San Pantaleone a Montauro: “Orgoglio e appartenenza per chi resta e chi ritorna”

“In tema di devozione popolare, i festeggiamenti per il Santo Patrono di Montauro, San Pantaleone, rappresentano un vero motivo d’orgoglio per tutta la comunità. Qualcuno parla in maniera erronea solo della “Marina” a livello di notorietà locale, ma il borgo antico di Montauro, ancora oggi, è un esempio assoluto di identità, appartenenza e amore per le tradizioni.

Per chi l’ha vissuta sin da piccolo con il cuore, la tradizione del lancio dei biglietti colorati all’uscita del Santo in processione diventa emozione. Arancioni, blu, rossi, gialli, rosa, bianchi, azzurri e di tanti altri colori, sono dei messaggi diretti mandati a San Pantaleone. E basta leggerne alcuni per capire l’affetto e la profondità della devozione nei confronti del Santo. Da “Evviva San Pantaleone”, “San Pantaleone proteggi la Tua Montauro”, “San Pantaleone veglia sulle nostre famiglie” e “San Pantaleone sostieni e conforta gli ammalati”, si passa a messaggi di devozione ancora più profondi come “San Pantaleone, sii consolazione per tutti coloro che si soffrono e si sentono soli” e “San Pantaleone, guida i papà affinché non si scoraggino e non smettano di essere guida per i loro figli” oltre al pensiero per chi d’estate, da anni e da generazioni ritorna proprio nell’occasione: “San Pantaleone proteggi i nostri emigrati”. Il culto del Santo, a Montauro, non conosce – a differenza di alcune altre feste patronali, in provincia di Catanzaro e in Calabria – nessun vuoto generazionale. Anche i giovanissimi, figli e nipoti dí emigrati, sono presenti e non per dovere o costrizione, ma per pura e autentica devozione, in una parola per Identità. Come i bambini di quarant’anni fa – nel caso di chi scrive – anche quelli di oggi aspettano il lancio dei biglietti colorati per raccoglierli e farne collezione. Ed anche questo significa far parte integrante di una Tradizione vera e sentita.

Da Torino in particolare, città ed hinterland dove la comunità montaurese è più presente, ma da tutta Italia ed anche dall’estero, in particolare dalla Germania e soprattutto dalla Svizzera, il legame con Montauro non si è mai interrotto. Lo dimostra, ad esempio, il portale di Palazzo Terracini, in via Ferdinando Lomanno, dove sui balconi, a destra c’è appeso il tricolore italiano e dall’altro lato il rosso crociato svizzero. Il tutto, a testimonianza eloquente di un’appartenenza e di un ritorno.

La Banda Città di Montauro “Cuccarini”, del cognome del maestro e direttore musicale montaurese che la fondò nel 1924, da oltre un secolo rappresenta un orgoglio che si rinnova. Con il suo vasto repertorio, accompagna la vita del paese e lo rappresenta anche nell’ onorare il suo santo protettore. Bastano una “Marcia di Radetzky” o “Stelle e Strisce” (con un riferimento ai tanti emigrati presenti che ritornano dagli Stati Uniti) per scatenare un applauso sincero. Da ora si torna a pensare al rinnovarsi di una tradizione, con San Pantaleone sempre nel Cuore”.

Aurelio Fulciniti

Rock Auser Albi 2025. Si riparte con un respiro internazionale.

Quindici anni di attività, per un festival musicale, sono un traguardo non da poco e non da tutti, da sottolineare. A maggior ragione, lo sono se si tratta di un festival Rock, un genere che raccoglie ormai solo gli appassionati, anche se meriterebbe di tornare a vette di popolarità ancora più importanti. Ed a maggior ragione, ancora di più, è importante perché continua a svolgersi da anni ad Albi, piccolo, ma operoso ed affascinante comune della Presila piccola. Ecco perché, puntualmente come ogni anno, intervistiamo gli amici di Albi per farci descrivere la nuova edizione del Rock Auser in tutto e per tutto. E loro, come sempre, non tralasciano nulla. Ed eccoli, qui per voi. La voce è una, ma arriva da un gruppo coeso, nell’interesse di una tradizione musicale, di un territorio e di un folto gruppo di amici, partecipanti e spettatori appassionati.

Con quale spirito e con quali auspici parte questa nuova edizione del Rock Auser Albi?

Dopo il ritorno nel 2024, principalmente dedicato al tributo che abbiamo voluto rendere all’amico e co-fondatore Giacomo Rossi, abbiamo deciso di continuare grazie all’adrenalina che abbiamo provato nel corso di quella edizione speciale. I tanti incoraggiamenti e attestati di stima sono stati uno stimolo decisivo, per prendere la decisione di tornare. All’inizio, doveva essere solo un’edizione-tributo, ma a bocce ferme, la passione e il ritrovato spirito di un tempo hanno prevalso sulle nostre intenzioni iniziali.

