Il carretto dei ricordi

Se n’è andato, ma portando dietro di sé un carretto di ricordi, come quelli che trascinava per strada, lungo le vie di Catanzaro, pieni dei rottami che poi gli sarebbero serviti per accendere la sua fantasia e generare inconfondibili opere d’arte. Ma adesso in quel carretto ci sono soprattutto i ricordi, che in queste ore in tanti scrivono sui social, a partire dai colleghi d’Accademia, dagli amici lontani, da professionisti, docenti, artisti e singoli cittadini; il tutto da Anacapri a Firenze, per poi tornare a Catanzaro. Per l’occasione, è stato bello raccoglierne alcuni e riportarli qui, perché ci raccontano un po’ della vita di Mastro Saverio, anche di quella che conoscevamo meno. Non è sembrato il caso di mettere nomi e cognomi, un po’ per privacy – anche se i commenti sono pubblici – e un po’ per preservare la bellezza del ricordo. Ma chiunque si riconosca e voglia apparire con nome e cognome, non deve fare altro che scrivere in privato. Sarà bello condividere un ricordo con chi lo ha vissuto di persona.

– “Che personaggio che sei stato! Saverio, mi ricordo di te durante le “Settembrate” di Anacapri, con in testa il tuo inconfondibile cappello addobbato con le “frange” di metallo. Ti sentivamo arrivare già da lontano. Ci hai sempre portato formaggi e salumi dal tuo amato paese. Da tedesca arrivata ad Anacapri da poco, allora non capivo niente di quello che mi raccontavi parlando il tuo dialetto stretto, ma ancora oggi sono convinta di aver captato il messaggio. Ti osservavo parlare gesticolando e i tuoi occhi sprizzavano entusiasmo. Ti si capiva sempre, anche quando tacevi. Grazie di tutto. Buon viaggio artista d’altri tempi, ma più contemporaneo di tanti giovani”.

– “Quando ero bambino e incontravo u Ciaciu per strada, con il suo carrello di rottami metallici ed altro, non sapevo che li trasformasse in Arte, non sapevo che piantasse alberi e piante da frutta, non sapevo che era un anarchico; o per meglio dire un’anima libera. Lo vedevo come un personaggio atipico; e mi piaceva. Avrei voluto parlarci qualche volta ma non l’ho mai fatto; mea culpa”.

– “Il nostro Mastro Saverio lo ricordo che passeggiava in Accademia e osservava con occhio attento tutto quello che facevamo. Lo ricordo con stima ed era un esempio per tutti noi. Lui sfidava le leggi dell’Arte, ed era proprio per questo un grande artista. È stato spesso criticato e non apprezzato, purtroppo. I suoi lavori sono opere d’arte di valore immenso per la nostra città, che purtroppo a volte non lo ha mai calcolato”.

– “La scomparsa di Mastro Saverio mi porta indietro a tanti anni fa. Forse era il 1978, quando lo incontrai in Piazza della Repubblica a Firenze. Io giovane studente della facoltà di Architettura, lui in gita con docenti e allievi della neonata Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Era entusiasta di essere nella città d’arte più famosa al mondo e mi chiese di indicargli la strada per arrivare alla Galleria degli Uffizi. Lo accompagnai volentieri per quei pochi metri che da Piazza della Repubblica portano a Piazza della Signoria e nel breve tragitto elogiava i palazzi e le architetture rinascimentali fiorentine. All’epoca forse non era iscritto, o se lo era da poco, all’Accademia, ma sprizzava entusiasmo nostrano alla vista di quei luoghi fantastici. Addio Mastro Saverio: i catanzaresi ti ricorderanno per le “lattine pressate”, ma io ti ricordo per una bellissima statua fatta con i ferri di cavallo. Buon viaggio, Maestro!”

– “Frequentava l’Accademia già nel 1977. Ci diplomammo insieme. Ho un ricordo bellissimo di quel periodo: partecipava con curiosità alle lezioni di storia dell’arte con domande appropriate e voglia di approfondire questa disciplina. Il suo ricordo rimarrà vivo nei cuori di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Un vero artista, semplice, umile, ma con tanta voglia di comunicare con entusiasmo, ciò che la materia esprime, ossia forme e contenuti con un’ interpretazione unica che solo lui riusciva a dare. Era una persona sensibile, umana, rispettosa, artista dall’animo nobile e le sue opere da un materiale che poteva sembrare freddo, erano calde e parlanti”.

Quanta stima, e quanto rispetto traspaiono da questi ricordi. E tanti altri ce ne sono, in queste ore.

Si parla inoltre di rendergli un doveroso tributo, ma un’idea sarebbe fantastica: quella di trasformare il suo laboratorio in piazza Garibaldi, dove ha vissuto sempre e ha lavorato negli ultimi anni, in una piccola casa-museo. Da oggi, le scalette e la sedia ci sembrano più vuote che mai, ma entrando dentro “l’antro della balena” lo sentiremo sempre pulsare, come se non fosse mai andato via, e continuerà a pulsare anche per le vie e i vicoli del Centro Storico, che percorreva ogni giorno con il suo inseparabile carretto.

AURELIO FULCINITI

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Ci mancherà la persona, ma l’Artista non morirà mai.

Non lo pensavamo immortale, ma di certo ce lo immaginavamo centenario, intento ancora a trasportare rottami di ferro per le vie della città, anche reggendosi col bastone. Ed invece eccolo lì, sull’uscio, che ci saluta per sempre prima di chiudere il portone che immaginiamo – ci piace tanto pensarlo e sicuramente sarà così – sia l’ingresso verso un mondo lontano dove il Paradiso degli artisti e della creatività sia ancora più fantasioso e sereno che in Terra.

