Garbo alle OFF-Officine Sonore (Lamezia Terme) il 19 maggio.

Per chi ha vissuto gli anni 80 dalla porta principale, soprattutto come primi ascolti musicali, lui non ha bisogno di presentazioni. Se avete conservato e radicato nel tempo le emozioni musicali di quegli anni, allora non c’è bisogno di aggiungere molto. Tuttavia, se difetta un po’ la memoria – speriamo di no, perché viaggiamo tutti sui quaranta o giù di lì ed è un po’ presto per essere smemorati – vi diamo una bella ripassata.
Garbo (al secolo Renato Abate, nel decennio d’oro in cui si trasformavano i nomi italiani più normali o altrimenti anonimi in definizioni destinate a durare nel tempo) nasce nel 1958, a Milano, e già col finire degli anni settanta volge il suo sguardo verso la musica wave mitteleuropea, dove artisti come Ultravox, Kraftwerk, John Foxx, Roxy Music e Gary Numan stanno dando vita a una scena musicale che diventerà imperante nella prima metà degli anni 80. Il debutto, strettamente legato a queste influenze musicali, avviene nel 1981 con “A Berlino…Va Bene”, un disco innovativo e moderno rispetto a tutto quanto è possibile ascoltare in Italia in quel periodo, chiaramente ispirato al periodo berlinese di David Bowie ed alla scena mitteleuropea, che ottiene subito buoni riscontri di pubblico e critica. Garbo, in contemporanea, inizia anche la sua esperienza sul palco aprendo i concerti di Franco Battiato, in tour sold out ovunque a supporto del best seller “La Voce del padrone”.
L’anno seguente Garbo torna con “Scortati”, che si apre a sonorità e testi più maturi e contiene le hit “Vorrei regnare” e “Generazione”, fin dal titolo vero e proprio inno generazionale e manifesto della sua musica. Nel 1983 duetta con la splendida voce di Antonella Ruggiero dei Matia Bazar (in quel periodo all’apice del loro successo internazionale) nel singolo “Quanti Anni Hai?”. Nel 1984, la prima partecipazione al Festival di Sanremo con il brano “Radioclima”, con cui vince il premio della critica.
Sul finire degli anni 80 e sino al 2002, fra cambi di case discografiche (con lunghe pause, per poi virare verso quelle indipendenti e lontano dalle “majors”, Garbo prosegue fra sperimentazione e pause di qualche anno.
Il 2002 lo apre con “Blu”, primo di tre album che fanno riferimento a una “trilogia dei colori”.
Nel settembre 2005 è il turno di “Giallo Elettrico”, anticipato dal singolo “Onda Elettrica” al cui video partecipano molti vecchi amici e nuovi collaboratori, tra cui Boosta dei Subsonica con il quale Garbo aveva in precedenza collaborato per il progetto “Iconosclash”. L’anno successivo esce, per l’etichetta Photographic, “ConGarbo”, una doppia raccolta di cover realizzata in occasione dei 25 anni di carriera, in cui un nutrito numero di artisti tra cui Baustelle, Delta V, Soerba, Krisma, Andy dei Bluvertigo, Meg e Madaski omaggiano colui che è stato un punto di riferimento e ispiratore per la loro carriera musicale. Laddove in Blu dominano le atmosfere crepuscolari, notturne, all’interno di un tessuto musicale comunque pop-rock, Gialloelettrico rappresenta un percorso tipicamente urbano, condito di rumori cittadini della vita di tutti i giorni, per descrivere il quale Garbo sceglie di utilizzare il pop elettronico, genere con cui l’artista ha comunque sempre flirtato nel corso della sua lunga carriera.
La trilogia si chiude con Come il vetro, del 2008, che vuole invece rappresentare ambiguamente l’assenza di qualsiasi colore, o viceversa la presenza di tutti i colori, a seconda di come si vuole sfruttare l’elemento trasparente. E non a caso parliamo di un disco più cantautorale dei precedenti, un disco che esprime un concetto di trasparenza, intesa dall’artista nel senso di essere più immediato, più semplice e diretto, lasciando da parte le sperimentazioni per arrivare più facilmente all’ascoltatore.
Dopo i vari album in studio, ora Garbo torna con un album dal vivo, il primo in assoluto della sua discografia. Garbo Living 2016, nei negozi e negli store digitali dallo scorso 23 settembre, pubblicato dall’etichetta Discipline e uscito in vinile per Overdrive Records, riproduce su disco lo show che Garbo ha presentato al suo pubblico lo scorso anno durante il tour promozionale dell’album “Fine” realizzato insieme allo storico collaboratore Luca Urbani. Diciannove brani complessivi che comprendono gli episodi più rappresentativi della produzione più recente (CD1), insieme ai grandi classici come “A Berlino va bene”, “Il Fiume”, “Radioclima” e “Vorrei regnare” (CD2).