L’auspicio è di continuare come abbiamo fatto nelle precedenti 15 edizioni: realizzare un festival rock per tutti gli appassionati della provincia e non solo. Come già ribadito in tante altre occasioni, in giro per la Calabria non ci sono molti altri festival rock, soprattutto così longevi e con ingresso sempre libero. È una delle poche occasioni per ascoltare rock di buon livello e, allo stesso tempo, socializzare in un mix perfetto dal punto di vista intergenerazionale. Casomai, la nostra speranza è quella di allacciare collaborazioni con altre realtà come la nostra, e nello stesso tempo creare unità di intenti con tutte le altre componenti che ruotano intorno ad un festival musicale: organizzazione, pubblico, musicisti, istituzioni, eccetera.

Ci illustrate il programma con le band italiane e internazionali che arriveranno ad Albi per il Rock Auser?

La prima serata prevede la seguente scaletta:
• Dakota Soulfulness, da Catanzaro. Abbiamo grandi aspettative per il loro live e siamo certi che daranno una spinta propulsiva importante, al resto della serata.
• Doomraiser, provenienti da Roma. La band gode di un grande credito tra il pubblico più appassionato, grazie alle loro sonorità hard rock e doom metal italiane. La conferma del loro valore arriva dal fatto che sono sempre presenti nei più importanti festival europei.
• Zac Harmon & The Drive, dagli Stati Uniti. Con questa scelta abbiamo voluto aggiungere un tocco internazionale di classe. Zac Harmon ha ormai alle spalle una carriera ricca di riconoscimenti e successi. La sua miscela unica di blues, rock, reggae, soul e gospel, insieme all’inconfondibile suono della chitarra e alla voce sensazionale, fanno di lui un vero ambasciatore del sound americano autentico.


La seconda serata prevede invece questa scaletta:
• Clockwork Animals, una band italo-britannica con sede a Liverpool, che unisce vari generi, dal rock alternativo al dream pop e gothic rock.
• Rock Tv The Band, provenienti da Milano. Fondata da Mario Riso, uno dei batteristi più importanti e influenti del rock italiano, propone uno show live molto particolare, basato sulla storia della musica rock con attrattive sorprendenti.
• Lennon Kelly, arrivano dalla Romagna. Il loro sound unisce la vena punk-rock alle sonorità folk irlandesi, con violino, cornamusa e banjo. Nel 2021 sono stati premiati come “Migliore Celtic Punk Band italiana” ai Musica. Il divertimento è assicurato dalla prima all’ultima nota.

Oltre all’aspetto musicale, quali sono le altre novità che il Rock Auser riserva per questa nuova stagione?

Possiamo annunciare che, grazie ai preziosi consigli e alle recensioni ricevute durante la nostra precedente edizione, abbiamo deciso di riprendere con entusiasmo alcune delle iniziative più apprezzate! In particolare, siamo in fase di attivazione delle convenzioni con hotel, ristoranti, parchi, musei e altre attrazioni varie che operano nella nostra splendida fascia presilana.

Dopo qualche anno di pausa, torniamo a realizzare l’area camping attrezzata, con l’obiettivo di offrire un’esperienza ancora più completa e immersiva ai nostri amici/appassionati.

Speriamo, nel nostro piccolo, di contribuire a creare un circuito musicale-sociale-turistico che possa dare un ulteriore impulso alla ripresa delle attività locali, portando energia, cultura e divertimento nella nostra zona e in generale anche nella provincia.

Vogliamo continuare a crescere se possibile, promuovendo il territorio e la musica come strumenti di unione e di socialità.

Che riscontro state avendo dal pubblico, dagli appassionati e dalla comunità locale, in vista di questa nuova edizione?

Al momento, stiamo ricevendo un riscontro molto positivo dal pubblico, dagli appassionati, da tanti amici e dalla comunità locale. In particolare, gli appassionati, dopo il successo della precedente edizione, hanno acquisito nuovo entusiasmo. Fortunatamente, anche molti amici che non sono propriamente appassionati di rock hanno mostrato grande interesse a partecipare e condividere questa esperienza, che non è proprio di carattere nazional-popolare. Siamo quindi circondati da tanto affetto e sostegno, che infonde molta fiducia. Tuttavia, l’aspetto economico rimane sempre un punto interrogativo: siamo costretti a fare i salti mortali e a sperare nella generosità di amici e appassionati. Insomma, si tratta di attivare una piccola diffusa raccolta popolare. Speriamo di riuscirci ancora una volta!

Ci associamo all’ultimo appello e ci aspettiamo ovviamente che in tanti vorranno contribuire. Il Rock Auser Albi merita e il suo successo dipende soprattutto da chi lo segue con passione. Ed ecco che un contributo fattivo potrebbe garantire una spinta decisiva per tenere sempre più alto il livello delle prossime edizioni.

Aurelio Fulciniti

“Battaglie di Libertà”: Saverio Zavettieri si racconta, senza tralasciare nulla.

In un periodo storico nel quale la politica ha abbassato notevolmente il livello già precario del ragionamento e del dibattito, entrando negli ambiti della reticenza e degli slogan, mirati ormai da un lato a favorire i più bassi istinti e dall’altro a mantenere punti di vista ormai poco comprensibili, il libro-intervista di Francesco Kostner a Saverio Zavettieri rappresenta un unicum di ritorno salutare all’agone politico di più alto livello.