In questi mesi, in tanti siamo stati in pensiero per lui. Dopo l’incidente ci erano giunte voci dapprima confortanti e poi sempre più preoccupate. A 95 anni – 96 li avrebbe compiuti il 2 giugno, fra pochi giorni – era comunque prossimo al termine di un grande percorso di vita, ma per noi che lo abbiamo seguito e soprattutto stimato aveva gli stimoli, la vitalità e la forza creativa di un trentenne, di uno che aveva già prodotto tanto, ma che aveva molto da dire.
Negli ultimi anni, le giovani generazioni hanno imparato ad amarlo e ad apprezzarlo molto più di quelle precedenti, e lui era grato di questo. In età avanzata, tanta giusta considerazione gli piaceva e lo stimolava ad essere sempre attivo. Bastava guardarlo in volto per capire: gli occhi diventavano giovani, se qualcuno lo apprezzava o si ricordava di lui.

Nei decenni precedenti, cercarono di amareggiarlo in tutte le maniere. Tentarono di farlo passare per una specie di fenomeno da baraccone o di denunciarlo per uno dei suoi laboratori all’aperto, facendolo passare, invano, per una discarica abusiva. Però si trattò di ignoranti allo stato puro e oggi di tutto vogliamo parlare, tranne che di ignoranza. Ciò che conta è che il pioniere dell’arte dell’abbandono, da autentico Giullare dell’Arte qual era si è fatto beffe di tutto e tutti e prima di lasciarci si è tolto la soddisfazione di vendere tutte le sue opere più importanti, che sono in collezioni private italiane e non. Il tutto alla faccia dell’ignoranza e sempre con il tono burbero e scanzonato del quale sentiremo in eterno la mancanza.

A poche ore dalla sua scomparsa, politici e autorità assortite stanno uscendo allo scoperto e tutti si ricordano di lui. E in questo momento, dopo aver varcato la porta, da lassù U Ciaciu starà sen’altro sorridendo. Eh sì, perché non era uno che cercava adulazioni né sovvenzioni e a queste rispondeva con uno sberleffo o una provocazione, quasi sempre sotto forma di opera d’arte. Lo aveva sempre fatto, nella vita, e lo starà facendo ancora adesso.

Come fabbro-artista ha avuto o avrà degli eredi? C’è chi lo ha apprezzato e chi lo prende a modello nel lavoro e nella produzione artistica, ma oggi lo possiamo ribadire ancora di più: Saverio Rotundo rimarrà per sempre unico e inimitabile. Si può prendere a modello la tecnica e magari migliorarla, ma il personaggio resterà un unicum, un pezzo unico che, anche facendo sforzo di ingegno e di fantasia sarà molto difficile paragonare a qualcun altro. Dell’artista che a Capri e Anacapri negli anni Settanta era quasi un’istituzione, stimato da Vittorio Sgarbi e molti anni prima da Arnaldo Pomodoro – che pur essendo uno scultore di fama mondiale dovette sudare parecchio prima di ricevere un’opera di Saverio – sarà impossibile trovare un clone, né tantomeno una banale imitazione.

Secondo lui l’arte e gli artisti erano destinati ad essere saccheggiati. L’arte per lui era di tutti e la gelosia in questo campo non aveva senso. Rimase sempre fedele a queste idee e tanti anni fa, durante una cena di artisti, lo dichiarò apertamente e ci brindò pure sopra con un bicchiere di vino: “Gli artisti sono tutti latri”, disse sostituendo la “d” con la “t” dialettale. Se gli artisti sono tutti ladri, lui è stato l’Arsenio Lupin della categoria. E come tale ci mancherà. Buon viaggio, Mastro Saverio.

AURELIO FULCINITI

Foto gentilmente concessa da “Area Teatro – Catanzaro Centro”

Fedhan Omar, l’Eclettismo frattale.

