi quei giallorossi tornavano a far tremare tutti. “Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”, per dirla con una canzone di Paolo Conte. E si segnava anche, con alcuni gol fantastici ancora oggi apprezzati da tutti i veri appassionati di calcio, non solo italiani. Se c’è una frase che riassume in pieno la filosofia e il bel gioco di quella squadra la troviamo in un servizio di Beppe Viola trasmesso a “La Domenica Sportiva” per Inter-Catanzaro 1-1: “E non si sono messi a piangere neanche dopo aver subito il gol di Oriali. Ragazzi in gamba, questi”. Grande classe e temperamento su tutti i campi. Ad avercene oggi, di squadre così. Non esistono neanche in Serie A. Altro che piangere…c’era di che divertirsi.

E per far capire meglio il tutto a chi non c’era, è il momento di raccontare alcune partite indimenticabili di quel campionato.

Si inizia subito, alla prima giornata, con un impegno difficile al San Paolo di Napoli del fresco ex Palanca. Al gol partenopeo di Claudio Pellegrini su lancio perfetto dai quaranta metri di Ruud Krol, a tre minuti dalla fine arriva il rigore per il Catanzaro a seguito di un aggancio in area di Vinazzani su Sabato. Il debuttante Edi Bivi (ribattezzato erroneamente “Bivio” da Luigi Necco nel servizio a 90° minuto) non ha timori di sorta e spiazza il “giaguaro” Castellini senza tanti complimenti. Il tutto, con i tifosi giallorossi festanti in mezzo ai supporter napoletani della Curva B, senza incidenti di nessun genere e in un clima di vera festa. Cose che potevano accadere solo in quel bellissimo clima, con quei bei campionati, con quello splendido calcio italiano che non è più quello di un tempo.

Alla settima giornata, c’è la prima vittoria di quella fantastica stagione. Ed è un successo entusiasmante contro il Milan, per 3-0. Si parte subito con il primo gol dopo tre minuti, con un’azione corale da Celestini a Mauro per Sabato che mette al centro dove, a due passi dalla porta vuota Bivi – che giocava al posto di Nastase infortunato, pensate un po’ – non può sbagliare. Al decimo, uno dei gol più belli della storia del Catanzaro e forse anche della Serie A in assoluto (se l’avessero segnato Juventus, Milan o Inter a quest’ora i tifosi e gli appassionati starebbero ancora a riguardarlo e a studiarlo). Da uno dei tenti strepitosi contropiede di Massimo Mauro la palla va a Borghi che trovandosi davanti i due difensori rossoneri Collovati (a fine stagione Campione del Mondo in Spagna con la Nazionale di Bearzot) e Venturi, non si spaventa affatto e con molta naturalezza li supera entrambi lasciandoli sul posto. Manca all’appello solo il portiere Piotti che viene anch’esso superato con la palla che schizza sulla linea di gesso dell’area piccola ed entra in rete. A due gol così a un Milan completamente annichilito e frastornato dai colpi da ko del Catanzaro ci voleva un terzo gol altrettanto bello, E il gol arriva al 74’ con Mauro lanciato da Celestini in un solitario contropiede con Tassotti (mica l’ultimo arrivato) che cerca di fermarlo inutilmente anche tentando di tirargli la maglia, ma senza successo. Ed è – per la cronaca – l’unico gol in campionato di Massimo Mauro con la maglia del Catanzaro. Una partita, quella contro il Milan, che si può riassumere nella dichiarazione del portiere rossonero Ottorino Piotti a fine partita. Una frase che vorremmo sentire anche oggi, quale che sia la categoria, e sperando davvero che qualcuno ci ascolti: “Venivano avanti come furie, era difficile controllarli”.

Il 20 dicembre 1981 inizia poi il breve, ma intenso “ciclo magico” della storia del Catanzaro. Quattro vittorie di fila fra campionato e Coppa Italia non sono una cosa da poco e vale la pena raccontarle. La prima di queste partite si disputa all’allora Stadio Comunale di Torino, contro i granata allenati da Massimo Giacomini. Il Torino passa in vantaggio dopo alla mezz’ora con una conclusione di prima intenzione di Dante Bertoneri, servito in area da un cross radente di Giacomo Ferri. Dodici minuti dopo arriva il pareggio del Catanzaro, con perfetto contropiede Sabato-Mauro-Borghi, con quest’ultimo che mette in rete anticipando il portiere granata Terraneo in uscita. Nella ripresa, al 68’ arriva il gol del vantaggio definitivo: Borghi, dopo una pazzesca azione sulla fascia destra in cui supera di slancio in velocità il vecchio terzino granata Luigi Danova e mette al centro rasoterra per Bivi, che con un colpo fantastico da centravanti di razza riesce a spiazzare il portiere, che non ha neanche il tempo di accorgersene, tanta è la velocità dell’azione. Un gol che vorremmo rivedere oggi tale e quale, da sognarselo la notte.

Tre giorni dopo, c’è la seconda, esaltante tappa del ciclo. Al San Paolo di Napoli c’è la partita di ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia. All’andata il Catanzaro ha perso 0-1 in casa, con un gol di Claudio Pellegrini, e deve vincere al ritorno, per qualificarsi, correndo anche qualche rischio. Ma quella squadra non aveva paura e ci riesce nel secondo tempo. Al 66’ c’è un clamoroso malinteso della difesa napoletana che si distrae in blocco, lasciando Nastase completamente libero per segnare. Al gol del vantaggio, segue dopo otto minuti il raddoppio, con un gol di testa in tuffo di Santarini. Dopo un solo minuto, il Napoli accorcia le distanze: dopo un pasticcio nella difesa giallorossa, il terzino azzurro Claudio Vinazzani colpisce da terra il pallone con un tiraccio orrendo ma efficace che sorprende tutti, compreso il portiere Zaninelli. Ci saranno altri brividi, ma il Catanzaro sprecherà almeno tre occasioni buone per il terzo gol, portando però a casa risultato e qualificazione.

