SMOE. Un muro di mille storie.

“L’ emigrante è colui che lascia un luogo per un altro. I migranti sono masse in movimento”. Questa è una delle tante definizioni per l’opera #Emigranti (con tanto di hashtag, perché ormai è d’obbligo e non ci sta neanche male) che SMOE (al secolo Giorgio Marzo) sta attribuendo alla sua opera che sta venendo fuori su un muro di viale De Filippis, fino a poco tempo fa grigio e immerso nel grigiore come tanti altri circostanti. Su quel muro ex grigio, su un vivace sfondo giallo sta prendendo forma visiva una lunga storia di uomini, donne, bambini, viaggi, fortune e sfortune, treni, navi, aerei, nostalgia e amore.

Sì, perché se il viaggio è nelle terre lontane, la nostalgia è nell’amore per la terra di origine. La storia degli emigranti è lunga più di un secolo e purtroppo dura tutt’oggi, ma quando una vicenda così lunga viene raccontata per immagini da chi è partito e tornato, allora quel lungo viaggio viene raccontato da una prospettiva e con un rispetto del tutti diversi. Anche nelle facce ritratte, nelle loro espressioni, si riflettono mille parole. E appare sempre di più un omaggio a quelli che sono partiti, con la speranza e soprattutto l’auspicio di vederli tornare un giorno a mettere il loro rinnovato entusiasmo, le loro competenze e le loro fortune al servizio della terra natia. È l’auspicio di tanti nei confronti di tanti altri, ma stavolta ritratto in un’opera d’arte, un murales che diventa caleidoscopio di emozioni, in una delle vie principali di una città che con l’emigrazione ha sempre coltivato un sicuro debito di nostalgia in chi è andato via per bisogno o per lavoro e non per rinnegare le sue origini, come hanno fatto altri.

#Emigranti vuole ricordarci che un altro ritorno è possibile, ma ci parla anche di altre cosa. L’opera ci parla anche dei migranti, che poi sono gli emigranti di oggi che arrivano in una terra dalla quale di solito si è sempre partiti. Qui non si parla di nazionalità, di razza o di colore. E nemmeno si discute dell’ipocrisia sbattuta i faccia a chi fugge da guerre e miserie, rifiutandosi di capire che i motivi di chi arriva oggi sono gli stessi che hanno portato i meridionali all’estero o nei continenti più evoluti, i cui venivano accolti con indifferenza e nei peggiori casi con aggressivo di disprezzo.

#Emigranti ci racconta che la storia del viaggio della speranza è stata costruita da tutti noi. I corsi e ricorsi storici si ripetono purtroppo nello stesso modo e anche il linguaggio dell’arte, in questo caso nella sua oggettiva bellezza, può far riflettere e comprendere cosa siamo stati e come viviamo oggi.

Al di là del valore e dei tanti significati della sua opera, SMOE ha avuto anche una difficoltà, diciamo così “amministrativa” – ormai nota a tutti – che si è trasformata, contro le previsioni, in un grosso punto di vantaggio a suo favore, accattivandogli le simpatie di tanti cittadini di Catanzaro che vogliono crescere, ammirare e magari capire. Chiamati a raccolta da chi vuol fare anche dell’arte pura uno strumento di lotte politiche intestine e viscerali, i Vigili Urbani hanno notificato a SMOE un’infrazione per “mancanza di autorizzazioni” et similia. Quanto avessero ragione o meno, non si sa, tuttavia la reazione della cittadinanza c’è stata e con uno schieramento in grande maggioranza favorevole.

L’arte pura ha vinto ancora una volta. Fra pochi giorni e per sempre – una volta ultimata l’opera – passando per Viale De Filippis tutti avranno modo di osservare le immagini di una lunga storia che ha molto da insegnarci, dal passato al presente, fino ad oltre il futuro.

AURELIO FULCINITI.

Pino Michienzi, il calabrese errante del palcoscenico.

Di attori in Calabria ce ne sono stati molti. Se non celebri, perlomeno importanti. Ma, in tanti, hanno avuto una genesi comune che è stata poi alla base del prosieguo della loro carriera: emersi nella terra natia, hanno poi evoluto i loro orizzonti professionali al di fuori, mantenendo le loro radici umane e d’animo, ma tenendole rigorosamente da parte quand’anche avessero potuto far parte del loro lavoro. Non hanno dimenticato la Calabria, non se ne sono vergognati, ma l’hanno semplicemente messa in disparte, come un qualcosa da custodire e da nascondere al tempo stesso.

C’è stato però un attore calabrese, nato a Catanzaro il 2 gennaio 1953 e scomparso improvvisamente per un improvviso malore – guarda caso, proprio mentre rientrava a casa dopo un suo spettacolo – il 6 febbraio 2011 e non più dimenticato, che partendo dalla Calabria acquisì sui palcoscenici di tutta Italia – e con i migliori attori e registi italiani del suo tempo – una preparazione professionale e una sensibilità culturale che ne accrebbero la completezza. Di Pino Michienzi si può dire, a cinque anni e mezzo dall’improvvisa scomparsa, che è stato un po’ il Moliere calabrese. Paragone impegnativo, ma non del tutto campato in aria perché calza a pennello con un attore a tutto tondo che nella vita di tutti i giorni viveva come sul palcoscenico. Imponente nella figura e nella recitazione. Simpatico nella vita quanto severo sul palcoscenico, offrì pienezza e qualità recitative e seppe sempre reinventarsi.