Quanti ricordi in un unico articolo, pubblicato ben tredici anni fa su “Il Domani”, il 12 aprile 2005, e che oggi ripropongo con ammirazione a pochi mesi dalla scomparsa del Professor Fedhan Omar, che ebbi modo di conoscere proprio in quell’occasione e dal quale rimasi colpito, non per la personalità artistica, ma anche per le doti umane. E un altro ricordo indelebile è rappresentato dalla Galleria “Mattia Preti” ospitata nel non più esistente “Circolo Unione”, uniche oasi culturali in una città dove non c’era il fermento culturale e i “contenitori” e le mostre di questi ultimi anni. E proprio per questo si utilizzava ogni piccola occasione per apprendere. Oggi la città di Catanzaro sta iniziando a esplorare gli orizzonti dell’arte e a conoscere la propria Storia, dopo molti anni di sonnolenza, e a parte il dispiacere per la recente scomparsa, il momento è utile per ricordare la memoria e il presente artistico delle sue opere (ed anche il futuro) che ha lasciato Fedhan Omar. A differenza di altri, la sua fu davvero una personalità artistica compiuta, perché non si era mai fermato nell’esplorazione del concetto e del pensiero e alla fine di un lungo percorso personale era giunto a un “unicum”, un traguardo tecnico e di pensiero che si tradusse nell’Eclettismo frattale. E lì era Lui, andava oltre la semplice riproducibilità e la normale ispirazione. Si era trasformato, pur restando lui stesso. Altri ne avrebbero fatto una “summa” al di là dei propri meriti – che però nel suo caso sono sempre stati indiscutibili – ma egli preferì non rinunciare alla sua umiltà, facendo prevalere il carattere sull’artista, contro ogni tendenza dell’arte di tutti i secoli, ma soprattutto contro il narcisismo dell’Arte contemporanea. E anche per questo è giusto ricordarlo con generosità, a partire da quell’articolo di tanti anni fa, che si va di seguito a riproporre.
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“La mostra “Eclettismo frattale” di Fedhan Omar, è stata inaugurata alla Galleria d’Arte “Mattia Preti”. Nato a Mascita Assan, nel nord del Libano, Fedhan Omar è giunto in Italia nel 1956 per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Roma. Allievo di Franco Gentilini e amico di artisti come Mino Maccari e Mario Schifano, dopo un periodo a Milano si è trasferito a Catanzaro, dove ha insegnato per anni al Liceo artistico. Una scelta non casuale, visto che egli considera la Calabria “una terra che stimola il mio spirito interiore”. Di questa regione, Fedhan Omar ha conosciuto uno dei suoi figli artistici più importanti: Mimmo Rotella. Al profeta del dècollage lo lega una lunga amicizia e anche il modo di intendere l’arte. Fedhan Omar nasce come artista figurativo, dotato anche di una certa spiritualità. La religione è uno dei temi che più lo coinvolgono. Al punto da fargli abbracciare la fede cattolica. A un certo momento, l’artista libanese ha deciso di cambiare rotta: dall’astrattismo è passato al figurativo. Ma non senza regole. Ricercando una base solida ds cui partire, l’ha trovata inizialmente nell’Action Painting (pittura d’azione), la corrente artistica fondata dal critico Harold Rosenberg. Da lì, dopo anni di studio, è nata in lui una nuova forma di eclettismo, quello “frattale”, con il quale Fedhan Omar intende “salvare il passato, il presente e il futuro dell’arte, sperando che possa divenire il quadro teorico d’ogni trasformazione successiva”. Questo tipo di arte vuole rompere con ogni costrizione. In essa compaiono, rielaborate, varie forme di espressione artistica. Si hanno, ad esempio, molte elaborazioni di uno stile che ha visto nello statunitense Jackson Pollock il suo più grande esecutore. Nelle gocce di colore fatte scivolare sulla tela direttamente dal tubetto, si intravede una voglia di ricerca espressiva che travalica i confini dell’arte. Fedhan Omar segue la scia, aggiungendo un contributo di solarità in più. Anche le pennellate indistinte sulla tela, si sostituiscono man mano alla realtà della figura, dando all’osservatore un effetto concreto dagli sviluppi totalmente imprevedibili. Per non parlare del collage, in cui l’artista eccelle riuscendo a dare in ogni suo frammento una capacità di sintesi immediata, senza rinunciare a nessun elemento dell’insieme espressivo. Una capacità strana, in un artista apprezzato anche dal grande Renato Guttuso. “La rievocazione della favolistica – gli scrisse il pittore – rivive nelle tue figure di donna che partecipano così, dal presente e dal leggendario passato dei popoli arabi”. Una lode, da parte di uno dei più strenui avversari dell’astrattismo. “Perché mai, nel rispetto delle nozioni di comunicabilità, di espressività, di riconoscibilità delle cose rappresentate, di umanità, nel senso di rispetto di ciò che è l’uomo, possono essere considerate costrizioni?”: questo si chiedeva Guttuso nel 1984, in un articolo intitolato “Quel grande falso chiamato arte moderna”. Lì parlava della troppo facile riproducibilità di quest’arte. Fedhan Omar non ha tradito Guttuso. E neanche sè stesso. Diciamo piuttosto che ha aggirato l’ostacolo, cercando e trovando nell’astrattismo una prospettiva diversa, dotata di maggiore personalità reale. D’altronde, è lui stesso ad ammetterlo: “L’universo, giorno dopo giorno, sta diventando più grande, aperto a nuove trasformazioni. Quest’apertura ha dato a me e ad altri colleghi una visione più ampia del concetto di prospettiva”. La mostra, aperta fino al 25 aprile, è solo una parte di un itinerario più ampio. “Questi quadri – spiega Amer, figlio di Fedhan Omar e curatore dell’esposizione – sono appena stati esposti in una galleria di Park Avenue, a New York”. L’evento si tiene in contemporanea con altre due esposizioni dell’artista a Milano e a Sharjah negli Emirati Arabi, nell’ambito del progetto “Occidente-Oriente”. Ci sarà poi una mostra completa al San Giovanni, con la presenza del critico Achille Bonito Oliva”.

AURELIO FULCINITI

Dario Argento, il Brivido.