Dopo le feste di Natale e Capodanno, si torna a giocare in campionato, il 3 gennaio e i giallorossi vincono in casa per 3-0 contro un Cesena a quei tempi in grande spolvero con reti – tutte nel secondo tempo – di Bivi, Celestini e Sabato. Ma l’apoteosi del ciclo arriva il 10 gennaio, quando il Catanzaro è di scena in casa contro il Genoa e vince per 1-0 con un gol che alla fine risulterà fra i più belli dell’intero campionato di Serie A: lo segnerà ancora una volta Carlo Borghi, un artista del gol, capace di non segnarne mai di banali, ma sempre spettacolosi. Al 26’ su un cross dalla sinistra il portiere del Genoa Silvano Martina respinge lungo di pugno, ma proprio sui piedi di Borghi che si esibisce in una spettacolare rovesciata dal limite dell’area, con la palla che termina in rete nell’angolo più lontano.

Passati appena tre giorni, il 13 gennaio, si gioca un’altra partita epica, su cui si è raccontato già quasi tutto ed al tempo stesso ci sarebbe ancora molto da raccontare. Ed è il recupero della partita Catanzaro-Roma, sospesa il 13 dicembre al 38’ del primo tempo per il vento. Un incontro di recupero che lascerà anche una traccia nella storia del cinema, facendo da filo conduttore al film “Io so che tu sai che io so” con Alberto Sordi e Monica Vitti. Ci sarebbero tanti dettagli da raccontare, in campo e fuori, ma una cosa è sicura: lo slalom di Bivi in area che supera in slalom mezza difesa romanista e il tocco di Nela su punizione-cross di Falcao non saranno mai dimenticati facilmente. E anche al ritorno, il 18 aprile 1982 all’Olimpico, saranno fuochi d’artificio. Il risultato è un 2-2 a base di grande calcio, come sottolinearono nelle loro cronache i maggiori quotidiani nazionali, sportivi e non. Al 7’ Bivi riceve palla Salvatore, la scambia con Borghi dopo magnifica azione combinata e batte Tancredi in uscita. Dopo due minuti della ripresa, la Roma pareggia con una delle solite punizioni al fulmicotone di Di Bartolomei dal limite dell’area. Dopo altri sei minuti Bivi colpiva il palo e segnava nel giro di un istante, riprendendo in un secondo la respinta dello stesso. Il definitivo pareggio lo segnava Bruno Conti, con un gran tiro a spiovere da fuori area. “Un pizzico di spregiudicatezza fa bene al calcio”, dirà Bruno Pace nelle interviste a fine partita. All’anima della spregiudicatezza.

Ma la vittoria in trasferta più prestigiosa arrivò il 14 marzo. Vincere a San Siro non è cosa da tutte le domeniche e per una squadra di provincia, per giunta del Sud, è un evento non secondario. Il Catanzaro ci riesce contro il Milan, bissando la vittoria dell’andata. Segna ancora una volta Bivi, raccogliendo con il suo tocco fulmineo la palla respinta dal palo in seguito all’ennesima azione travolgente dalla destra, stavolta di Massimo Mauro.

Il Catanzaro continuerà a vendere cara la pelle in campionato e il 16 maggio 1982 la Juventus dovrà sudare non solo sette camicie ma almeno il doppio per vincere di misura a Catanzaro e conquistare all’ultima giornata lo scudetto. Segnerà il regista irlandese Liam Brady al 75’ su rigore concesso per un fallo di mano casuale di Celestini quasi sulla linea di porta, ma l’arbitro, il signor Claudio Pieri di Genova, si “dimenticherà” di fischiare nel primo tempo il rigore per il Catanzaro per un fallaccio solare di Brio su Borghi, rimasto del tutto impunito. Quando si tratta della Juve, l’arbitro “dimentica” sempre qualcosa. E non è solo storia di ieri, se vogliamo. E nella partita parallela Cagliari-Fiorentina, con i viola a pari punti con i bianconeri, l’arbitro Maurizio Mattei di Macerata “vedrà” fin troppo bene un fallo inesistente nell’azione che porterà al gol viola l’argentino Daniel Ricardo Bertoni. Finirà 0-0. Rete annullata, tanti saluti e scudetto alla Juve.

A parte il campionato, altrettanto epiche saranno le semifinali di Coppa Italia contro l’Inter. Imbattuto in campionato (0-0 in casa e 1-1 a San Siro) il Catanzaro uscirà dalla Coppa combattendo, dopo i tempi supplementari e non senza una massiccia dose di sfortuna. Al’andata, il 10 marzo, al 39’ in Catanzaro passa in vantaggio in contropiede con Mauro che serve l’artista del gol Carlo Borghi, il quale si libera agevolmente dello “zio” Bergomi e da 25 metri lascia partire un gran tiro con pallone che rimbalza a terra davanti al portiere Bordon e si infila in rete. Nella ripresa, al 53’, c’è un angolo per l’Inter, battuto da Pasinato per Altobelli che gira prontamente in porta, con Zaninelli che respinge nei pressi di Bergomi che ribatte in rete; al 72’ è lo stopper nerazzurro Bachlechner che appoggia a Bagni, il quale lancia Pasinato che serve nuovamente Bachlechner, il quale entra in area (non ci entrava quasi mai, almeno in quella avversaria) che crossa per Altobelli che segna in rovesciata.

Una sconfitta difficile da accettare, ma che ha l’effetto di caricare ancora di più il Catanzaro per la partita di ritorno. Al ritorno, davanti a uno stadio tutto esaurito con oltre 200 milioni di incasso. Al solito gol da punta rapace di Bivi dopo due minuti seguì nella ripresa (con le due squadre in 10 per le espulsioni di Braglia (ingiusta) e Bini al 42’ del primo tempo) un rigore provocato ingenuamente da Salvadori e segnato da Beccalossi. L’immenso Borghi riporta in vantaggio i giallorossi, Canuti dell’Inter viene espulso al 69’ lasciando e si va ai supplementari. Al pareggio di Altobelli al 97’ seguirà il gol di Cascione al 104’. Il secondo tempo supplementare sarà un assedio giallorosso, ma le speranze del Catanzaro si spengono su un palo colpito da Sabato nelle ultime battute di gioco. Per la cronaca, l’Inter batterà in finale il Torino, sconfitto in casa e in trasferta dal Catanzaro. Con un pizzico di fortuna in più si poteva sperare nell’apice della gloria, ma fu lo stesso una grande stagione.