Aurelio Fulciniti

Riecco le luci del Comunale.

Quando si parla di un Teatro o di un Cinema (scritti rigorosamente con la maiuscola) è bello partire dalle luci. In primo luogo, perché poche cose sono belle quanto una sala illuminata, soprattutto per chi ha nel cuore le due arti che abbiamo citato all’inizio, in particolare quando lo “spazio fisico”, il luogo della rappresentazione, coincide con un affascinate e commovente viaggio a ritroso con la memoria. Ed è un viaggio all’indietro che sembra non finire mai, una lanterna magica che si illumina nel buio e che riporta immagini in cui il sogno si alterna con la realtà, si confonde con essa ed in certi momenti ne prende addirittura il posto, in modo inconscio e piacevolmente imprevisto. È il momento in cui il calpestio delle tavole del palcoscenico, la voce degli attori e la luce del proiettore si trasformano attraverso il calembour degli aneddoti e il filtro della nostra memoria. Qual è la verità? Difficile dirlo. Ma Teatro e Cinema non esisterebbero senza finzione e recitazione, e dunque anche lo spettatore filtrerà i suoi ricordi attraversi la magia di una lunga recita. È inevitabile, e sarebbe strano se non fosse così. Ed è questa l’essenza che ha suscitato l’incontenibile emozione registrata in questi giorni con l’apertura del “Nuovo” Cinema Teatro Comunale di Catanzaro. Ormai di “Comunale” non ha più nulla e guai se non fosse stato così. Senza il sostegno degli appassionati e di tanta gente che ha ripreso ad apprezzare il valore della cultura e delle arti, il Comunale non avrebbe mai riaperto. E invece rieccolo, il “Comunale”, a ripartire come fucina delle arti e dispensatore di sogni, divertimento, ironia, commozione e – perché no? – anche di quella capacità di riflessione che solo il Cinema ed in modo particolare il Teatro sanno trasmettere con il loro classico carisma pregnante, tirandola fuori anche nelle pieghe dell’ilarità di una battuta.

Ed è ora il momento di ripartire delle due arti che hanno caratterizzato questo storico luogo. La prima che si è deciso di trattare è il cinema. Ma non perché è la più importante – le classifiche in ordine di importanza sono di un’antipatia feroce ed è meglio evitarle – bensì perché è la più familiare, quasi per antonomasia. Al cinema siamo andati quasi tutti, in generale, ed in questa città nessuno può dire di non essere mai entrato al “Comunale” a vedere un film. Chi dice il contrario sicuramente non mente, ma potete star certi che si tratta di contarli sulle dita di una mano. O al massimo di due, ma è per essere generosi. Al massimo di due, ma è per essere generosi in un ipotetico conteggio, non per altro. E così è stato per Gianni Amelio. Il grande regista, originario di San Pietro a Magisano, in provincia, che dopo la settantina ha riscoperto la città in cui studiato e si è “nutrito di cinema” (per usare un’espressione che fu cara a un altro celebre regista, Francois Ttruffaut) non è mai stato un autore votato con lo sguardo al passato, come lo è ad esempio Giuseppe Tornatore. Quello di Gianni Amelio è un cinema complesso e intenso, ma solidamente inserito e ancorato nella realtà che descrive ed esplora. Basta citare, a tal proposito alcuni suoi capolavori (scelti secondo le preferenze di chi scrive, e perciò molto soggettive, come “La fine del gioco”, girato a Catanzaro, “Il ladro di bambini”, “Le chiavi di casa” o “L’intrepido” (bellissimo film). Ma Gianni Amelio è ancorato saldamente alla realtà anche quando lo spazio temporale dell’azione si sposta indietro nel tempo, come nel caso di “Porte aperte” o “Così ridevano”. Ed anche il suo ultimo film, “La tenerezza”, con cui è stato inaugurato il “Comunale” alla presenza anche del grande regista, nella sua modernità, rispecchia il solido attaccamento al reale che ha fatto da canone alla sua carriera di autore.