Avviso ai naviganti (via internet, è ovvio): questo articolo è vietato ai minori di diciotto anni. O di quattordici? Ma per la verità neanche a loro, dal momento che agli adolescenti del 2013 l’horror fa il solletico e lo splatter dà ormai quasi l’idea di un film comico. Ma noi ci rivolgiamo alle generazioni che quando andavano a vedere certi film volevano avere paura. E non restavano mai delusi, altroché! Fra i registi italiani dell’horror e del thrilling uno che non ha mai deluso è stato Dario Argento e il caso vuole che proprio lui in persona avrà l’onore di aprire la stagione del Politeama. Perché “il caso vuole”? Sì, perché nel 1977 “Suspiria”, uno tra più famosi film di Argento, fu proiettato al cinema-teatro Politeama, che si trovava giusto dove oggi sorge il nuovo teatro Politeama. E a chi scrive viene sempre in mente il l’aneddoto di quell’amico, oggi molto più anziano, che andò a vedere il film e trovò un posto in seconda fila, di lato, in posizione più che favorevole. A metà del primo tempo, si ritrova seduto cinque file più indietro. A metà del secondo tempo è alla penultima fila. Alla fine del film era uscito dal cinema. Il tutto, per la paura. Sarà vero o no? Non è possibile appurarlo, per ragioni anagrafiche, ma l’aneddoto riflette in piano la sensazione che suscitava un film di Dario Argento dei bei tempi. Da notare che “Suspiria”, ambientato in una scuola di danza classica tedesca, è un film che sin dalla scena iniziale (l’incontro fra Susy e Pat, la prima vittima) farebbe scappare una statua di marmo a gambe levate. Figuratevi il resto. E che dire poi dei grande capolavoro di Argento, “Profondo Rosso” (anche se all’estero il capolavoro è considerato proprio “Suspiria”)? Ancora oggi, stiamo qui a parlarne come di un film che riserva persino dei nuovi dettagli e degli aspetti ancora da scoprire. Di omicidi efferati e scene da paura ce ne sono parecchi, ma la sequenza che tuttora fa venire la pelle d’oca è quella della passeggiata nel corridoio della casa dove giace la prima vittima, in cui il protagonista Marc Daly (l’attore inglese David Hammings) ritiene, in un quadro, di aver visto qualcosa di strano, che poi si rivelerà un volto. Vista al ralenti, ancora oggi è una scena da tremolio ai polsi. E la domanda che si pone continuamente il protagonista cercando di capire quale sia il particolare che gli sfugge diventa un’ossessione per lo spettatore. Proprio in questi giorni nei quali si è appreso dell’arrivo di Dario Argento, parlando con un amico – quasi quarantenne – di questa scena, lui stesso è diventato pallido. “Ma te la fai sotto troppo facilmente, eh?” E lui: “Io ho paura del mistero, non di quello che si vede subito”. Già, la paura dove non si vede. E in questo Argento è maestro, incontrastato. “Questo giovane ragazzo italiano comincia a preoccuparmi”, disse un celebre regista all’uscita del primo film di Argento, “L’uccello dalle piume di cristallo”, nel 1970. Ed era Alfred Hitchcock, uno che decisamente ne capiva.
Ad accompagnare Argento ci sarà il Maestro Claudio Simonetti, che nei “suoi” Goblin ha fatto anche lui la fortuna dei film più famosi del “maestro del brivido”. Figlio d’arte, – il padre, il Maestro Enrico Simonetti, grande pianista e conduttore televisivo scomparso improvvisamente nel 1978, andrebbe riscoperto oggi, perlomeno come musicista – Claudio Simonetti anche al Politeama confermerà l’impressione che abbiamo da anni: e cioè che lui e gli altri Goblin solo con i diritti delle colonne sonore di “Profondo Rosso” e “Suspiria” possono permettersi di restare disoccupati, per l’uso ancora oggi planetario che viene fatto di brani straordinari.
Che altro dire? Brividi a tutti.

AURELIO FULCINITI

(Pubblicato sulla testata “Catanzaro Live” in occasione della visita di Dario Argento al Politeama ottobre 2013)

Ernesto Tronca, il giornalista col binocolo.

Giornalista sportivo british se mai ve ne furono: lo era nei modi, nell’eleganza, nello stile e nel porgersi al pubblico. Cortese, coltissimo, scaramantico, dall’ironia sempre in canna e la battuta fulminea. E anche Barone. E non “barone” Causio, ma Barone vero. Di nobile lignaggio nello stile e anche nella professione. Per decenni ha accompagnato il pubblico giallorosso con le sue telecronache e radiocronache, sempre appassionate ma con un’obiettività cristallina che ancora oggi è difficile trovare nei cronisti sportivi. E non solo in provincia, ma anche in Italia. Dove altri erano e sono melliflui o faziosi, Ernesto Tronca è riuscito a non essere nulla di tutto questo. Impeccabile in cronaca, però quando segnava il Catanzaro traboccava di gioia, per poi ricomporsi qualche attimo dopo e ritornare col suo stile inconfondibile. Non si perdeva neanche un secondo della partita, e per questo guardava anche dove l’occhio sembrava non arrivare. Qualcuno lo ha ricordato oggi, ma il piccolo binocolo con cui seguiva la partita è stato e resterà sempre un “must”, un oggetto di culto della storia del calcio tinta di giallorosso. A tal proposito, viene in mente una delle sue ultime apparizioni televisive in tribuna stampa, nel 2013, prima di un Catanzaro-Salernitana 2-2, con un irruente inviato di una tv privata di Salerno, che trasmetteva la partita, in cui venne intervistato per cinque minuti proprio sul suo binocolo. Colto alla sprovvista dall’intervistatore, Ernesto Tronca rispose con un breve saggio delle sue “infioriture” stilistiche e un paio di battute ad hoc.

E riguardo al suo stile, al suo “parlato”, non si poteva non scegliere – per illustrare il racconto – una sua foto con Sandro Ciotti. Se Ciotti divenne famoso per la sua voce roca, Tronca è stato e rimarrà indimenticabile dal pubblico che lo ha seguito per il suo linguaggio molto forbito e per così dire “ornato”, per le sue citazioni che andavano da Dante Alighieri fino a Gino Paoli e per le strepitose divagazioni. I suoi “attacchi” – per usare il linguaggio giornalistico – diventavano “allunghi” ed ascoltarlo, soprattutto in radio, era divertentissimo, perché per pochi minuti che sembravano lunghissimi ti chiedevi dove volesse andare a finire o andare a parare col discorso. Con lui un inizio, un “incipit” diventava un romanzo intero. Fantastico. E con queste doti superbe e inimitabili di fine dicitore è stato per anni una colonna di Telespazio Calabria e di tante trasmissioni radiofoniche.

Le sue citazioni, in queste ore, sono tornate nella memoria di tutti, a sguazzare nel mare di internet. Due sono state le più gettonate. La prima: “Ecco Arbitrio che si destreggia in un fazzoletto di terra così come il conte Ugolino nella Divina Commedia di Dante”. Roba da anni Settanta, roba da Serie A (in tutti i sensi). Non sappiamo se Alberto Arbitrio, l’attaccante di Gioia Tauro, oggi napoletano d’adozione ma sempre attaccato ai colori giallorossi, sia stato al corrente della citazione. Ma è un onore, per lui e per noi tifosi. L’altra citazione più gettonata è tutto sommato recente e si riferisce ai lunghi anni di Serie C e C2: “Grande Catanzaro che in un sol colpo abbatte L’Aquila e Ammazzalorso”. Impallinammo insieme la squadra e il suo allenatore. Calembour d’artista, altro che telecronaca.