A corollario di un’emozione che dura ancora oggi nei ricordi di chi c’era e di chi l’ha sentita raccontare, ci furono anche soddisfazioni in azzurro. Bivi, Borghi, Celestini e Mauro furono convocati nella Nazionale Under 21 di Azeglio Vicini, anche per la partita Italia-Scozia 0-1 giocata proprio a Catanzaro. Bivi fu addirittura inserito nella lista iniziale dei 40 “azzurrabili” per i Mondiali di Spagna del 1982 ma poi gli fu preferito Selvaggi. E per finire, si parlò persino di un Bruno Pace addirittura candidato al ruolo di ct della Nazionale maggiore in caso di fallimento di Enzo Bearzot in Spagna. Sarà stata una leggenda metropolitana, chissà, ma l’Italia vinse il Mondiale regalandoci un’ennesima grande emozione in quella che – viste anche le annate successive – fu e rimane la più grande stagione del calcio italiano. Una stagione tinta d’azzurro e con forti venature giallorosse.

AURELIO FULCINITI

P.S. (foto tratta da Catanzaronepallone di Enzo Minicelli).

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Saverio, l’artista senza compromessi.

C’è sempre più attenzione, in città, per il Maestro Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu. Alla sua età veneranda ma tuttora proficua di presenza ed attenzione, soprattutto ora che a Catanzaro si registra un lento ma assai significativo risveglio culturale – la strada è lunga, dopo anni di volontarie amnesie da questo punto di vista, ma il percorso è tracciato e vede delle tracce stimolanti, con giovani menti e giovani idee – ‘U Ciaciu non si sarebbe mai aspettato tanto interesse nei suoi confronti. Ma così è, ed è positivo. In una città dove l’arte è stata per lungo tempo un “prodotto di nicchia”, con pochi veri appassionati ed un gruppo di artisti bravi ma che col tempo formavano un club ristretto, con qualche crostaio malato di presunzione che cercava di accreditarsi nello stesso ambiente, ma veniva subito respinto. Il tutto mentre anche l’Accademia di Belle Arti era anch’essa una realtà di nicchia, mentre oggi appare aperta ed anzi spalancata al territorio, ansiosa più di ieri di estendere la sua visibilità non solo in città, ma anche in Italia e all’Estero. Un “milieu”, un ambiente positivo, nel quale non stanno mancando di uscire fuori anche proposte di vario genere.

In questo contesto, sempre riguardo a Saverio, è stata rinnovata la proposta di collocare una sua opera nel Parco della Biodiversità Mediterranea. Sarebbe un buon “premio alla carriera”, un riconoscimento per farlo sentire finalmente, in tarda età, più profeta in patria. Le opere da collocare ci sarebbero, ma dovendo sceglierne una, Saverio avrebbe ora il privilegio più unico che raro di decidere quale opera potrebbe essere destinata a stare in mezzo – o anche leggermente defilata, non importa, l’essenziale è che sia lì dentro – alle opere dei grandi maestri dell’Arte Contemporanea ospitati nel Parco. Non sappiamo se un’opportunità del genere possa verificarsi – al momento ne sappiamo meno di tutti – ma c’è un ostacolo insormontabile: la politica. E non parliamo di uomini politici in particolare e neppure in generale, bensì dell’antipatia che ‘U Ciaciu ha sempre avuto per la politica. Anzi, sarebbe più giusto dire che si tratta di totale distacco. Nella sua “Galleria d’Arte dell’Abbandono”, che oltre ad essere la sua fucina è praticamente la sua casa – anzi, le sue case, visto che negli anni ha lavorato in vari luoghi della città – nessun politico ha mai messo piede. Qualche politico, anche di livello nazionale, ha comprato una sua opera, ma non di più. E questo distacco con la politica è stato non solo cercato, ma ampiamente ricambiato. Senza contare che, ogni volta che la politica ha pensato di interessarsi alle sue opere, lo ha fatto suscitando reazioni distaccate in lui e persino umilianti per chi lo conosce bene e lo apprezza. Quando si propose e si mise in pratica di piazzare due sue opere, fra cui la celebre “Donna al volante” al centro delle rotonde di viale Magna Grecia, queste si trasformarono in breve tempo in due rottami semi-nascosti dalle erbacce. Persero le loro identità artistica, insomma. E furono portate via da lì, perché anche lo stesso Saverio, all’epoca in piena attività, sicuramente provò vergogna – anzi, più che altro una forte arrabbiatura – nel vederle maltrattate e oscurate in quel modo. E un altro episodio simile avvenne quando ci fu al Parco archeologico dello Scolacium la mostra all’aperto dello scultore londinese Antony Gormley, autore di “Seven Times”, l’opera d’arte più conosciuta e fotografata del Parco della Biodiversità, alla pari con il “Cerchio imperfetto” di Mauro Staccioli. Saverio, dalla presenza colorata e bizzarra come sempre, avvicinandosi all’artista fu fotografato da Gormley insieme a suo figlio, come un clown. Un artista – sia pure non abbastanza accreditato – ridotto a pantomima. Qualcuno avrebbe anche potuto presentarlo a Gormley, fra i tanti ospiti di grande livello presenti, dal momento che Saverio non conosce l’inglese e giustamente non poteva presentarsi. Magari avrebbero socializzato e ‘U Ciaciu magari gli avrebbe mostrato qualche sua opera, così, senza impegno. Invece la scena della foto col bimbo dimostrò che almeno un minimo di convenevoli sarebbe stato necessario.