Saverio Zavettieri ha una lunga storia da raccontare e non tralascia nulla. Non rinnega nessuna delle sue battaglie e prese di posizione. Rifarebbe quasi tutto, ed anche nei casi in cui ammette l’errore lo fa con estrema sincerità ed onestà intellettuale.

Della sua Calabria, ed in particolare della Locride e del reggino, traccia un ritratto calzante e sempre attuale, da politico che conosce bene il territorio, essendo stato sindaco di Bova marina fino a pochi mesi fa.

Del PSI e dei socialisti traccia ritratti precisi e taglienti, a volte sereni ed altre aspri, ma sempre estremamente lucidi.

Bettino Craxi, Giuliano Amato, Claudio Martelli. I grandi socialisti, Zavettieri li ha conosciuti e se li ricorda quasi tutti (nel senso che non li nomina tutti, ma alcuni li cita in particolare) e non risparmia critiche sulfuree, in certi casi.

Il suo è un nuovo “Visti da vicino”, come il libro di Giulio Andreotti che, decenni fa, ci introdusse nella conoscenza dei “Grandi” della politica. Nel caso di Saverio Zavettieri c’è meno arte diplomatica – apprezziamo l’Onorevole proprio per questo – e dunque più schiettezza ed incisività di vedute.

A parte la vigorosa analisi dei fatti calabresi e della Regione Calabria, Zavettieri, nella sua orgogliosa e ribadita onestà intellettuale è anche capace di ammettere gli errori, come nel caso delle vicende che portarono alla spaccatura del Nuovo Psi nel 2005. Un partito che stava facendo diventare realtà l’unità socialista – ormai irraggiungibile ad oggi – si trovò inopinatamente a dividersi, annientando un progetto nazionale che era nella sua più positiva fase di crescita.

Un passaggio dell’intervista di Zavettieri ci sembra illuminante e da citare con evidenza: “Nel breve periodo, credo di aver avuto ragione. Col passare degli anni mi sono convinto che le cose stavano diversamente”.

Non anticipiamo altre parti del libro, ma lasciamo spazio alla lettura, da parte di chi voglia ancora discutere e apprendere di politica, quella autentica, non filtrata, non perfetta, ma di sicuro presente a sé stessa. Quella che in tanti rimpiangiamo, nei grigi tempi d’oggi.  

AURELIO FULCINITI

“Capricci e Vedute” di Alessandro Russo

La mostra di Alessandro Russo “Tra Capricci e Vedute”, che sarà inaugurata il 3 Maggio alle 18 presso il MARCA di Catanzaro e rimarrà visitabile fino al 2 giugno, curata da Marco Meneguzzo, conta circa ottanta opere. In gran parte si tratta di quelle recenti, ma non si può illustrare l’opera del Maestro senza tenere conto di adeguate incursioni nella prima, fondamentale maturità espressiva dell’artista. Dai “comizi” si passa ai “paesaggi industriali”, alla “recovery art”, ai “paesaggi urbani” ed infine (per ora) ai “porti”.
“Fino a quando gli oggetti dell’architettura non si potranno staccare dal paesaggio, come un quadro dal muro, la pittura sarà il solo estremo baluardo”. Non possiamo non condividere la convinzione dell’artista Alessandro Russo, perché è la stessa che le sue opere trasmettono a noi, abituali osservatori e fruitori dell’impatto emotivo trasmesso dalla sua arte. 
La sua pennellata che autorevoli critici hanno definito, con pregnante efficacia, “liquiforme”, si trova in linea con la sensibile partecipazione dell’artista alla sensazione di decadenza, a un letterale “Rinascimento perduto” ed alle ambizioni scomparse che l’archeologia industriale porterà sempre alle sue spalle. 
Ma, oggi, un rilevante spazio espressivo di Alessandro Russo è riservato alla “sua” Milano d’adozione, già lanciata verso un futuro ancora più post-moderno di quello anche solo immaginato. Qui il tratto pittorico è veloce, non vetrificato, ma arricchito in più dalla pennellata istintiva e quasi nevrotica, perché offre l’idea del dinamismo, ancora di più cifra stilistica e soprattutto morale della Milano di oggi. 
Un’esposizione che promette grande ricchezza cognitiva, da non perdere assolutamente.

Aurelio Fulciniti

Rock Auser Albi, il bilancio di un grande ritorno.

L’anima vera del rock è ancora viva. E si fa sentire. Gli organizzatori, dopo un po’ di anni d’assenza avevano qualche dubbio, ma la grande partecipazione e l’affetto ricevuto dal pubblico e dai sostenitori in due splendide giornate d’agosto sulla Presila hanno dimostrato che si sentiva la mancanza del Rock Auser Albi.

Fra gruppi affezionati e nuove presenze, si può sostenere che il Rock Auser Albi è ancora un appuntamento immancabile e va sostenuto con efficacia, perché possa essere ripetuto ancora con successo. I presupposti ci sono, ma adesso, come di consueto, ci facciamo raccontare tutto dai nostri amici, pionieri ed entusiasti del Rock nella Presila. Il loro progetto continua a coniugare con successo la capacità aggregante della musica con la genuinità e la partecipazione dell’impegno sociale.

  • Partiamo dal punto principale: com’è andata quest’edizione, anche un po’ speciale, del Rock Auser Albi?