In una giornata così triste, ci rincresce che sia morto solo, in un letto di ospedale, lontano dalla sua città. Ed è un paradosso, perché lui amava la gente e lo trovavi dappertutto: al Caffè Imperiale la mattina, a cena al ristorante la sera e in giro per la passeggiata sul corso. Aveva un’attenzione, un saluto e una conversazione per tutti quelli che lo conoscevano e che lo riconoscevano.

“The voice”, un raffinato giocoliere di parole che resterà sempre vivo nel ricordo di chi ha amato il calcio raccontato da lui, oltre alla sua signorilità.

AURELIO FULCINITI

Il Catanzaro di Bruno Pace: quando eravamo re.

Per raccontare la storia del Catanzaro allenato da Bruno Pace ci vorrebbe un film. E vi assicuro che non ci stiamo allargando. O almeno un documentario come ad esempio “Quando eravamo re” di Leon Gast, che nel 1996 vinse l’Oscar raccontando l’incontro di boxe fra Muhammad Ali (o se preferite il grande Cassius Clay) e George Foreman a Kinshasa nel 1974, con testimonianze di prima mano ed emozioni assicurate. E fa piacere che sui “social” qualcuno abbia tirato fuori questo accostamento, che calza a pennello, perché il campionato di Serie A 1981/82 rappresenta non solo l’apice della storia giallorossa, con un piazzamento, il settimo posto, che resterà a lungo un record, se non addirittura per l’eternità, ma ricorda un crocevia di emozioni irripetibile. Oggi, a volerci fare un documentario su quella squadra incredibile ci sarebbero tutti i calciatori, però mancherebbe il protagonista, il creatore di quel miracolo sportivo, Bruno Pace, l’Al Pacino della panchina, scomparso a Pescara mercoledì 7 febbraio 2018.

Di quella squadra, costruita dal presidente Adriano Merlo e dal direttore sportivo Spartaco Landini, vale la pena raccontare un aspetto innanzitutto, che per molti tifosi di oggi pare quasi inaudito ma non lo è affatto. Non si parla di”miracolo” così a caso, ma ci sono dei validi motivi. L’aspetto riguarda la provenienza di quei calciatori, con un Massimo Palanca ceduto al Napoli e sostituito con Edi Bivi, proveniente addirittura dalla Mestrina – nell’allora Serie C2 – e su cui oggi nessuno scommetterebbe, trovandosi nella stessa situazione di allora. Invece segnò 12 gol in campionato (vice-capocannoniere dopo il romanista Roberto Pruzzo) e 5 in Coppa Italia. E non si può non citare Carlo Borghi – uno con la sua velocità, lo spunto acrobatico e il dribbling funambolico ci vorrebbe oggi – proveniente dal Catania in C1. O Antonio Sabato, centrocampista sempre puntuale anche in zona gol, che veniva dalla Sambenedettese, nella medesima categoria di Borghi, e che poi disputò buone stagioni nell’Inter con quattro partite giocate nella Nazionale maggiore, convocato da Enzo Bearzot. Oppure Andrea Salvadori, segnalatosi fra i migliori terzini sinistri del campionato, prelevato dall’Empoli (allora sempre in C1) e catapultato in Serie A senza tanti complimenti, ma con prestazioni di alto livello. E come non dimenticare Costanzo Celestini, arrivato dal Napoli con poche apparizioni in panchina e che a Catanzaro troverà la sua consacrazione disputando grandi stagioni da mediano inamovibile nel Napoli di Maradona. Solo un gravissimo infortunio non gli consentirà di disputare il campionato 1986/87 che vide i partenopei vincere il loro primo scudetto. Accanto a loro c’erano vecchi mastini che la Serie A la conoscevano come le loro tasche, del calibro di Claudio Ranieri, Piero Braglia, Tato Sabadini, Sergio Santarini e Franco Peccenini. E c’era anche qualche “bidone” come il rumeno Viorel Nastase: primo straniero della storia del Catanzaro, lunga carriera nello Steaua Bucarest e proveniente dal Monaco 1960 in Bundesliga, 3 gol in 31 spezzoni di partite nelle tre stagioni disputate a Catanzaro, più noto per le bisbocce che per le doti tecniche. E per ultimo Massimo Mauro, il ragazzo prodigio di casa giallorossa che proprio nella stagione 1981/82 troverà la sua consacrazione, iniziando una carriera di tutto rispetto con Udinese, Juventus e Napoli, al fianco di Zico, Platini e Maradona. Un po’ come i tre tenori del calcio mondiale.

Quella squadra, sia pur giovanissima nei suoi giocatori d’attacco, partì in sordina ma col passare delle giornate di campionato regalò grandi imprese contro le grandi squadre del calcio italiano. Ogni tanto, qualche battuta d’arresto, del resto fisiologica in un campionato a sedici squadre ancora più duro di oggi, ma poi quei giallorossi tornavano a far tremare tutti. “Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”, per dirla con una canzone di Paolo Conte. E si segnava anche, con alcuni gol fantastici ancora oggi apprezzati da tutti i veri appassionati di calcio, non solo italiani. Se c’è una frase che riassume in pieno la filosofia e il bel gioco di quella squadra la troviamo in un servizio di Beppe Viola trasmesso a “La Domenica Sportiva” per Inter-Catanzaro 1-1: “E non si sono messi a piangere neanche dopo aver subito il gol di Oriali. Ragazzi in gamba, questi”. Grande classe e temperamento su tutti i campi. Ad avercene oggi, di squadre così. Non esistono neanche in Serie A. Altro che piangere…c’era di che divertirsi.

E per far capire meglio il tutto a chi non c’era, è il momento di raccontare alcune partite indimenticabili di quel campionato.