Ma si tratta di acqua passata. E però non bisogna dimenticare che un’iniziativa come quella dell’eventuale collocazione di una sua opera al Parco farebbe piacere a tutti noi, ma va inserita a pieno titolo nella vita e nell’opera di un uomo che in quasi un secolo di vita non si è mai compromesso con politici di nessun colore. Se l’avesse fatto, sarebbe diventato celebre in Italia e anche all’Estero e magari studiato finanche nei libri di storia dell’arte. Il tutto, critici permettendo. Ma la politica, si sa, fa miracoli anche con i critici d’arte. D’altronde fu Antonio De Curtis, Totò, a suggerirglielo sessant’anni fa, durante un viaggio in treno: “Con i politici non bisogna mai avere a che fare”. E Saverio gli ha tenuto fede, restando – per fortuna sua e nostra – sempre senza compromessi.

AURELIO FULCINITI

‘U Ciaciu, ancora una volta Protagonista.

La scultura potrete vederla presto dal vivo – come in tantissimi hanno avuto modo di vedere, nel cortile di Palazzo De Nobili fino al 6 gennaio scorso, Petrus, il mitico cavallo che ha incantato i visitatori – ma il protagonista ve lo abbiamo fatto vedere subito, nella foto della nuova opera di Nuccio Loreti, con tanto di dedica autografa dell’artista. Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu, dopo decenni in cui è stato quasi tenuto in disparte sia dai critici d’arte – quelli più prevenuti e ostili a prescindere, si intende – che dai suoi stessi concittadini, poco abituati all’arte e agli artisti, alla sua età veneranda – da oggi ci rifiutiamo di dire quanti anni ha, perché per noi è un totem, un mito, e come tale senza età – sta vivendo da anziano una nuova giovinezza. Tutti si stanno accorgendo di lui, da quelli che lo hanno scoperto per la prima volta a quelli che lo avevano sottovalutato a prescindere. L’artista – come tutti i suoi colleghi, d’altronde – può essere discusso e forse per questo esiste l’arte e chi la fa, ma il personaggio ‘U Ciaciu è troppo grande per essere riconosciuto. Oggi è costretto a camminare col bastone, lavora poco rispetto al passato anche recente, in cui trascinava da solo a mano carrelli pieni di pesanti residui di ferro con cui ha sempre inventato le sue opere, da fabbro provetto, capace di legare insieme qualsiasi metallo, e da artista del riciclo che ha anticipato praticamente molti – se non tutti – da questo punto di vista. Molti sostengono che l’arte del riciclo è nata a Cuba, ma ‘U Ciaciu è artista fin dagli anni trenta del secolo scorso. Quasi ottant’anni di lavoro, che raccontati da lui sembrano un’infinità ma rievocati sembrano persino pochi. Forse solo Pablo Picasso, con la sua celebre “Testa di toro” (composta da un manubrio e un sellino di bicicletta arrugginito – è arrivato cronologicamente prima di lui. Ed ancora oggi, sia pure in età avanzata, ‘U Ciaciu conferma i pregi che lo hanno reso longevo, anche come artista: la curiosità, l’impatto visivo che lo contraddistingue – come presenza, lo diciamo col massimo rispetto perché l’artista è tale anche quando appare, è sempre stato il numero uno dalle nostre parti, per fantasia e carisma – e un presenzialismo irriducibile. Dove c’è arte c’è lui, circondato con affetto, oggi, da giovani e meno giovani. Un personaggio così, stimato e ammirato, fra gli altri, da Arnaldo Pomodoro e Vittorio Sgarbi – personalità infinitamente superiori a quelle di livello più basso (sia pure con titoli accademici) che lo hanno criticato in passato, non poteva che trovare un amico, un collega di lavoro (fabbro di professione anche lui) e un artista che non solo lo prendesse a modello, ma lo rendesse addirittura protagonista di una sua opera che come titolo non poteva che portare il soprannome del personaggio ritratto, con il quale è conosciuto praticamente da chiunque. Un’opera che è nata praticamente da un’illuminazione, ed è lo stesso Nuccio a raccontare il modo in cui è traboccata la sua ispirazione: “Eravamo davanti casa del Ciaciu con mia moglie. Io ho detto: chi sa dov’è adesso? E Mia moglie rispose: “Sarà dentro: e lui un’opera d arte! E da quella risposta mi si è accesa una lampadina”. Parole semplici, ma che colpiscono, rendono l’idea.

“Da ragazzo – prosegue Loreti – quando mi capitava di andare dal mio quartiere di Gagliano al centro di Catanzaro, spesso lo incontravo, ‘U Ciaciu. E rimanevo sempre impressionato della personalità di quest’uomo E ho voluto rispecchiarla nella scultura che ho fatto. Nei capelli, nell’ espressione del viso. E anche nel cappello, ho voluto che anche quello gli desse una personalità, un’importanza che merita e gli si riflette addosso anche quando lo incontri dal vivo”. Nuccio Loreti ha tratto dal metallo un’opera sincera, espressiva che trasmette grande forza ed incisività. A partire dallo sguardo, appunto. E i particolari sono curati al meglio delle loro possibilità. Qualche critico classicista e in vena di banali stroncature ha rimproverato a Loreti di non essere perfetto in tutti i dettagli. Un discorso che poteva valere per gli scultori dell’Antica Grecia, perfetti conoscitori dell’anatomia umana e animale, ma che oggi non sta né in cielo né in terra. Da Picasso in poi c’è stato nell’Arte moderna e soprattutto contemporanea un qualcosa di perfetto? La risposta, logica e quasi lapalissiana, è sicuramente no. Le doti importanti, in una scultura contemporanea, possono considerarsi l’ampiezza della visione nel suo complesso, il carisma, la forza espressiva. E anche i dettagli, che seppure non perfetti devono esaltare l’opera. In questo ed altro, si può dire che ha superato anche stavolta l’esame. È degno dell’opera che ha dedicato al suo Maestro.

AURELIO FULCINITI

La Sartoria come scuola di vita.