E però, come anche Truffaut ed altri celebri registi, il “nutrirsi di cinema”, coincide nella persona con un indelebile ricordo del passato, di quegli anni che coincidono con la formazione e la maturità di un grande regista. Ed è per questo che Gianni Amelio, a Catanzaro, è apparso realizzato e sicuro più di quanto già non lo fosse, oltre che molto disponibile. Il suo primo romanzo, uscito nel 2016, si chiama per l’appunto “Politeama”, come uno dei “suoi” cinema di ragazzo, che egli disconosce apertamente e con piena ragione, perché abbattuto e divenuto ormai un’altra cosa, preferendo il “Comunale” risorto dalle sue ceneri e tornato ad essere la fucina di emozioni che è stata per tante generazioni. Anche per questo motivi, Gianni Amelio non poteva mancare.
Un altro ricordo, doveroso, va all’uomo a cui è stata intitolata la sala cinematografica: Franco Proto, lo storico “patron” del “Comunale”. Scomparso nel 2015, è stato non solo un gestore, ma un vero appassionato di cinema. Ovunque si parlasse di cinema o vi fossero rassegne, c’era lui fra il pubblico. Oltre ai film, ai registi e agli attori, era molto interessato alle tecniche di proiezione, che approfondiva sempre con grande curiosità e rispetto alle quali era sempre prodigo di domande.

Ma ora parliamo della seconda arte del “Comunale”: il teatro. Ed è qui che avremo modo di ritrovare il teatro vero, quello appassionante, prodotto e costruito sulle grezze tavole del palcoscenico, riportate alla luce da Francesco Passafaro e dai suoi collaboratori come potrebbe esserlo un prato verde spuntato fuori all’improvviso dal cemento (nel nostro caso reale) che lo ricopriva.

Ma tornando alla magia dei ricordi, lasciamo perdere i registi e gli attori. Non se ne vogliano a male, ma qui si passa ai ricordi personali. Chi sta scrivendo ha avuto il suo “battesimo” teatrale da quindicenne, nel 1989, proprio al “Comunale”, quando le stagioni teatrali erano davvero ricche e non con gli stessi attori presenti ad ogni stagione senza mai un’alternanza fra le compagnie e i protagonisti, come succede oggi. Nel 1989 fu “Gli attori lo fanno sempre”, di Terzoli e Vaime, con Gino Bramieri e Gianfranco Jannuzzo ad accendere in chi scrive il fascino del teatro, da spettatore. E proprio grazie al “Comunale”, chi scrive ha potuto vedere in scena Giorgio Gaber o Dario Fo, tanto per citarne due a caso. E non è poco, quando si tratta di emozioni del teatro.

Ma accanto al teatro serio, torna in mente una recita scolastica del Liceo all’inizio degli anni Novanta. Accanto ai compagni di scuola, “recitava” anche uno dei professori. Il pubblico era molto naif, si capisce, e in latente ebollizione. Ad un tratto, dalle prime file, parte un lancio di ortaggi sul palcoscenico ai danni del malcapitato docente. E un suo collega professore, dal piano superiore, incitava l’alunno lanciatore in platea: “Vai! Butta! Non fare economia!”. Non si citeranno i nomi, né tantomeno i cognomi, ma solo per pura mancanza di memoria.

Dalla parentesi “faceta” torniamo al Teatro serio, facendo un doveroso omaggio all’uomo a cui è stato intitolato il palcoscenico. A Nino Gemelli, che manca da nove anni ma è nel cuore di tutti noi, la Città dovrebbe fare un monumento, quantomeno in senso di metafora, se non in marmo o bronzo, per il rispetto con cui ha trattato il dialetto e l’umanità dei suoi testi e dei suoi spettacoli. Molto si è scritto di lui, ma al “Comunale” è stato giusto ricordarlo, perché era un po’ la sua casa, in cui ha diffuso per anni la sua arte e le sue rappresentazioni, riuscendo ad amalgamare e a far recitare praticamente chiunque. Un omaggio doveroso e senza tempo, quello che gli è stato tributato.