L’edizione ideata anche come speciale tributo al nostro compianto co-fondatore Giacomo Rossi è andata molto bene, aldilà di ogni rosea previsione, sotto tutti i punti di vista.

  • Ci parlate dei gruppi che hanno partecipato, da quelli provenienti dall’estero a quelli locali?

La partecipazione solidale delle band locali è stata molto importante e determinante per impostare la preparazione del festival. Non finiremo mai di ringraziarli, ecco perché è importante ricordare la line- up. 12 Agosto: Gaetano Angotti (Taverna single tributo), Nicola Rossi (Albi single tributo), OrangoRock (Albi e dintorni), Mantra3(Catanzaro), Hertz (Catanzaro), Walking Trees (Polistena e dintorni). Come band finale abbiamo avuto The Rumpled (Irish punk-rock) proveniente dal Trentino Alto Adige. Il loro sound ha letteralmente scatenato il pubblico presente, che ha partecipato ballando e saltando per l’intera durata del concerto. 13 Agosto: The Black Night (Catanzaro), Paul Costyn & Peppe Sanzi Band (Catanzaro), Neraluce (Catanzaro), Moondogs (Sersale). Come band finale della seconda giornata abbiamo avuto The Zac Schulze Gang proveniente dal Regno Unito (Rock-Blues), che ha incantato anche gli appassionati più esigenti ed è considerata la nuova speranza del rock d’oltremanica.

  • Come si sono trovati e ambientati i componenti delle band straniere?

The Rumpled si sono ambientati alla grande, partecipando e seguendo tutti i concerti, ed hanno anche dimostrato di essere splendide persone oltre che musicisti di grande livello. La band inglese ha dimostrato di gradire molto l’accoglienza ed ha particolarmente gradito la cucina italiana e quella calabrese in particolar modo.

  • Come è stato il riscontro del pubblico?

Bisogna dire che a tal proposito avevamo dei timori, perché il rock in molte piazze soffre la concorrenza di alcuni generi più popolari e più alla moda. Invece c’è da sottolineare che il riscontro è stato molto positivo, non solo con la conferma non scontata degli appassionati più tradizionali, ma anche con la partecipazione attiva delle nuove generazioni ed è stata una sorpresa bella e stimolante. Desideriamo comunque estendere i ringraziamenti a tutti coloro che ci hanno incoraggiato e aiutato a realizzare il festival-tributo al nostro indimenticabile amico Giacomo Rossi.

  • Vi rigiro la domanda che avete già fatto sui social: quale potrà essere il futuro del Rock Auser Albi?

Più volte abbiamo già detto che il futuro è da scrivere, però la partecipazione popolare e l’entusiasmo che ancora a distanza di tempo tocchiamo con mano, ci ha trasmesso nuovi stimoli e voglia di ritentare. Certo, siamo convinti che è necessario fare un nuovo salto di qualità e infatti con l’aiuto di amici e appassionati vorremmo apportare dei miglioramenti qualitativi nei vari settori dell’organizzazione e della realizzazione. Detto questo, vogliamo comunque evidenziare che ancora oggi continuano ad arrivare ringraziamenti per quello che siamo riusciti a fare, con l’aiuto di tanti amici e del solo Comune di Albi come contributo istituzionale.

  • In conclusione, a nome di tutti gli appassionati: ci rivedremo il prossimo anno?

La voglia, la passione e la tentazione ci sono, gli stimoli sono tornati e possiamo dire che ci stiamo pensando seriamente. Anzi, in verità stiamo già muovendo i primi passi per presentarci eventualmente con un gruppo più numeroso, in grado di affrontare nuove sfide nel tentativo di essere all’altezza di aspettative sempre più alte. Siamo disponibili ed anzi auspichiamo un coinvolgimento attivo di tutta la Presila e anche dei tanti amici-appassionati di Catanzaro e dintorni. Tentar non nuoce, perché era anche il sogno del nostro amico Giacomo Rossi.

Intervista esclusiva di Aurelio Fulciniti

Giuseppe Negro, dal topos ancestrale all’ampiezza del messaggio.

 