Una realtà moderna dove rimangono ormai pochi artigiani è una realtà che decide di per sé di rinunciare alla bellezza, all’eleganza e allo stile. Dietro l’artigianato, non si nasconde solo una grande cultura del lavoro – che andrebbe maggiormente divulgata, in tempi nei quali viene spesso tenuta da parte, e del tutto a torto – ma anche il rispetto per i materiali, per i dettagli e soprattutto per il cliente. Oggi, in una società di per sé sempre più frettolosa, si è persa l’abitudine alla classe, nonché alla sensazione di benessere fisico che danno le cose belle, quelle fatte con cura o su misura.

Senza nulla togliere a tanti artigianati e a tanti stili, va precisato che quello del sarto rimane ancora oggi fra i mestieri più affascinanti, perché più di altri mette a contatto la persona con la bellezza e l’eleganza, con un concetto di stile che arriva su misura in tutti i sensi, perché si adatta finanche alla personalità di chi indossa un qualcosa che è stato preparato apposta per lui, in base alle proprie esigenze e al proprio modo di vedere le cose e magari anche la vita di tutti i giorni. Anzi, soprattutto quella. Un tempo, la sartoria – come tutti gli altri mestieri – era un’arte che se non si tramandava, quantomeno si sceglieva sin da piccoli. E da nipote di due nonni sarti – cresciuto in un’infanzia tra forbici, ago, filo e cartamodelli – non nascondo di essermi molto emozionato il 27 dicembre scorso quando “Zio Ciccio”, fratello di nonna, “Zetta Cicciu” – come lo chiamava la mia nonnina quando me lo portava ad esempio – è stato premiato nella Chiesa Martice di San Pntaleone in Montauro dalla Cicas per i suoi cinquant’anni di attività in cui non ha mai smesso di lavorare per un attimo ed ha intenzione di continuare ancora a lungo.

Ma, soprattutto, mi hanno colpito le frasi della presentazione del premio: “Il sig. Francesco Gullà è sarto di fino. Ha iniziato a cucire a 6 anni, e adesso che ha superato 88 non ha più voglia di smettere. Perché passata l’urgenza di lavorare, gli è rimasta la passione: non tanto per l’ago e il filo, che pure sono necessari: ma per la gioia di vedere una giacca vestire a pennello il papà di una sposa, un cappotto pronto a sfidare con eleganza vento e freddo, e un abito fare la sua splendida figura su un ragazzo che deve fare bella figura alla sua prima importante”. Parole molto significative, che mi hanno portato molto indietro nel tempo, ma nella stessa misura mi invitano ad andare avanti, perché i valori e gli insegnamenti – soprattutto da parte di chi lavora, di chi “fa” con amore – non potranno mai affievolirsi.

Auguri, Zio Ciccio. E grazie, ma non solo a te.

AURELIO FULCINITI

F for Fake – F come Falso.

Il titolo è molto evocativo e si riallaccia alla stretta attualità e ad un riferimento cinematografico ben preciso e più da cinefili, ma ben calato nella realtà di oggi per la stretta attinenza di alcuni contenuti con essa. E anche l’immagine che accompagna ciò che state per leggere, sia pure estrema, è ben pertinente con lo state reale delle cose.

Stiamo parlando di un argomento estremo, e dunque le immagini, i riferimenti e soprattutto il testo non possono che essere altresì estremi, netti e reali.

Il titolo prende in prestito il titolo dall’omonimo documentario di Orson Welles del 1973, dedicato ai falsi e ai falsari, nella letteratura come nell’arte. Il film si apre con una citazione di Welles che ci permettiamo di prendere come un punto di riferimento per gli argomenti che andiamo a trattare: “Questo è un film che parla di raggiri, di frodi. E anche di bugie. Raccontate davanti a un caminetto, in una grande piazza o in un film, quasi tutte le storie più o meno celano una qualche menzogna”. Dall’autore di “Quarto Potere”, film capolavoro della storia del cinema che ha aperto per primo gli occhi sulla stampa e sui suoi meccanismi, a volte persino perversi, non poteva che arrivarci un assist perfetto per introdurre il discorso. E un altro assist ci arriva da uno dei falsari citati nel documentario, quello letterario, vale a dire Clifford Irving, lo scrittore statunitense che in quegli anni riuscì a far passare per vera un’intervista ad Howard Hughes, lo stravagante miliardario americano interpretato anni dopo sullo schermo da Leonardo Di Caprio in “The Aviator”.
L’intervista passò per vera fino a quando Irving non venne sbugiardato da Hughes stesso.

E giacché l’argomento è ormai fissato e gli assist sono di prim’ordine per farci capire la potenza universale del raggiro, non si può che parlare di “Fake News” e della deviazione malata dell’informazione che sballotta e disorienta il lettore del web, manovrandolo spesso come l’immagine sopra il titolo suggerisce in maniera assai efficace.