AURELIO FULCINITI

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‘A Naca e San Giuanni

Tanto per cominciare, iniziamo a chiamarla ‘A naca e San Giuanni. Di San Giovanni, cioè. Alcuni hanno preso a definirla del San Giovanni, collegandola al vicino Complesso Monumentale che sorge accanto alla chiesa da cui, ma la definizione ha suscitato le giuste rimostranze di chi, facendo leva sull’incessante lavoro dell’Arciconfraternita e dei parrocchiani, anche quest’anno, con incessante e documentato lavoro, ha contribuito – con forte devozione – alla Naca che uscirà dalla Chiesa di San Giovanni Battista, in Piazza Giuseppe Garibaldi e che andando verso i vicoli risalirà lungo Corso Mazzini per tornare fino alla Chiesa. Ai neofiti e conosce la Naca solo superficialmente potrebbe sembrare un percorso sempre uguale, per via di tappe fisse come i vicoli paralleli al lato destro del Corso (a salire) o sinistro (a scendere), ma si tratta di un percorso che in realtà ha una forte specificità e un grande rispetto delle tradizioni. Alcune fra le quattro chiese hanno saltato a volte l’uscita della Naca, ma il percorso è rimasto sempre lo stesso, quando è stata possibile l’uscita, a passata, presente e futura memoria di una tradizione di Fede immutabile e duratura nel tempo.

Grande merito, quest’anno, per il rispetto e soprattutto la cura che si deve alla tradizione, va all’Arciconfraternita di San Giovanni Battista che già nell’edizione del 2013 (una fra le più belle degli ultimi anni) fece risplendere la processione della Naca, dando risalto alla cura delle figure, delle statue e dei simboli che la compongono, nonché allo splendore dei paramenti, restituendole la sua vera identità, più vicina alle tradizioni popolari del Sud Italia e anche dell’Estero, con particolare riferimento ai riti della Settimana Santa di Siviglia.

Certo, la Naca più che una rappresentazione tradizionale del Venerdì Santo rappresenta un percorso penitenziale, accompagnato dal silenzio (impressionante, per le vie e i vicoli della città, pari alla grande folla che assiste alla processione), con il solo suono della tromba e della troccola, uno strumento arcaico suonato in molte processioni del Meridione, reintrodotto nel 2013 proprio da Enzo Rotella (che lo suona) e dall’Arciconfraternita di San Giovanni. Lo strumento, che tradizionalmente sostituisce il suono delle campane (le quali non suonano durante la Settimana Santa), conferisce un suono cupo, e per questo emblema della penitenza, oltre a far concentrare l’attenzione sul rito, sul contegno del corteo storico che accompagna la Naca e sul nascosto pathos della Settimana Santa.

Un pathos presente fino a dieci anni fa, della cui assenza si è molto discusso. Al solo parlare di questo pathos, che alle volte suscitava discussioni o qualche spavento (soprattutto nei più piccoli fra gli spettatori) è seguito, all’articolo pubblicato l’anno scorso su questo blog, un articolo, vergato su un file word e quindi non uscito su giornali e siti internet – ma ben presente a chi se ne occupa e ama davvero la Storia della Naca di Mario Mauro, appassionato di Storia della città, guida turistica e autore di varie pubblicazioni su Catanzaro. Oltre che un articolo dettagliato sulla tradizione e sulle sue varianti (accolte più o meno bene dai fedeli o dagli storici) è sembrato in alcuni punti un “J’accuse” di zoliana memoria nei confronti di chi ha curato per anni la Naca e anche dei cittadini e dei fedeli che la seguono da anni, “rei” di avere accettato determinati cambiamenti del corso della tradizione. Certamente, la Naca ha avuto negli anni degli “accenti” che rispettavano ben poco la tradizione, e infatti .i “soldati romani con in testa orribili elmetti sormontati da spazzole di plastica del tutto simili a quelle usate per pulire i pavimenti, e con in mano lance che originariamente rappresentavano i sette dolori di Maria e non certo le armi di ordinanza dell’esercito capitolino “ è stato un bene eliminarli progressivamente. Ma bisogna legittimamente obiettare su un “J’accuse” per alcuni piccoli tratti ingeneroso come quello tracciato da Mario Mauro. Eh sì, perché ognuno ha il suo modo di vedere la Fede, e il fatto che la Naca sia un rito penitenziale più che una tradizionale processione del Venerdì Santo, non contraddice il pathos del Rito. Anzi, lo conferma, sia pure in maniera diversa. Il rispetto del rito penitenziale, infatti, non ha cancellato del tutto il pathos che lo storico cittadino vorrebbe eliminare completamente, e sbagliando di grosso. Il pathos, infatti, è più dosato ma proprio per questo si inserisce ancora di più nel silenzio della processione, senza eccessi smaccati ma rendendo tutti participi, ora in modo costante, dell’intensità emotiva della Passione di Cristo, peraltro già compiuta.