Da un materiale originario ancestrale, povero e destinato per sua natura a consumarsi, a spegnersi ancora prima ed infine a sparire, l’elaborazione alchemica dell’artista riesce, con dilatata sintesi, a realizzare una maestosità degli elementi inesplorata e che appare all’occhio senza limiti; ed a questo principale intento si aggiunge con determinata ed incisiva concettualità l’ampiezza complessa del messaggio che culmina nell’intensità visiva, compiuta nella forma, ma ampia e aperta all’infinito nella potenza della trasmissione emotiva. Ma è solo la forma a dare un’idea apparente della compiutezza, perché il materiale, nella sostanza friabile, grezzo e destinato alla polvere e dunque alla cenere, nell’impulso empirico e nella complessità intellettuale dell’artista, è destinato ad evolversi nello spettro concettuale di spazi ampi e orizzontali, oltre che complessi e verticali. Da un artista partito dalla personale elaborazione della tradizione ci si aspettava di trovare un topos, un tema peculiare. Legato alla nostra terra, ha trovato di certo nella forma iconica delle carbonaie di Serra San Bruno un felice contesto evolutivo in un materiale come il carbone che - come già affermato - sebbene destinato ad estinguersi per sua natura, è stato inserito in un suo percorso artistico assai largo e per questo proficuo, rivalutando in modo personalissimo la sintesi dell’opera e dandole una grandezza che si può definire senza esitazioni rivoluzionaria, proprio perché è destinata a durare nel tempo ed è tesa non solo e non tanto all’ampiezza, ma soprattutto alla capacità di attrarre e diffonderne i messaggi, aprendo le porte a una maestosa, silenziosa e potente rivoluzione concettuale. 
Luoghi fisici come Santa Maria della Roccella a Scolacium e l’Abbazia di San Galgano, in Toscana, trasmettono la stessa sensazione di ampiezza, maestosità e riflessione.
Jean Baudrillard, il filosofo caposcuola della “Patafisica” ¹ ha dichiarato a suo tempo che “l’Arte Moderna è la storia di una scomparsa, di una destrutturazione, di una decostruzione dell’arte” ². Qui non siamo certamente di fronte a una scomparsa o ad una destrutturazione, ma ci troviamo – è il caso oggettivo di dirlo – davanti a una struttura ben precisa, decisamente più pregnante rispetto alla relativa solidità, a cui si abbina una rarefazione che invece di disperdere l’ampiezza concettuale, la dilata maggiormente, rendendola ancora più ampia, presente e universale. Se nel concetto troviamo una grande avventura nel pensiero, qui vale la molteplice funzione dello strumento materico e la sua potenzialità espansiva; dunque, com’è ovvio, bisogna prepararsi a una nuova visione in cui il silenzio ci trasporta per invadere tutte le consuete dimensioni. Geometricità, linearità e profondità dell’immagine reale e riflessa rappresentano una cifra intuitiva e deduttiva imprescindibile. Visual Art, lasciarsi vedere, per scandagliare l’inconscio e travolgerlo.

¹ Alfred Jarry (il drammaturgo autore di “Ubu Re”, opera capofila del Teatro dell’Assurdo) nel creare la Patafisica la definisce “Scienza delle soluzioni immaginarie” ed è una logica dell’assurdo, uno schema metafisico eccentrico, summa di quella che poi è divenuta una vera corrente artistica, letteraria e filosofica. Nella gamma di elaborazione teorica della Patafisica troviamo Jean Baudrillard e Gilles Deleuze, e nel versante artistico, in Italia, è stata l’orizzonte di un artista poliedrico come Enrico Baj.
² Jean Baudrillard, “Patafisica e arte del vedere”, traduzione di Antonio Bertoli, Ed. Giunti, 2006.

Aurelio Fulciniti

Pino Monterosso, schivo per carattere, ma che parla con il linguaggio delle sue opere.

Pino Monterosso non ama parlare di sé. Ammette la sua timidezza, ma è sostanzialmente schivo. Non rilascia interviste e di lui si conoscono solo dichiarazioni trasmesse da chi ha avuto ed ha il beneficio di conoscerlo. E anche quando si esprime entra nel vago, per restarci, spiazzando l’interlocutore e lasciandolo così con poche informazioni. Preferisce parlare con la pittura e dall’osservazione delle sue opere si può trarre una tavolozza ideale – oltre a quella reale dei suoi colori – che rimanda alle sue passioni, ai passaggi di inquietudine e al rapporto sentimentale e autentico che ha con la vita. La sua carica emotiva, che pure è molto spiccata, a tratti prepotente nel senso proficuo del termine, la esploriamo osservando le opere che ci propone da decenni, sempre con grande trasporto e spessore umano. Si dichiara impressionista, ma a differenza della pura ed immediata trasmissibilità del reale che connota questa corrente artistica, lui dà una visione soggettiva della realtà. Ad ogni tratto pittorico, sia tecnico che coloristico, corrisponde l’irrompere di una visione vitale, di uno stato d’animo imprescindibile. È una pittura fatta e composta di solarità improvvise, alternate a toni cupi e meno illuminati. Si può dire che in ogni opera traduca alternativamente o l’amorosa gioia dell’artista, o le sue angosce e i suoi tormenti. Il suo tratto non è punteggiato come quello dei divisionisti o soltanto spontaneo come nella migliore tradizione impressionista giunta fino a noi. A una pennellata larga, ma ben delineata e non piattamente uniforme, si accompagnano sfumati meno tratteggiati e minuziosi, ma più completi ed evoluti come dimensioni del dettaglio e della vastità del campo visivo fatta tutta di immagini, natura, luoghi, oggetti, volti e corpi. Tra l’impressione più semplice risalta spesso il tono elaborato, moderno, in apparente contrasto con l’insieme. Le marine, le spiagge, gli scorci di mare assolati, le “cartoline” cittadine appena abbozzate e finanche fosche, ma fortemente attrattive, le nature morte e le immagini sacre, oltre ai ritratti “profani” di grande effetto, formano un vasto ampliarsi della qualità pittorica intuitiva, senza la quale non si può parlare di Monterosso in senso davvero compiuto. In certi casi la pennellata diventa più densa e criptica, meno portata a far conoscere e identificare. Lì osserviamo il vero tormento dell’artista, con il contraltare in altre opere dell’estasi di michelangiolesca memoria. La sua gamma di artista parte dalla pittura e poi si esprime come opera diretta nel disegno, fino ad arrivare ai murales. Ma non tradisce mai un’impronta che – a questo punto della sua carriera – riteniamo non potrà mai definirsi stabile, perché troppo legata alle emozioni personali, all’impatto volitivo e pieno di vita dell’artista sull’opera nel momento stesso in cui la esegue. Ed è qui che, legandoci al carattere schivo dell’artista e alla sua proverbiale e ammessa timidezza, possiamo attingere per il consolidamento duraturo delle sue opere, nelle quali risiede tutto il suo carattere che egli, per scelta, non ha mai fatto trasparire troppo di persona. Come raramente accade, l’opera serve a delineare – se non a identificare pienamente – l’artista e non il contrario, come si vorrebbe che accadesse e potrebbe succedere con personalità più aperte, ma forse meno stimolanti per il non avere l’ampio raggio di riflessione e comprensione che da anni si struttura in Pino Monterosso, artista e persona.