In un panorama politico plumbeo come quello attuale, pieno di mezze figure e attualmente a vuoto di argomenti, è prevedibile che le deviazioni non ortodosse della “Galassia Gutenberg” del Terzo Millennio – trasferita dalla carta stampata al web – suscitino polemica in ambiti che non siano quello stretto dalla libertà di stampa garantita dalla Costituzione e offerta o trasmessa al Cittadino. Questo “interesse” non dovrebbe normale, ma quantomeno dovrebbe risultare secondario, perché è il lettore ad essere il fruitore, l’ignaro padrone e in definitiva la vittima delle “Fake News”. Se nel dominio della carta stampata era la notizia ad arrivare al lettore, oggi succede l’esatto contrario. Ed è il lettore ad arrivare alla notizia, che gli viene offerta sul web con qualsiasi tipo di forma. E così diventa l’ignaro padrone, perché può scegliere cosa leggere. Ma nei fatti non può scegliere pressoché nulla, perché mancando il supporto “fisico” della notizia (il quotidiano, il settimanale, il periodico) si trova completamente sballottato ed è fisiologicamente impossibilitato a capire, a distinguere tra una fonte e l’altra. Se un tempo un libro poteva passare tranquillamente per falso, come quello di Clifford Irving su Howard Hughes citato nel film di Orson Welles, oggi il coefficiente di falsità che circola sul web è altissimo e con percentuali preoccupanti e in forte crescita. Oggi i “pupari” dell’informazione hanno gioco molto facile e per tutta in serie di cause. Per elencarle tutte, lasciamo il compito agli studiosi e ai “guru” dei mass-media, ma da comuni lettori possiamo individuare facilmente una di queste cause: la percezione distorta e anomala dell’informazione da parte dei lettori. “Questo telegiornale andrà in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali”. È la famosa battuta con la quale Daniele Luttazzi apriva il suo Tg satirico in televisione. Sembra solo una battuta, un po’ estrema, ma oggi ci rendiamo conto che non lo è. Si tratta di una realtà inconsapevole – ma per alcuni, purtroppo, perfettamente consapevole – che coinvolge il lettore medio di oggi, quello del web. La soglia di percezione della notizia scritta (e non solo, perché anche quella parlata e scritta non si sottraggono a una certa ambiguità) si sta abbassando sempre di più, perché le persone si limitano a leggere titoli sempre più tendenziosi senza leggere gli articoli; o cascano nel tranello di un titolo offensivo o completamente falso che in realtà copre il pezzo di una testata attendibile; e ci sono migliaia di persone che, influenzate pesantemente dal catastrofismo indotto oggi dai mass media e dal web, non sono in grado di distinguere fra una testata falsa e una vera, “imboccandosi” qualsiasi scempiaggine o notizia becera che gli viene propinata, con una crescente, personale, intima percezione della verità laddove di questa non esiste neanche l’ombra. Questa è la realtà attuale, quella anticipata in vari modi ma tuttora ignorata, perché i “pupari” del Fake hanno a disposizione spazi immensi per operare e con una popolazione dove c’è persino chi non sa leggere un titolo o un articolo il lettore viene illuso di essere padrone dell’informazione globale ma nella nuda e cruda realtà si trova ad occupare il ruolo di marionetta comandata inconsciamente ma nella perniciosa auto-convinzione di essere persino nel giusto. Le soluzioni, i rimedi? Al momento la situazione pare ferma, senza sbocchi, nelle salde mani dei pupari che sguazzano sicuri nell’immensità del web. Chi fa reale informazione, seria e attendibile, può reagire a questa tendenza perniciosa, invertendola e magari proponendo un’ideale “educazione all’informazione”, tornando sia pure dopo un lungo percorso a quel clima dei tempi della carta stampata in cui secondo Indro Montanelli “il lettore è il nostro vero padrone”, ma a differenza di oggi veniva tutelato e non tradito. Lottare contro i “pupari” del web non è facile, ma una strada può essere comunque tracciata.

AURELIO FULCINITI

La leggenda dei portieri goleador.

Il gol di Alberto Brignoli da Trescore Balneario in Provincia di Bergamo, segnato al 95’ con la maglia del Benevento contro il Milan, che è valso il pareggio alla volenterosa “Strega” sannita, ci riporta da un calcio che sembrava appiattito a quel calcio fatto di episodi leggendari ma accaduti realmente e quasi impossibili da ripetere. Un episodio di quelli che, come si suole dire in questi casi, sarà raccontato a figli, nipoti e magari pronipoti. Un gol che nella sua bellezza oggettiva poteva essere segnato solo da un portiere. Lo stacco, lo scatto, il tuffo, sono quelli di un portiere. È un gol nato bello per caso. E anche il Benevento, dopo ben 14 sconfitte in cui non si e mai dato per vinto, lottando in maniera indomita anche contro Juventus e Inter e penalizzato dalla sfortuna con squadre più abbordabili, ci ha riconciliato con il calcio. Con un altro calcio, per essere precisi: quello della “Provincia” italiana, da Nord a Sud. Quello degli anni ’70, ’80 e ’90 di un secolo che anagraficamente è trascorso, ma è sempre vivo in chi seguiva il calcio da ragazzo e negli appassionati di questo sport in generale. Era il calcio dell’Ascoli, dell’Avellino, del Catanzaro, del Como, del Cesena, della Cremonese e di tante altre squadre che si misuravano con le “grandi” in maniera prudente ma senza alcun timore reverenziale, perché l’orgoglio di rappresentare il blasone di una città di provincia e la voglia di fare bella figura perché c’era un’intera tifoseria a seguirti in casa e in trasferta facevano la differenza. Onore al Benevento, dunque, perché ci dimostra oggi che c’è ancora spazio per la lotta e per l’orgoglio in un calcio di oggi popolato a volte da pusillanime e poppanti, da squadre che tirano indietro la gamba, si risparmiano e si “scansano” davanti alle “big” del campionato, con la complicità di allenatori che con la scusa del turn-over alle volte sembra quasi che si rifiutino di giocare. Il Benevento invece è la “provincia che si sveglia”. Quella sana, quella di una volta, quella di cui si sentiva davvero il bisogno anche quando non fa risultato. Non a caso, degli 11 gol segnati dai portieri nel campionato di Serie A a girone unico, dal 1929 ad oggi, ben 6 sono stati realizzati da portieri che vestivano la maglia di squadre di provincia. Perché quando stai perdendo nel tuo stadio, in Serie A, e magari contro una grande, è lo spirito garibaldino che viene fuori e spinge a lanciarsi in area di rigore e tentare il tutto per tutto, magari con il rischio di prendere gol in contropiede ma in compenso con la consapevolezza di aver dato tutto senza più nulla da perdere, davanti al grande pubblico dei propri tifosi.

E allora raccontiamola, la leggenda vera di questi portieri goleador in Serie A. Non è un racconto molto lungo, ma ogni paragrafo – c’è da giurarlo – è rimasto nella memoria degli appassionati e dei tifosi.