Una “polemica”, dunque, che ha avuto il merito salutare di avere ampliato il dibattito storico sulla tradizione della Naca, per quanto espressa con alcuni accenti un po’troppo spigolosi.

Ma ora è quasi il momento di assistere a uno dei più antichi riti calabresi della Settimana Santa, che uscirà dalla Chiesa del San Giovanni, in Catanzaro, venerdì 15 aprile alle 18.30, un orario sempre rispettato, salvo rare eccezioni, e la cui cadenza fa parte anch’essa della Tradizione, quella con la maiuscola.

Aurelio Fulciniti

Andrea Cefaly senior, fra Pittura e Politica.

Quando il ritrovamento storico di un collezionista di professione può illuminare un periodo famoso ma non abbastanza conosciuto dagli storici, nonché lontano nel tempo. È il caso del collezionista di Catanzaro Tommasino Papaluca, il quale, con tre fra lettere e cartoline ritrovate e risalenti al periodo di tempo fra il 1882 e il 1917, porta una nuova luce storica sulla dinastia dei Cefaly. Andrea Cefaly senior e l’omonimo nipote sono fra i pittori calabresi più famosi e più studiati della storia dell’arte italiana. Di Andrea Cefaly senior (1827-1907), pittore ottocentesco di scuola napoletana e di stampo impressionista, un’opera è conservata addirittura al Museo del Louvre di Parigi, nel luogo in cui è custodita la Gioconda, il leggendario dipinto di Leonardo da Vinci la cui genesi e i cui misteri (tanti) sono conosciuti in tutto il Pianeta. Al Louvre si può ammirare Minosse e la Traviata, opera più conosciuta come La Tradita. Ma tante altre opere di Cefaly senior, dopo essere state conservate per anni nelle ex polverose stanze del Museo Provinciale di Catanzaro, in Villa Margherita, oggi ritrovano nuova luce nelle ampie sale del MARCA. L’elenco è lungo, ma sono opere che richiedono una visita: La battaglia di Benevento e La battaglia di Legnano sono opere imperdibili e di grandi dimensioni e meritano una menzione anche La barca di Caronte, Episodio garibaldino, Autoritratto, Nevicata, Il cavadenti, Morte di Raffaello, Tramonto, Famiglia in terrazza, La moglie in giardino, Donna albanese con capra, La Madonna dell’Uva, Terrazza a Sorrento, Incendio di Roma, Progresso in America, Bivacco di garibaldini, La scuola obbligatoria, Caino, Piccarda Donati. O anche il ritratto del compositore Saverio Mercadante conservato nel Museo di San Martino a Napoli.

Riguardo all’importante lettere ritrovata e in possesso di Papaluca, collezionista appassionato ed esperto, bisogna fare alcune precisazioni che ne possono delineare la genesi. Andrea Cefaly senior, che fu uno dei Mille di Garibaldi, con cui rimase fino alla vittoriosa e decisiva Battaglia del Volturno contro i borbonici, fu deputato repubblicano in due legislature del Regno d’Italia, entrambe all’opposizione, nei periodi in cui era al Governo la Destra Storica di Agostino Depretis. La lettera di cui è in possesso Papaluca, partita da Cortale il 31 marzo 1882 e diretta a Nicastro, scritta con grafia ottocentesca e perciò in alcuni punti non facilmente decifrabile, anche a causa dell’inchiostro molto tenue, e si riferisce ad alcuni contatti elettorali in prossimità alle elezioni del 29 ottobre 1882, seconda in cui Cefaly fu eletto.
Per quanto di non facile leggibilità, è un documento di notevole interesse storico ma soprattutto politico, che consente di osservare dall’interno e sul lato “privato” le dinamiche elettorali dell’epoca, oltre a consentire un affiancamento fra le memorie del Cefaly pittore e del Cefaly deputato.
Un pezzo di grosso interesse storico, certamente da analizzare e approfondire, ad opera degli studiosi specializzati nei due campi di analisi.