AURELIO FULCINITI

Francesco Benincasa, tecnica y tecnica.

Francesco Benincasa ha vissuto nell’arte fin da ragazzino, fin da piccolo anzi, e dunque non poteva che scegliere una via espressiva che gli aprisse degli spazi da esplorare, attraverso i quali esprimere al meglio la sua vocazione artistica ansiosa, anche smaniosa di venir fuori. E lo ha fatto con la fotografia. Per lui non è solo lo scatto fulmineo, il cogliere l’attimo, ma anche la costante applicazione della tecnica all’opera fotografica, ed in particolare un’elaborazione artistica dai canoni liberi, eppure molto ben delineati. Tecnica y tecnica, tecnica con tecnica, potremmo e possiamo dire. Un’applicazione artistica che non nasconde affatto il reale, e neppure lo modifica, ma anzi lo rende più attrattivo pur restando sé stesso, e soprattutto più riconoscibile. Niente finzione, dunque, ma un obiettivo che vuole arrivare ad una capacità e una forza di impressione che vanno molto al di là della valenza originaria della fotografia. È un personale archetipo della fotografia colta e con virtuosismo d’artista, che non vuole nascondere nulla, bensì rendere più vero ciò che altri si ostinano a non voler individuare, perché completamente – o in buona o in cattiva fede, questo spetta a un’analisi ben più complessa giudicare – offuscati dai preconcetti, dalle mezze visioni, o in molti casi da una non malevola, ma evidente ignoranza visiva, congenita o cogita, rispetto a luoghi vissuti pubblicamente, ma altrettanto spesso negati, perché nei fatti non conosciuti nel senso più vero del termine. E Benincasa ci illumina, portandoci in sentieri fino a poco prima inesplorati o mal frequentati, e finalmente visti con occhi veri.

Come è nato il tuo interesse per la fotografia?

Sono nato in mezzo a quadri di grandi pittori, mio padre di professione era corniciaio, e già da piccolo possedevo un ottimo estro artistico. All’età di 12 anni facevo ritratti alla gente e giravo per i vicoletti del centro storico per schizzare a matita quelle stradine dove passavo il tempo a giocare con gli amici. A 18 anni mi venne la passione per l’astronomia e comprai la mia prima Yashica super 2000 per le stelle col telescopio. Il passaggio dal disegno alla fotografia fu naturale. Non feci nemmeno in tempo a portare in stampa il mio primo rullino che la macchina fotografica era diventata parte integrante del mio corpo.

Si nota nelle tue foto una grande padronanza e accuratezza della tecnica. Cosa può aggiungere e cosa eventualmente può togliere la tecnica alla bellezza e al fascino descrittivo ed emotivo di una foto?

La tecnica è molto importante. Ho letto tanto sulla pratica e l’ingegnosità fotografica di tanti artisti, ma arriva però poi il momento di personalizzare quello che hai imparato e a quel punto la tecnica lascia spazio alla creatività ed al fascino del momento, al particolare che mi colpisce e che poi si trasforma in immagine emotiva. 

Roland Barthes, in “La Camera chiara” individua la principale ripartizione estetica della fotografia fra “realismo e pitturalismo”, e cioè fra la foto “reale” e quella più “artistica”. Come fotografo, in quale delle due ripartizioni ti riconosci, e in che termini? 

Sicuramente credo di riconoscermi maggiormente nella seconda categoria, quella artistica. Ovviamente il mio interesse parte dall’attenta osservazione del reale, ma poi tutto questo si trasforma in quel pitturalismo di cui parla Roland Barthes, là dove il colore della foto, come le sfumature di una pennellata, vanno a creare quasi un quadro.

Dalle tue foto della città e dei suoi luoghi più belli, emerge un grande trasporto emotivo. Penso che in pochi riescano a vedere i luoghi in modo così reale e pregnante, fino al più piccolo dettaglio. I luoghi storici appaiono più che reali, li puoi quasi toccare. Ci vuole davvero una fotografia per immergersi in una realtà che molti distrattamente non notano o fanno finta di non vedere? 