Si inizia subito, alla prima giornata, con un impegno difficile al San Paolo di Napoli del fresco ex Palanca. Al gol partenopeo di Claudio Pellegrini su lancio perfetto dai quaranta metri di Ruud Krol, a tre minuti dalla fine arriva il rigore per il Catanzaro a seguito di un aggancio in area di Vinazzani su Sabato. Il debuttante Edi Bivi (ribattezzato erroneamente “Bivio” da Luigi Necco nel servizio a 90° minuto) non ha timori di sorta e spiazza il “giaguaro” Castellini senza tanti complimenti. Il tutto, con i tifosi giallorossi festanti in mezzo ai supporter napoletani della Curva B, senza incidenti di nessun genere e in un clima di vera festa. Cose che potevano accadere solo in quel bellissimo clima, con quei bei campionati, con quello splendido calcio italiano che non è più quello di un tempo.

Alla settima giornata, c’è la prima vittoria di quella fantastica stagione. Ed è un successo entusiasmante contro il Milan, per 3-0. Si parte subito con il primo gol dopo tre minuti, con un’azione corale da Celestini a Mauro per Sabato che mette al centro dove, a due passi dalla porta vuota Bivi – che giocava al posto di Nastase infortunato, pensate un po’ – non può sbagliare. Al decimo, uno dei gol più belli della storia del Catanzaro e forse anche della Serie A in assoluto (se l’avessero segnato Juventus, Milan o Inter a quest’ora i tifosi e gli appassionati starebbero ancora a riguardarlo e a studiarlo). Da uno dei tenti strepitosi contropiede di Massimo Mauro la palla va a Borghi che trovandosi davanti i due difensori rossoneri Collovati (a fine stagione Campione del Mondo in Spagna con la Nazionale di Bearzot) e Venturi, non si spaventa affatto e con molta naturalezza li supera entrambi lasciandoli sul posto. Manca all’appello solo il portiere Piotti che viene anch’esso superato con la palla che schizza sulla linea di gesso dell’area piccola ed entra in rete. A due gol così a un Milan completamente annichilito e frastornato dai colpi da ko del Catanzaro ci voleva un terzo gol altrettanto bello, E il gol arriva al 74’ con Mauro lanciato da Celestini in un solitario contropiede con Tassotti (mica l’ultimo arrivato) che cerca di fermarlo inutilmente anche tentando di tirargli la maglia, ma senza successo. Ed è – per la cronaca – l’unico gol in campionato di Massimo Mauro con la maglia del Catanzaro. Una partita, quella contro il Milan, che si può riassumere nella dichiarazione del portiere rossonero Ottorino Piotti a fine partita. Una frase che vorremmo sentire anche oggi, quale che sia la categoria, e sperando davvero che qualcuno ci ascolti: “Venivano avanti come furie, era difficile controllarli”.

Il 20 dicembre 1981 inizia poi il breve, ma intenso “ciclo magico” della storia del Catanzaro. Quattro vittorie di fila fra campionato e Coppa Italia non sono una cosa da poco e vale la pena raccontarle. La prima di queste partite si disputa all’allora Stadio Comunale di Torino, contro i granata allenati da Massimo Giacomini. Il Torino passa in vantaggio dopo alla mezz’ora con una conclusione di prima intenzione di Dante Bertoneri, servito in area da un cross radente di Giacomo Ferri. Dodici minuti dopo arriva il pareggio del Catanzaro, con perfetto contropiede Sabato-Mauro-Borghi, con quest’ultimo che mette in rete anticipando il portiere granata Terraneo in uscita. Nella ripresa, al 68’ arriva il gol del vantaggio definitivo: Borghi, dopo una pazzesca azione sulla fascia destra in cui supera di slancio in velocità il vecchio terzino granata Luigi Danova e mette al centro rasoterra per Bivi, che con un colpo fantastico da centravanti di razza riesce a spiazzare il portiere, che non ha neanche il tempo di accorgersene, tanta è la velocità dell’azione. Un gol che vorremmo rivedere oggi tale e quale, da sognarselo la notte.

Tre giorni dopo, c’è la seconda, esaltante tappa del ciclo. Al San Paolo di Napoli c’è la partita di ritorno dei quarti di finale di Coppa Italia. All’andata il Catanzaro ha perso 0-1 in casa, con un gol di Claudio Pellegrini, e deve vincere al ritorno, per qualificarsi, correndo anche qualche rischio. Ma quella squadra non aveva paura e ci riesce nel secondo tempo. Al 66’ c’è un clamoroso malinteso della difesa napoletana che si distrae in blocco, lasciando Nastase completamente libero per segnare. Al gol del vantaggio, segue dopo otto minuti il raddoppio, con un gol di testa in tuffo di Santarini. Dopo un solo minuto, il Napoli accorcia le distanze: dopo un pasticcio nella difesa giallorossa, il terzino azzurro Claudio Vinazzani colpisce da terra il pallone con un tiraccio orrendo ma efficace che sorprende tutti, compreso il portiere Zaninelli. Ci saranno altri brividi, ma il Catanzaro sprecherà almeno tre occasioni buone per il terzo gol, portando però a casa risultato e qualificazione.

Dopo le feste di Natale e Capodanno, si torna a giocare in campionato, il 3 gennaio e i giallorossi vincono in casa per 3-0 contro un Cesena a quei tempi in grande spolvero con reti – tutte nel secondo tempo – di Bivi, Celestini e Sabato. Ma l’apoteosi del ciclo arriva il 10 gennaio, quando il Catanzaro è di scena in casa contro il Genoa e vince per 1-0 con un gol che alla fine risulterà fra i più belli dell’intero campionato di Serie A: lo segnerà ancora una volta Carlo Borghi, un artista del gol, capace di non segnarne mai di banali, ma sempre spettacolosi. Al 26’ su un cross dalla sinistra il portiere del Genoa Silvano Martina respinge lungo di pugno, ma proprio sui piedi di Borghi che si esibisce in una spettacolare rovesciata dal limite dell’area, con la palla che termina in rete nell’angolo più lontano.