AURELIO FULCINITI

In copertina: Andrea Cefaly senior, “Paolo e Francesca”, Museo MARCA, Catanzaro.

Il miracolo che durò per un solo istante.

“Questa città ha accolto – o più spesso rannicchiato, per nasconderli più che per renderli presenti – tanti personaggi straordinari per un verso o per l’altro. Tante persone da raccontare, ma al tempo stesso convinte di non aver fatto nulla di eccezionale nella loro vita, quando invece semmai era vero il contrario. Ma anche tanti personaggi vissuti come un fastidio, polemici, senza padroni, e per questo discussi aspramente da vivi e anche da morti. Personaggi “scomodi”, ma che conosciuti bene rivelano un’anima ma soprattutto un bagaglio di esperienze straordinario, da loro stessi nascosto per timore che non venisse compreso al pari della loro personalità.
Dovete scusarmi se espongo la storia che seguirà tra breve in prima persona. Nel giornalismo non bisogna mai narrare in prima persona: lo “scrivere per gli altri” impone di mettere da parte l’ego e ogni residua, per quanto impercettibile traccia di protagonismo. Io per una volta infrango questa regola, per dire che non avrei mai immaginato, avuta l’idea – poi realizzata – di raccontare in un libro la storia di Saverio Abiuso, di sentirmi dire da persone sostengono di averlo conosciuto bene delle frasi del genere: “Lo sapevamo bene chi era: una spia, un bugiardo”.
Io l’ho conosciuto bene. Per cinque anni. L’ho apprezzato per il coraggio nel vivere una vita di disagi e per il suo orgoglio incrollabile, quello che gli impediva di arrendersi e di dar retta alle chiacchiere degli altri. Profondamente religioso, elegante, costretto a reggersi sulle stampelle fin dalla più tenera età a causa di tante e svariate malattie, ha percorso con fatica e ogni giorno corso Mazzini per più almeno trent’anni. Orgoglioso come un hidalgo, con la nobiltà della miseria, arrivava a chiedere l’elemosina in giacca e cravatta. Abitava in un piccolo seminterrato nel centro storico, pagato con una modesta pensione. Alcuni lo aiutavano sinceramente, altri lo depredavano. Quando proprio non aveva le forze per tornare a casa, restava a dormire in strada, anche d’inverno, quasi nascosto sotto la pensilina del palazzo delle Poste, in piazza Prefettura.
Ma quell’uomo così orgoglioso e schivo, alle volte persino scontroso, in effetti, nascondeva in sé un segreto che, per timore di non essere creduto, non raccontò mai quasi a nessuno. Saverio morì il 10 gennaio 2000, nel sonno, per un improvviso malore, lasciando di stucco tutti coloro che negli anni successivi, guardando “Il Vangelo secondo Matteo”, film capolavoro di Pier Paolo Pasolini, lo ritrovarono nella parte dello storpio miracolato da Gesù che riacquista l’uso delle gambe. E Saverio, cattolico dalla fede profonda, per un attimo credette davvero al Miracolo. “Quello fu per me un istante lunghissimo, ho immaginato per un secondo di tornare a camminare, il sogno della mia vita”. E fu il momento clou, riportato alla laica realtà, di un credente che riteneva a torto di non aver nulla di speciale da raccontare e che, forse, è stato ignorato troppo in fretta”.

Aurelio Fulciniti

(Pubblicato per la prima volta sul sito Catanzaro Live nell’agosto 2014).

La sindrome della locomotiva.