Dipende dallo spirito con il quale vengono visitati questi luoghi. Le mie uscite in città sono mirate a scoprire ed immortalare quei luoghi ricchi di storia, di vite vissute, di tradizioni. Guardo con occhio attento, sento gli odori, carpisco sfumature cromatiche ed osservo tutti quei particolari che emergono poi dalle mie fotografie. Particolari che mi riportano indietro nel tempo, alla mia infanzia ed anche di più, facendomi rivedere dei ricordi, dei momenti che mi hanno segnato e che prepotentemente emergono dalle mie foto. Con lo spirito giusto questa realtà può essere notata in tanti modi, con la fotografia, con la scrittura, con la musica e così via…. Basta vivere il momento e la realtà esce allo scoperto.

Un tratto distintivo delle tue foto è la solarità. La luce illumina tutto e quasi lo trasforma. Quanto c’è del tuo pensiero in questa predominanza della luce? 

Un fotografo dipinge con la luce, questa è la mia fondamentale alleata nei miei scatti. La luce illumina e contemporaneamente trasforma, mette degli accenti su qualcosa d’importante, crea ombre là dove devono essercene… La luce e la solarità, caratteristiche forse anche del mio carattere e della mia personalità. 

 Di quali foto vai più fiero e quali sono i tuoi progetti futuri, visto che la tua arte appare agli occhi in continua evoluzione?

Non ci sono foto in particolare di cui vado più fiero, forse queste fatte a Catanzaro mi hanno permesso di avere un po’ più di visibilità sui social, ma in questi 35 anni di scatti ne ho fatti veramente tanti, molti paesaggi di montagna, marini della costa ionica, Pietragrande in particolare. Ho tanto materiale analogico e digitale che è rimasto tanto tempo chiuso in un cassetto o in un Hard disk, e sicuramente tra i miei progetti futuri c’è quello di raccogliere e selezionare i miei scatti migliori per condividerli con la gente che apprezza la mia fotografia. Chissà, magari un libro un giorno…

Aurelio Fulciniti

Il grande ritorno del Rock Auser Albi

Esiste ancora il Rock? Prima di fare avanzate ipotesi antropologiche, sociologiche, prima ancora che musicali sul genere che ha cambiato la vita di qualche generazione, sicuramente delle migliori, vale la pena soffermarsi sull’altro lato. Più che il Rock esistono ancora gli appassionati di questo baluardo musicale leggendario e imprescindibile. E poiché la vera passione non conosce ostacoli né intervalli, diciamo subito che il Rock è vivo.

Per vari motivi, anche di carattere economico e organizzativo, molti festival Rock non si organizzano più in Italia, da Nord a Sud, ma c’è chi resiste o ritorna alla grande, come è il caso del Rock Auser Albi. Dopo qualche anno di pausa, gli amici della Presila ritornano con un festival che tanti appassionati ha riunito e tanti consensi ha avuto in passato. Molte sono le band locali che hanno già aderito e ne parleremo fra poco, in maniera più approfondita, dando la parola ai nostri amici presilani, ma fra qualche mese – se non addirittura prima – si sapranno anche i nomi degli ospiti nazionali ed internazionali che aderiranno. Il Rock Auser coniuga la passione per il Rock, l’entusiasmo di un gruppo coeso di organizzatori ed un pubblico appassionato con la vitalità ulteriore dell’associazionismo, che è sempre stato vicino e fa tutt’uno. Tutte componenti essenziali, con una dedica particolare, che scopriremo nelle risposte. Ma ora via, con la parola agli amici del Rock Auser Albi…

> Come è nata l’idea di ripartire di nuovo con il Rock Auser Albi dopo qualche anno di pausa?

Già da qualche anno avevamo ricevuto tante sollecitazioni di amici e appassionati che ci chiedevano con insistenza di ritornare, la passione e la voglia erano intatte ma le difficoltà ci sembravano insormontabili. Le continue richieste del pubblico e la prematura scomparsa del nostro amico Giacomo Rossi (uno dei tre fondatori) ci hanno dato la spinta finale.

> Quest’anno il Rock Auser ha una dedica speciale?

L’amico Giacomo Rossi è stato uno degli artefici del festival, non potevamo attendere ancora, avevamo l’urgenza e il bisogno di fargli una dedica speciale, quale migliore occasione se non quella di riprendere il Rock Auser come tributo alla sua indelebile figura?

> Qual è stata la reazione del vostro pubblico affezionato e dei vari appassionati, a questa notizia?

Il pubblico ha risposto con entusiasmo e partecipazione, quando è stato ufficializzato il ritorno abbiamo ricevuto molti attestati di stima sulla pagina Facebook (nonostante fosse stata per qualche anno in standby), ma soprattutto è stato molto stimolante ricevere numerosi incoraggiamenti anche da un pubblico più tradizionale. Adesso però chiediamo a tutti gli amici e appassionati un sostegno propositivo, abbiamo bisogno della partecipazione attiva di tutti gli interessati, vogliamo che ognuno di loro si senta parte integrante del Rock Auser 2024, a breve quindi lanceremo delle iniziative di sostegno al festival, ci aspettiamo una risposta solidale che ci consenta di guardare al futuro con rinnovata fiducia.

> Che tipo di pubblico potrà avere il Rock Auser quest’anno?