Passati appena tre giorni, il 13 gennaio, si gioca un’altra partita epica, su cui si è raccontato già quasi tutto ed al tempo stesso ci sarebbe ancora molto da raccontare. Ed è il recupero della partita Catanzaro-Roma, sospesa il 13 dicembre al 38’ del primo tempo per il vento. Un incontro di recupero che lascerà anche una traccia nella storia del cinema, facendo da filo conduttore al film “Io so che tu sai che io so” con Alberto Sordi e Monica Vitti. Ci sarebbero tanti dettagli da raccontare, in campo e fuori, ma una cosa è sicura: lo slalom di Bivi in area che supera in slalom mezza difesa romanista e il tocco di Nela su punizione-cross di Falcao non saranno mai dimenticati facilmente. E anche al ritorno, il 18 aprile 1982 all’Olimpico, saranno fuochi d’artificio. Il risultato è un 2-2 a base di grande calcio, come sottolinearono nelle loro cronache i maggiori quotidiani nazionali, sportivi e non. Al 7’ Bivi riceve palla Salvatore, la scambia con Borghi dopo magnifica azione combinata e batte Tancredi in uscita. Dopo due minuti della ripresa, la Roma pareggia con una delle solite punizioni al fulmicotone di Di Bartolomei dal limite dell’area. Dopo altri sei minuti Bivi colpiva il palo e segnava nel giro di un istante, riprendendo in un secondo la respinta dello stesso. Il definitivo pareggio lo segnava Bruno Conti, con un gran tiro a spiovere da fuori area. “Un pizzico di spregiudicatezza fa bene al calcio”, dirà Bruno Pace nelle interviste a fine partita. All’anima della spregiudicatezza.

Ma la vittoria in trasferta più prestigiosa arrivò il 14 marzo. Vincere a San Siro non è cosa da tutte le domeniche e per una squadra di provincia, per giunta del Sud, è un evento non secondario. Il Catanzaro ci riesce contro il Milan, bissando la vittoria dell’andata. Segna ancora una volta Bivi, raccogliendo con il suo tocco fulmineo la palla respinta dal palo in seguito all’ennesima azione travolgente dalla destra, stavolta di Massimo Mauro.

Il Catanzaro continuerà a vendere cara la pelle in campionato e il 16 maggio 1982 la Juventus dovrà sudare non solo sette camicie ma almeno il doppio per vincere di misura a Catanzaro e conquistare all’ultima giornata lo scudetto. Segnerà il regista irlandese Liam Brady al 75’ su rigore concesso per un fallo di mano casuale di Celestini quasi sulla linea di porta, ma l’arbitro, il signor Claudio Pieri di Genova, si “dimenticherà” di fischiare nel primo tempo il rigore per il Catanzaro per un fallaccio solare di Brio su Borghi, rimasto del tutto impunito. Quando si tratta della Juve, l’arbitro “dimentica” sempre qualcosa. E non è solo storia di ieri, se vogliamo. E nella partita parallela Cagliari-Fiorentina, con i viola a pari punti con i bianconeri, l’arbitro Maurizio Mattei di Macerata “vedrà” fin troppo bene un fallo inesistente nell’azione che porterà al gol viola l’argentino Daniel Ricardo Bertoni. Finirà 0-0. Rete annullata, tanti saluti e scudetto alla Juve.

A parte il campionato, altrettanto epiche saranno le semifinali di Coppa Italia contro l’Inter. Imbattuto in campionato (0-0 in casa e 1-1 a San Siro) il Catanzaro uscirà dalla Coppa combattendo, dopo i tempi supplementari e non senza una massiccia dose di sfortuna. Al’andata, il 10 marzo, al 39’ in Catanzaro passa in vantaggio in contropiede con Mauro che serve l’artista del gol Carlo Borghi, il quale si libera agevolmente dello “zio” Bergomi e da 25 metri lascia partire un gran tiro con pallone che rimbalza a terra davanti al portiere Bordon e si infila in rete. Nella ripresa, al 53’, c’è un angolo per l’Inter, battuto da Pasinato per Altobelli che gira prontamente in porta, con Zaninelli che respinge nei pressi di Bergomi che ribatte in rete; al 72’ è lo stopper nerazzurro Bachlechner che appoggia a Bagni, il quale lancia Pasinato che serve nuovamente Bachlechner, il quale entra in area (non ci entrava quasi mai, almeno in quella avversaria) che crossa per Altobelli che segna in rovesciata.

Una sconfitta difficile da accettare, ma che ha l’effetto di caricare ancora di più il Catanzaro per la partita di ritorno. Al ritorno, davanti a uno stadio tutto esaurito con oltre 200 milioni di incasso. Al solito gol da punta rapace di Bivi dopo due minuti seguì nella ripresa (con le due squadre in 10 per le espulsioni di Braglia (ingiusta) e Bini al 42’ del primo tempo) un rigore provocato ingenuamente da Salvadori e segnato da Beccalossi. L’immenso Borghi riporta in vantaggio i giallorossi, Canuti dell’Inter viene espulso al 69’ lasciando e si va ai supplementari. Al pareggio di Altobelli al 97’ seguirà il gol di Cascione al 104’. Il secondo tempo supplementare sarà un assedio giallorosso, ma le speranze del Catanzaro si spengono su un palo colpito da Sabato nelle ultime battute di gioco. Per la cronaca, l’Inter batterà in finale il Torino, sconfitto in casa e in trasferta dal Catanzaro. Con un pizzico di fortuna in più si poteva sperare nell’apice della gloria, ma fu lo stesso una grande stagione.