Formatosi in Calabria e precisamente a Catanzaro, la sua città, non ci mise molto a farsi notare e a spiccare il volo. Considerava il grande attore e regista teatrale Renzo Giovanpietro come il suo maestro di scena, ma lavorò con attori e registi famosi come Giancarlo Sbragia, Enrico Maria Salerno, Glauco Mauri, Maurizio Scaparro, Luca Ronconi, Antonio Calenda e Mariano Rigillo. Fu diretto persino da Roman Polanski in “Amadeus”, l’opera teatrale di Peter Shaffer, da cui fu tratto anche l’omonimo film di Milos Forman del 1984 sulla vita di Mozart, con Tom Hulce (Wolfgang Amadeus Mozart) e F. Murray Abraham (Antonio Salieri) che vinse ben otto Oscar su undici nomination, fra cui quelli per Forman e Murray Abraham. Ma oltre ad aver lavorato con grandi attori e registi, Michienzi riuscì a valorizzare con la sua personalità attori portati sul comico ma con doti drammaturgiche e capacità di improvvisazione non proprio eccellenti. È il caso, ad esempio, di Pippo Franco, che recitò con Michienzi negli spettacoli teatrali “Tutto in un momento” e “Il marchese del Grillo”.

Ma Pino Michienzi fu capace di passare con grande versatilità da Roman Polanski a Ferruccio Fregola, ‘u parretteri, il barbiere-poeta che ha incarnato più di altri la tradizione orale e la spontaneità dello stornello vernacolare catanzarese. Nelle serate fuori dal teatro, Pino Michienzi era il maestro della convivialità. I suoi improvvisati recital per gli amici erano spettacoli irripetibili perché sempre diversi, in cui lui riusciva a catturare i presenti con la stessa capacità di attrarre l’attenzione e la persuasione che metteva in atto dal palcoscenico verso la platea. In quei momenti, più che in altri, emergeva la sua migliore dote umana, oltre che professionale: la generosità. E fra gli autori che amava declamare c’erano anche altri maestri della poesia vernacolare come Giovanni Sinatora, Benito Castagna e Achille Curcio. Tutti maestri che hanno fatto del dialetto una vera Lingua e nei cui versi Michienzi si calava e riconosceva alla perfezione. Ed erano versi che solo lui poteva recitare con l’intensità innata che aveva dentro, anche in italiano. Resta nella memoria un noto programma Rai in cui Pippo Franco tentò di improvvisare e rendere in italiano una versione di ‘A scola è na virgogna, di Achille Curcio, con esiti molto deludenti. Gli mancavano la sensibilità e la forza dell’amico Pino Michienzi.

In casa di Pino Michienzi, per chi ha avuto l’occasione di conoscerlo fra “le sue mura”, c’erano molte locandine degli spettacoli, importanti e non, in cui aveva recitato. Ma, nel particolare, spiccava la locandina di uno spettacolo tratto da una commedia di Georges Feydeau con Renzo Montagnani protagonista, con una significativa dedica del grande attore toscano, più noto per i “b-movie” e per la parte del Necchi nei due seguiti di “Amici Miei”, ma noto anche per essere stato uno degli attori più versatili del teatro italiano. La frase che accompagnava la dedica fu molto significativa: “Ricordati che non bisogna mai smettere di cominciare”.

Pino Michienzi fece tesoro di quelle parole, perché tornò in Calabria e si dedicò a una serie di spettacoli e recital che lo riportarono completamente alle origini, con uno sguardo a tutto tondo sulla cultura e la letteratura calabrese, portate in scena con le consuete doti di maestria e personalità. Nel 1986, con la moglie (e bravissima attrice) Anna Maria De Luca, fondò il Teatro del Carro, una fucina che generò spettacoli epici, ponendosi come punto di riferimento il meglio della letteratura calabrese, con una riscoperta doverosa per Franco Costabile, Lorenzo Calogero, Leonida Repaci e Corrado Alvaro, fra gli altri. ‘U Vizzarru, scritto con Sharo Gambino, è stato uno spettacolo eccellente, dalle mille repliche, che meriterebbe di essere portato di nuovo in scena, anche se non avrebbe la presenza scenica, il pathos e la forza recitativa di Pino Michienzi. Di lui si può riportare la frase che Vittorio Gassman volle come epitaffio: “Non fu mai impallato”. Quando recitava da protagonista, nessuno poté coprirlo, tanta era la sua vigorosa personalità. Ma Pino Michienzi, come già sottolineato era anche un generoso: tutti quelli che hanno recitato con lui, soprattutto i giovani, anche per una piccola parte, lo ricordano ancora con molto affetto e senz’altro possono dire di aver imparato qualcosa da lui.