Il primo portiere goleador veniva dalla provincia modenese, ma i suoi più grossi exploit come rigorista li ottenne con la maglia della Juventus e della Lazio. Lucidio Srntimenti IV, così detto per distinguerlo dagli altri fratelli, tutti calciatori in vari ruoli, detto “Cochi” era nato a Bomporto (Modena) il 1° luglio 1920 ed è morto a Torino il 28 novembre 2014. Si mise in mostra con le due grandi squadre sopra citate, ma segnò il suo primo gol – il primo in assoluto in Serie A per un portiere – il 17 maggio 1942 in un Napoli-Modena 2-1, all’85’, sul risultato di 2-0 per i partenopei. La particolarità ulteriore di quel primo gol fu nell’averlo segnato al fratello maggiore, Arnaldo Sentimenti II. Passato alla Juventus, nella quarta giornata del campionato 1945-46, Girone Nord, al 90’pareggiò su rigore a Bergamo contro l’Atalanta (1-1). E alla quindicesima sbagliò un rigore contro il Milan, lasciando a Torino il risultato sul 2-2. Passato alla Lazio nel 1949, segnò il suo primo gol nel campionato 1951-52 alla sest’ultima giornata, al 61’ su rigore contro il Novara, per l’1-0 finale. Gli ultimi due gol, sempre con altrettanti penalty, li segnò nella stagione successiva. Il primo per il quarto gol della vittoria laziale a Udine (0-4) e il secondo nel turno successivo per la sconfitta casalinga (1-3) contro il Novara.

E ci vorranno più di vent’anni per trovare un nuovo portiere goleador e per giunta rigorista in Serie A. Baffoni d’ordinanza, faccia scavata, Antonio Rigamonti, nato a Carate Brianza il 5 aprile 1949, viene promosso rigorista dall’allenatore Pippo Marchioro nel Como che nella stagione 1974-75 milita in Serie B. Segna tre gol, che contribuiranno alla promozione dei lariani nella massima serie. Osvaldo Bagnoli, subentrato come allenatore a Beniamino Cancian, gli ridarà fiducia come rigorista. E Rigamonti segna 3 gol: il primo nella sconfitta esterna con il Verona per 3-2, il secondo nella vittoria casalinga col Bologna per 2-1, dove sblocca il risultato e il terzo nel pareggio contro il Milan a San Siro per 2-2.

Gli altri tre gol sono storia recente, perché in tanti ricordiamo i gol su azione (tutti di testa, peraltro) del grigio rosso Michelangelo Rampulla in Atalanta-Cremonese 1-1 del 23 febbraio 1992 e dell’amaranto Massimo Taibi in Reggina-Udinese 1-1 del 1° aprile 2001, fra l’altro su un calcio d’angolo da lui stesso conquistato. E per ultimo del già pluricitato Alberto Brignoli, finito in un club molto ristretto di cui molti portieri vorrebbero far parte.

Aurelio Fulciniti.

Quelli che…..giocavano a battimuro

Tutto potevo aspettarmi, oggi, tranne che un’ordinanza del mio Comune di residenza (Catanzaro) che vietasse ogni tipo di gioco nelle vie, nelle piazze e nei luoghi pubblici. Poi è stata revocata quasi in un batter d’occhio, a causa delle proteste arrivate giustamente da ogni parte, ma nello stesso tempo è riuscita a sollecitare in me (e anche in tantissimi altri, ne sono sicuro) una malcelata indignazione che ha generato a sua volta un salutare ed emozionante viaggio a ritroso nel tempo.

Da ragazzino ho giocato a calcio ed a tutti i giochi possibili (compresi quelli citati) in piazze, larghi, larghetti, vie e vicoli. Come tanti, ho preso anche qualche secchio d’acqua in testa (l’acqua, non il secchio, ovviamente). E non sono stato il solo a vivere stagioni indimenticabili. Parlo di generazioni di persone, compresa quella attuale. Vicino casa mia (Centro Storico) c’è tutt’ora un campetto dove i ragazzini vanno a giocare al calcio. Ai tempi miei c’erano ragazzini sufficienti per almeno 6 squadre con tanto di panchina lunga alla Nils Liedholm, ma oggi due squadre di calcio a 5 con le riserve (10 + 6) il pomeriggio le trovi sempre. Una volta eravamo in tanti, ma non è vero che oggi non si trovano ragazzi giocare per strada o nei campetti. Meno di ieri, senza dubbio, ma io li vedo sempre. Molti, è vero, vengono capitati da genitori in vena di manie di grandezza fra scuole di danza esclusive dove devono fagli credere di avere in casa una futura Etoile del Teatro alla Scala o del Bolscioi, altrimenti i maestri sono incompetenti. O in scuole calcio dove gli allenatori devono per forza riconoscere dei futuri Messi o Cristiano Ronaldo o affini. Per non parlare delle piscine. E poi i “preziosi virgulti” ci rimarranno male quando gli capiterà di scoprire l’amara realtà. E a quel punto nascerà spontanea la domanda: se la prenderanno con i loro genitori, oppure con la maestra e l’allenatore? Visti i tempi (e la maleducazione) di oggi, non è difficile intuire che saranno gli ultimi due ad avere la peggio.

Ed i “preziosi virgulti”, così facendo, si svezzeranno minimo all’età di novant’anni.

Tornando all’ordinanza di cui sopra e ad alcune sue incomprensibili motivazioni, mi sono ricordato, fra gli altri, di un dettaglio della mia infanzia passata a giocare in strada e che penso accomuni non solo me, ma tanti altri come me. Per farla breve: ho colpito tante volte le persone con una pallonata per sbaglio (chiedendo scusa) ma non ricordo di aver causato “gravi pericoli che minacciano l’incolumità delle persone”. Tutti quelli che ho colpito godono ancora di buona salute, o al limite saranno morti di vecchiaia.

D’altronde, diciamolo, c’erano tanti palloni. O l’immortale Super Santos, con il quale ancora oggi è irresistibile la tentazione di dare un calcio, solo al vederne uno che rotola nelle vicinanze; o il Super Tele, l’unico inimitabile pallone con il rinculo, perché se lo calciavi controvento, invece di andare avanti tornava indietro di due metri; o il Tango, quello che, sia pure di gomma, ti faceva sentire quasi un campione vero (che parole grosse!) perché era quasi uguale a quello originale di cuoio.

E poi il “battimuro”, perché il passaggio o la triangolazione con il muro giustamente non contava. O il “palo d’oro”, perché nei giochi “a punti” se prendevi un palo avevi tirato quasi bene e quindi valeva come un bonus. E se il palo era doppio, due bonus.