A corollario di un’emozione che dura ancora oggi nei ricordi di chi c’era e di chi l’ha sentita raccontare, ci furono anche soddisfazioni in azzurro. Bivi, Borghi, Celestini e Mauro furono convocati nella Nazionale Under 21 di Azeglio Vicini, anche per la partita Italia-Scozia 0-1 giocata proprio a Catanzaro. Bivi fu addirittura inserito nella lista iniziale dei 40 “azzurrabili” per i Mondiali di Spagna del 1982 ma poi gli fu preferito Selvaggi. E per finire, si parlò persino di un Bruno Pace addirittura candidato al ruolo di ct della Nazionale maggiore in caso di fallimento di Enzo Bearzot in Spagna. Sarà stata una leggenda metropolitana, chissà, ma l’Italia vinse il Mondiale regalandoci un’ennesima grande emozione in quella che – viste anche le annate successive – fu e rimane la più grande stagione del calcio italiano. Una stagione tinta d’azzurro e con forti venature giallorosse.

AURELIO FULCINITI

P.S. (foto tratta da Catanzaronepallone di Enzo Minicelli).

Saverio, l’artista senza compromessi.

C’è sempre più attenzione, in città, per il Maestro Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu. Alla sua età veneranda ma tuttora proficua di presenza ed attenzione, soprattutto ora che a Catanzaro si registra un lento ma assai significativo risveglio culturale – la strada è lunga, dopo anni di volontarie amnesie da questo punto di vista, ma il percorso è tracciato e vede delle tracce stimolanti, con giovani menti e giovani idee – ‘U Ciaciu non si sarebbe mai aspettato tanto interesse nei suoi confronti. Ma così è, ed è positivo. In una città dove l’arte è stata per lungo tempo un “prodotto di nicchia”, con pochi veri appassionati ed un gruppo di artisti bravi ma che col tempo formavano un club ristretto, con qualche crostaio malato di presunzione che cercava di accreditarsi nello stesso ambiente, ma veniva subito respinto. Il tutto mentre anche l’Accademia di Belle Arti era anch’essa una realtà di nicchia, mentre oggi appare aperta ed anzi spalancata al territorio, ansiosa più di ieri di estendere la sua visibilità non solo in città, ma anche in Italia e all’Estero. Un “milieu”, un ambiente positivo, nel quale non stanno mancando di uscire fuori anche proposte di vario genere.

In questo contesto, sempre riguardo a Saverio, è stata rinnovata la proposta di collocare una sua opera nel Parco della Biodiversità Mediterranea. Sarebbe un buon “premio alla carriera”, un riconoscimento per farlo sentire finalmente, in tarda età, più profeta in patria. Le opere da collocare ci sarebbero, ma dovendo sceglierne una, Saverio avrebbe ora il privilegio più unico che raro di decidere quale opera potrebbe essere destinata a stare in mezzo – o anche leggermente defilata, non importa, l’essenziale è che sia lì dentro – alle opere dei grandi maestri dell’Arte Contemporanea ospitati nel Parco. Non sappiamo se un’opportunità del genere possa verificarsi – al momento ne sappiamo meno di tutti – ma c’è un ostacolo insormontabile: la politica. E non parliamo di uomini politici in particolare e neppure in generale, bensì dell’antipatia che ‘U Ciaciu ha sempre avuto per la politica. Anzi, sarebbe più giusto dire che si tratta di totale distacco. Nella sua “Galleria d’Arte dell’Abbandono”, che oltre ad essere la sua fucina è praticamente la sua casa – anzi, le sue case, visto che negli anni ha lavorato in vari luoghi della città – nessun politico ha mai messo piede. Qualche politico, anche di livello nazionale, ha comprato una sua opera, ma non di più. E questo distacco con la politica è stato non solo cercato, ma ampiamente ricambiato. Senza contare che, ogni volta che la politica ha pensato di interessarsi alle sue opere, lo ha fatto suscitando reazioni distaccate in lui e persino umilianti per chi lo conosce bene e lo apprezza. Quando si propose e si mise in pratica di piazzare due sue opere, fra cui la celebre “Donna al volante” al centro delle rotonde di viale Magna Grecia, queste si trasformarono in breve tempo in due rottami semi-nascosti dalle erbacce. Persero le loro identità artistica, insomma. E furono portate via da lì, perché anche lo stesso Saverio, all’epoca in piena attività, sicuramente provò vergogna – anzi, più che altro una forte arrabbiatura – nel vederle maltrattate e oscurate in quel modo. E un altro episodio simile avvenne quando ci fu al Parco archeologico dello Scolacium la mostra all’aperto dello scultore londinese Antony Gormley, autore di “Seven Times”, l’opera d’arte più conosciuta e fotografata del Parco della Biodiversità, alla pari con il “Cerchio imperfetto” di Mauro Staccioli. Saverio, dalla presenza colorata e bizzarra come sempre, avvicinandosi all’artista fu fotografato da Gormley insieme a suo figlio, come un clown. Un artista – sia pure non abbastanza accreditato – ridotto a pantomima. Qualcuno avrebbe anche potuto presentarlo a Gormley, fra i tanti ospiti di grande livello presenti, dal momento che Saverio non conosce l’inglese e giustamente non poteva presentarsi. Magari avrebbero socializzato e ‘U Ciaciu magari gli avrebbe mostrato qualche sua opera, così, senza impegno. Invece la scena della foto col bimbo dimostrò che almeno un minimo di convenevoli sarebbe stato necessario.

Ma si tratta di acqua passata. E però non bisogna dimenticare che un’iniziativa come quella dell’eventuale collocazione di una sua opera al Parco farebbe piacere a tutti noi, ma va inserita a pieno titolo nella vita e nell’opera di un uomo che in quasi un secolo di vita non si è mai compromesso con politici di nessun colore. Se l’avesse fatto, sarebbe diventato celebre in Italia e anche all’Estero e magari studiato finanche nei libri di storia dell’arte. Il tutto, critici permettendo. Ma la politica, si sa, fa miracoli anche con i critici d’arte. D’altronde fu Antonio De Curtis, Totò, a suggerirglielo sessant’anni fa, durante un viaggio in treno: “Con i politici non bisogna mai avere a che fare”. E Saverio gli ha tenuto fede, restando – per fortuna sua e nostra – sempre senza compromessi.

AURELIO FULCINITI