“Non c’è niente da fare, è la sindrome della locomotiva. Quando colpisce non va più via. Ed è rigorosamente delle Ferrovie della Calabria. Può essere d’epoca, degli anni Trenta come la FCL350 e la FCL500 che le FdC custodiscono in deposito. Delle autentiche “perle rare”, che funzionano ancora, anche se logicamente non sono più in esercizio permanente, causa l’età avanzata. O anche la FCL400, sempre delle Ferrovie della Calabria, la quale per chi non lo sapesse è la locomotiva che compare nel finale del film “Non ci resta che piangere” quando Massimo Troisi e Roberto Benigni “incontrano” Leonardo Da Vinci alla guida della locomotiva da novello “inventore” e propone di dividere in parti uguali: “trentatré, trentatré e trentatré” (e l’altro un per cento dove è andato a finire?). Ma queste sono parabole con poca realtà e moltissima fantasia. Per un viaggiatore di tutti i giorni la “locomotiva” corrisponde alla vettura, magari quella nuova, un suggestivo “metrò” che viaggia all’aperto e percorre la distanza fra Catanzaro Lido e via Milano, la stazione capolinea del centro città. Si può scendere verso il mare la mattina, quando è ancora buio, ma si può anche tornare a casa magari alle 15.10 e scoprire – come accade spesso di questi tempi – che la corsa è in abominevole ritardo o è appena stata soppressa. E qualche volta capita di scoprire che la corsa cancellata non è una sola ma due di seguito mentre la terza – quella che dovrebbe arrivare in tempo – è pure quella in ritardo e non si sa quando arriva. E allora scopri davvero quanto è forte la sindrome della locomotiva. Se sei salito su quei treni almeno una decina di volte, possibilmente consecutive, non puoi più farne a meno. E mentre ti siedi in sala d’aspetto dicendone e pensandone di tutti i colori ed anche oltre, d’improvviso ti torna anche la pazienza. E aspetti.

Il tutto finché il capostazione, fino a quel momento distratto e indaffarato nello stesso tempo, non ti comunica il sospirato orario di partenza. E giù altre parole irriferibili da parte dei pochi passeggeri in attesa. I più resistenti, perché nel frattempo gli altri sono andati quasi tutti via. E saliti sul treno, iniziano le fermate. E le stazioni, quelle vere, non una panchina e un cartello, che pure esistono lungo il percorso. Vere, anzi, “vive” per modo di dire, in quanto quasi tutte “impresenziate”. In gergo “tecnico” vuol dire chiuse e senza personale. Ma ognuna a una sua storia e una sua presenza, a livello di passeggeri e non. Si parte da Lido, il capolinea, stazione ariosa e popolata, “presenziata” di tutto punto ma sciatta e disadorna come da “stile” consolidato. E la stazione successiva è quella del Corvo. Nelle intenzioni doveva essere moderna e all’avanguardia, vista anche la zona in espansione e la struttura, un po’ più moderna delle altre. C’è anche un parcheggio, cosa insolita. Nelle intenzioni, dicevamo, perché in molti orari è quasi deserta, se non del tutto. Nelle ore serali poi sembra la stazione di El Paso, il paese di “Per un pugno di dollari”. Mancano solo i cespugli trascinati dal vento. Ma poi si arriva all’altra stazione, quella di Santa Maria. Piccola e quasi sempre affollata, seppure chiusa, ricorda una di quelle casette di campagna col pergolato. Manca solo un tavolo con gli anziani che giocano a carte e magari se ne dicono di santa ragione. E non solo perché il treno è in ritardo. E poi si arriva a Sala. Stazione chiusa ma abitata al piano superiore, parcheggio diciamo capiente, con in fondo la galleria che porta verso su. Anni fa, il giornalista triestino Paolo Rumiz scrisse un’inchiesta romanzata e pubblicata poi in un libro: “L’Italia in seconda classe”. E a proposito del tratto “nostrano” delle Ferrovie della Calabria” scrisse così: “Il treno entra in cremagliera, morde indomito, controvento, un dieci per cento duro, costante come un Pordoi”. Un viaggio in treno come una tappa alpina del Giro d’Italia? Immagine molto evocativa, ma ci sta, perché da passeggeri si avverte più o meno la stessa sensazione. E arrampicandosi sui binari con la pendenza e in attesa vana di uno scatto in salita, si intravede finalmente sullo sfondo il Ponte Morandi. E si arriva a Pratica. Oggi è chiusa anche questa ed è per così dire un mix fra antico (l’edificio della stazione) e moderno (tutto il resto). E con in più due scalinate per uscire: una in pietra (un po’ scivolosa) e l’altra in metallo. Ma fino a qualche tempo fa nessuno si fermava a Pratica. Troppo buia e malfamata come stazione. Una volta, inizi di settembre di otto anni fa o giù di lì, ultima corsa in arrivo dopo le 20, si prenota la fermata di Pratica insieme a Giovanni, mancato pochi anni fa, mitico benzinaio di corso Mazzini, salendo poco più sopra Bellavista, all’epoca in pensione da anni. Signore vero – completo, cravatta e pochette finanche ad agosto – oltre che impagabile poeta dialettale e grande conversatore. Il treno si ferma. Una ragazza dai capelli corti, aria gentile e discreta da persona di buona famiglia, scende anche lei: “Di solito io non mi sognerei mai di scendere qui, ma vedendo che ci sono anche delle persone serie non ho paura”. Che altro aggiungere: una linea ferroviaria da gentleman. Oggi andrebbe valorizzata e se fosse anche sempre puntuale sarebbe ancora meglio”.