Siamo ripartiti con un approccio diverso rispetto al passato, nelle prime riunioni abbiamo avuto oltre allo zoccolo duro degli appassionati più fedeli, anche una nutrita partecipazione di giovani. La cosa ci fa ben sperare, infatti siamo intenzionati a creare qualcosa di diverso, in linea con i tempi che cambiano velocemente. L’idea base è quella di creare un piccolo villaggio dove sin dal primo pomeriggio si potrà non solo ascoltare musica, ma anche assistere e partecipare ad eventi culturali e ricreativi. Ovviamente siamo ancora in fase di studio sulla fattibilità delle idee che abbiamo in mente.  Stiamo anche mettendo a punto una campagna promozionale per far conoscere il Rock Auser anche ai ragazzi che magari per motivi anagrafici non hanno mai potuto partecipare. Naturalmente il pubblico più fedele è sempre in cima ai nostri pensieri.

 > C’è la possibilità di avere qualche anticipazione sul programma?

Il Festival inteso anche come tributo, come già detto partirà nel pomeriggio con concerti di band regionali che hanno già entusiasticamente chiesto di potersi esibire; infatti, sono già sei i gruppi che hanno aderito: Black Night, Hertz, Paul Costyn & Peppe Sanzi band, Neraluce, Mantra3, Orangorock, Moondogs e Walking Trees.

Per ciascuna delle due serate stiamo poi per concludere con dei gruppi headliner, al momento manca ancora qualche dettaglio, ma ci stiamo movendo nel solco della tradizione e presto annunceremo i nomi delle due band con dei concerti in esclusiva assoluta per la Calabria.

intervista esclusiva di Aurelio Fulciniti

Raffaele Luna. Luoghi, scorci, immaginario.

A differenza di altri suoi colleghi, Raffaele Luna non ha appreso l’arte, i segreti e la magia della pittura a scuola o in ambiti accademici. La sua vocazione non nasce dall’istruzione, ma dal talento puro, per il quale è stato coinvolto nell’esercizio e sollecitato fin da bambino. Come tutti i pittori cresciuti lavorando essenzialmente sulle proprie capacità, Raffaele Luna ha intrapreso un lungo percorso di osservazione ed applicazione dello sviluppo artistico che – a suo dire – continua tuttora. Per conoscere la vera natura della sua vis pittorica aveva bisogno di una figura maestra che gli indicasse la strada, di un insegnante, di un autore che lo coinvolgesse emotivamente e del quale – parte non trascurabile – condividesse anche le doti umane in perfetta comunanza, e lo ha trovato nel Maestro Gioacchino Lamanna. Come i grandi del Rinascimento, ma con totale umiltà e rispetto, è stato “a bottega” da Lamanna e ne è seguito un cammino verso il prodursi di un’arte vivace, solare e con in più una tavolozza ricca e per certi versi inaspettata a cui Raffaele ha aggiunto nuove tonalità e altri dettagli, comuni e sorprendenti in divenire, come anche il contrario.

Come nel durevole fluire della tradizione post-impressionista, il colore per Raffaele ha un’importanza fondamentale, affiancata a quella della vivida osservazione dei luoghi. Il celeste tenue ma abbagliante, il rosso acceso e purissimo, l’arancione, il rosa, il verde chiaro e quello più marcato ma non meno caldo, il blu e un grigio inaspettatamente incisivo, si accompagnano alla naturale cura dei dettagli. E andiamo tra le foglie, i fiori, i vasi, i prati, le lenzuola e gli abiti appesi ai davanzali o stesi lungo i vicoli, che nella loro meditativa solarità costituiscono un tratto distintivo dell’opera di Raffaele Luna. E passiamo poi fra i volti, le figure umane, da quelle appena abbozzate delle opere d’insieme a quelle scarne e vissute dei ritratti, nei quali l’artista è acuto, ma che tende a mettere quasi in secondo piano, perché non gli attribuisce la congrua immediatezza e l’aderenza alla realtà degli scorci, dei paesaggi importanti nei boschi o verso il mare, o delle scene campestri.

Una visione pittorica così sensibile ed umana riesce a dare all’alternarsi dei chiaroscuri e dei giochi di luce e ombra tipici dei macchiaioli toscani una capacità di messaggio che porta il sole nei borghi e ce lo fa sentire dritto e addosso, abbagliandoci già da osservatori.

Raffaele Luna crede nell’importanza del disegno, sia come arte pura che come punto basilare della pittura, inizio singolo eppur essenziale di quell’itinerario che porta all’opera terminata e la dona alla visione.

Pur nello stretto realismo, possiamo dire che le opere di Raffaele Luna portano ad una contrastante e gradevole “Metafisica di vicinanza”. Nelle sue opere vediamo i luoghi, ci vengono familiari, ma non li riconosciamo, perché lui con reale alchimia li trasporta in un diverso campo temporale e li tramuta, rendendoceli non solo più concreti e nello stesso modo indefiniti, ma soprattutto più eterei nel tempo e nello spazio. Sta a noi capire dove siamo, dove ci troviamo e che ricordi possiamo avere, immaginando realtà vicine con l’apporto decisivo di uno sguardo privilegiato, quello del pittore.

  • Testo di Aurelio Fulciniti