Per quelli come me, della mia zona, due erano i posti del mito calcistico che c’eravamo costruiti da bambini. Uno era il campo dietro Villa Trieste, detto anche “l’orto”. Niente nomignoli o modi di dire: era proprio un orto. Più che terra battuta, era un campo di patate. Con due porte di legno con pali raccattati qua e là, ma decorosi, con delle reti tese come allo stadio. Quando il pallone gonfiava la rete o finiva all’incrocio dei pali, anche per chi stava dietro la porta a guardare la partita era uno spettacolo. E ogni tanto – dulcis in fundo – la domenica pomeriggio arrivava l’eco di un gol del Catanzaro al Ceravolo, tradotto nel boato del pubblico, che da Villa Trieste era ed è tuttora udibile e spettacolare. Ma in quei pomeriggi aveva un sapore diverso, più emozionante, soprattutto quando arrivava durante partitelle sempre accese e soprattutto interminabili, perché sul 9-8 partiva subito la domanda “A quando finiamo?” seguita dalla risposta, “A dieci!” e conclusa da un immancabile “facciamo a quindici” e si finiva magari pure a venti. C’era tanta voglia di giocare, di esserci, di socializzare o di divertirsi. Per chi scrive, buttarsi quasi ai piedi di un giocatore avversario per prendere la palla con le mani in una nube di terra e di polvere era un’emozione stupenda. Figuratevi cos’era segnare un gol. Cosa ne sanno i “millennians”, i ragazzini di oggi, che anche quando vengono spediti dai genitori alle varie scuole calcio della terra battuta non conoscono neppure l’odore, soprattutto quello della fanghiglia che c’era dopo la pioggia, in cui non vedevi l’ora di tornare in campo a giocare. Tornavi a casa sporchissimo e fradicio, però ne valeva la pena. Eccome, se ne valeva la pena…

E all’orto non c’era di sicuro la tribuna. Per vedere la partita “dall’alto” dovevi trovare posto – si fa per dire – in mezzo a una collinetta con cespugli dappertutto e trovare un angolo “panoramico” dove vedere bene la partita, sporcarti il meno possibile e soprattutto non scivolare a bordo campo. Tempi eroici, per ragazzini pionieri.

Ma erano anche tempi in cui le amicizie vere contavano e se ti beccavi un nomignolo o un soprannome in campo o in strada ti rimane attaccato per tutta la vita. E quando incontri oggi uno dei “giocatori” di ieri, dopo neanche un minuto ogni occasione è buona per troncare i saluti, i discorsi di circostanza e passare subito a ricordare i vecchi tempi e magari una partita o un torneo in particolare e magari anche qualche gol.

Un altro “campo di calcio” non proprio convenzionale era il cortile esterno della scuola elementare del IV Circolo di Stratò. Di sicuro non rettangolare, ma neanche quadrato. Diciamo a forma di trapezio con un lato storto. La pavimentazione era (ed è tuttora) in mattonelle rosse e si entrava da una rete sfondata per l’occasione accanto al cancello di ingresso. Una porta era il cancello e l’altra il portone della scuola. Che ne sanno i ragazzini di oggi, che un campo simile lo schiferebbero, perché tutto è meno che un luogo dove si può giocare agevolmente a calcio. Eppure lì si svolgeva, nei primi anni Novanta, il “torneo dei rioni”. Piano Casa, Stratò, Via Bellini, Porta Marina, Fondachello, Santa Barbara. Grandi portieri, centravanti implacabili, ma anche una sana rivalità. E non mancavano nemmeno i lanci di oggetti in campo e gli scontri a fine partita. Niente violenza, mai neanche uno schiaffo, ma tanta sana goliardia sfociata sempre in amicizia, tanto è vero che a fine partita si tornava a casa tutti insieme a casa lungo il percorso, ridendo o magari l’uno con la mano sulla spalla dell’altro.

E c’erano anche le gare in bici d’estate, lungo tutto l’isolato. Un’imitazione in piccolo della cronometro del Giro d’Italia. Ma senza cronometro. Bastava arrivare primi e superarsi. Quello era il divertimento. E le bici avevano i frani talmente usurati che si imponeva un “pit-stop” a Bellavista, dal meccanico delle biciclette che oggi è chiuso da anni – è rimasta solo l’insegna – e manca, eccome se manca.

Oppure la “Campana”, il gioco delle bambine e delle signorine, con le caselle disegnate col gesso lungo la strada o in piazzetta. Un gioco molto antico, che ricorda tanto vecchi romanzi di molti decenni come “Tempi memorabili” di Carlo Csssola in cui era già citato. Fino agli anni Ottanta, trovavi tante bimbe o ragazze che giocavano a “Campana”, poi negli anni seguenti è diventato meno frequente. Come si gioca? Non ve lo dico. Cercatelo. Non si interrompe un’emozione, e la ricerca del tempo perduto è sempre fra le emozioni più belle.

E tanto per tornare alla bicicletta, c’è il gioco con il quale i nostri padri e i nostri nonni si sono divertiti da piccoli: quello con la pista tracciata per strada in spiaggia e con le biglie o i tappi di bottiglia a schizzare lungo il percorso. Per me e per quelli della mia età era “la tappa” e al posto dei ciclisti prendevamo ad esempio i piloti di Formula Uno. Il tutto con tappi di bottiglia appesantiti con la plastilina (rigorosamente marca “Pongo” e comprata da “Pesce” (in realtà Zamboni Pesci) sul Corso Mazzini o dal “Siciliano”.

È troppo facile vietare di giocare ai bambini per tarpargli le ali già in partenza – e per fortuna con una revoca quanto mai puntuale – ma chi ha dimenticato troppo in fretta la difficoltà di levare il pallone incastrato dalla marmitta di una Fiat 126 o la gioia di giocare con i tappi o la plastilina, non sa cosa si è perso oppure cosa ha dimenticato. Ma per fortuna è impossibile dimenticare, anche quando capita una botta di amnesia.

AURELIO FULCINITI