AURELIO FULCINITI

(Articolo pubblicato per la prima volta sulla testata Catanzaro Live il 3 aprile 2014)

SMOE. Un muro di mille storie.

“L’ emigrante è colui che lascia un luogo per un altro. I migranti sono masse in movimento”. Questa è una delle tante definizioni per l’opera #Emigranti (con tanto di hashtag, perché ormai è d’obbligo e non ci sta neanche male) che SMOE (al secolo Giorgio Marzo) sta attribuendo alla sua opera che sta venendo fuori su un muro di viale De Filippis, fino a poco tempo fa grigio e immerso nel grigiore come tanti altri circostanti. Su quel muro ex grigio, su un vivace sfondo giallo sta prendendo forma visiva una lunga storia di uomini, donne, bambini, viaggi, fortune e sfortune, treni, navi, aerei, nostalgia e amore.

Sì, perché se il viaggio è nelle terre lontane, la nostalgia è nell’amore per la terra di origine. La storia degli emigranti è lunga più di un secolo e purtroppo dura tutt’oggi, ma quando una vicenda così lunga viene raccontata per immagini da chi è partito e tornato, allora quel lungo viaggio viene raccontato da una prospettiva e con un rispetto del tutti diversi. Anche nelle facce ritratte, nelle loro espressioni, si riflettono mille parole. E appare sempre di più un omaggio a quelli che sono partiti, con la speranza e soprattutto l’auspicio di vederli tornare un giorno a mettere il loro rinnovato entusiasmo, le loro competenze e le loro fortune al servizio della terra natia. È l’auspicio di tanti nei confronti di tanti altri, ma stavolta ritratto in un’opera d’arte, un murales che diventa caleidoscopio di emozioni, in una delle vie principali di una città che con l’emigrazione ha sempre coltivato un sicuro debito di nostalgia in chi è andato via per bisogno o per lavoro e non per rinnegare le sue origini, come hanno fatto altri.

#Emigranti vuole ricordarci che un altro ritorno è possibile, ma ci parla anche di altre cosa. L’opera ci parla anche dei migranti, che poi sono gli emigranti di oggi che arrivano in una terra dalla quale di solito si è sempre partiti. Qui non si parla di nazionalità, di razza o di colore. E nemmeno si discute dell’ipocrisia sbattuta i faccia a chi fugge da guerre e miserie, rifiutandosi di capire che i motivi di chi arriva oggi sono gli stessi che hanno portato i meridionali all’estero o nei continenti più evoluti, i cui venivano accolti con indifferenza e nei peggiori casi con aggressivo di disprezzo.

#Emigranti ci racconta che la storia del viaggio della speranza è stata costruita da tutti noi. I corsi e ricorsi storici si ripetono purtroppo nello stesso modo e anche il linguaggio dell’arte, in questo caso nella sua oggettiva bellezza, può far riflettere e comprendere cosa siamo stati e come viviamo oggi.

Al di là del valore e dei tanti significati della sua opera, SMOE ha avuto anche una difficoltà, diciamo così “amministrativa” – ormai nota a tutti – che si è trasformata, contro le previsioni, in un grosso punto di vantaggio a suo favore, accattivandogli le simpatie di tanti cittadini di Catanzaro che vogliono crescere, ammirare e magari capire. Chiamati a raccolta da chi vuol fare anche dell’arte pura uno strumento di lotte politiche intestine e viscerali, i Vigili Urbani hanno notificato a SMOE un’infrazione per “mancanza di autorizzazioni” et similia. Quanto avessero ragione o meno, non si sa, tuttavia la reazione della cittadinanza c’è stata e con uno schieramento in grande maggioranza favorevole.

L’arte pura ha vinto ancora una volta. Fra pochi giorni e per sempre – una volta ultimata l’opera – passando per Viale De Filippis tutti avranno modo di osservare le immagini di una lunga storia che ha molto da insegnarci, dal passato al presente, fino ad oltre il futuro.

AURELIO FULCINITI.