Pino Michienzi era anche uno di quegli attori che non si sottraevano alle difficoltà e si adattavano a qualsiasi situazione, sempre con la consueta professionalità. Agli amici, a questo proposito, amava raccontare fra gli altri un episodio che gli accadde mentre girava la “fiction” “Disperatamente Giulia”, andata in onda su Canale 5 alla fine degli anni Ottanta. Recitando in italiano insieme all’attore kosovaro Bekim Fehmiu (più noto agli spettatori televisivi avanti negli anni per la parte di Ulisse in una “Odissea” televisiva del 1968 con Irene Papas in veste di Penelope) che invece recitava in inglese, Michienzi raccontava di non riuscire mai ad inserirsi nelle “pause” a tempo, fra le risate di Enrico Maria Salerno. A parte l’imprevisto, anche quella parte fu un grande successo personale per Michienzi.

Oggi il Teatro del Carro vive ancora per merito, fra gli altri, della moglie Anna Maria De Luca e del figlio Luca. Ma la figura di Pino Michienzi, il cavaliere errante del palcoscenico, rimane sempre indelebile.

AURELIO FULCINITI

Un “No” contro la nuova casta dei “delfini”

Se ne stanno dicendo tante sul Referendum Costituzionale del 4 dicembre. I dibattiti fioccano su ambo i fronti, e proprio per questo motivo gli interrogativi sulla Riforma che il Governo vorrebbe fare approvare dal Popolo sono sempre più serrati. Ma la domanda più incredibile – e che fa sorridere di più – da parte dei sostenitori del “Sì” è sempre: “Dimostrateci che questa riforma non porterà dei vantaggi?”. È una domanda che a volte fa cadere le braccia e proprio per questo suscettibile di numerose risposte. A dispetto del titolo del quesito referendario, ambiguo e tendenzioso già in partenza, più degli slogan ingannevoli coniati dal Pd basta concentrarsi sul fulcro che nelle intenzioni dei favorevoli dovrebbe contribuire a fare alzare la leva elettorale: quello della “supposta” abolizione del Senato, con conseguente, presunta riduzione dei costi del Parlamento. 215 senatori in meno, con costi di mantenimento del Senato ugualmente onerosi e 100 “senatori” farlocchi, “eletti” senza alcun dubbio con i metodi “certi” della casta.

Il Senato attuale ha mantenuto per anni, se non una funzione di trasparenza (poco presente a prescindere nella politica italiana), quanto meno una sorta di efficace “doppio controllo” sull’attività legislativa, che oggi per i favorevoli è diventato improvvisamente costoso. E la spesa sulle spalle dei cittadini rimarrà, riducendo però gli spazi di democrazia. Con una siffatta riforma come quella renziana, la nuova Camera dei Deputati potrà legiferare velocemente e a suo esclusivo piacimento, con rischio di danni incalcolabili al Paese, azzerando il dibattito parlamentare e soprattutto il rapporto con la parte “viva”, gli elettori, e cancellando anche l’ombra dell’ormai quasi estinto vincolo di mandato.

Maggiore è la sveltezza nel fare le leggi , minore è il controllo dell’opinione pubblica. Una democrazia mascherata, nelle mani di un uomo solo al comando.

Sono decisamente esilaranti, per utilizzare un linguaggio poco politico ma pienamente adatto alla questione, le piagnucolose dichiarazioni di esponenti del Pd che cercano di “intortare” l’opinione pubblica cercando di far capire che chi si dice di sinistra non può che votare sì. Sono dichiarazioni risibili, quando escono dalla bocca di chi si fa ricattare per mettere un segno sulla scheda. Dalle alte sfere piddine, infatti, è arrivato un “invito” che suona come una minaccia. “Il Pd non manda via nessuno, ma chi ricopre dei ruoli istituzionali dovrà assumersi delle responsabilità”. In Calabria, tanto per dire, molti di quelli che erano animati da buone intenzioni hanno improvvisamente cambiato rotta. Cadreghino docet. Se la poltrona scotta, bisogna scaldarla stando comodamente seduti. E anche a livello nazionale, Cuperlo e Veltroni – fra gli altri – si sono comodamente allineati.

Tutti aspirano a diventare “delfini” e nessuno vuole essere schizzato via dalle placide acque. In Calabria, tanto per dirne una, la novità sui “sindaci-senatori” – di cui non se ne sente affatto il bisogno, a prescindere, come pure per quanto riguarda i “senatori-consiglieri” – sta per essere modificata istituzionalmente, conferendo l’incarico al Sindaco di Reggio Calabria, l’aspirante “delfino” di Renzi, Falcomatà jr, in danno a quello di Catanzaro, Capoluogo di Regione – chiunque esso sia o sarà – e che ne avrebbe legittimamente diritto.

E gli altri “delfini”? Tutti a sguazzare placidi, sotto lo sguardo attento dei guardia-caccia – ma sarebbe più giusto dire dei cacciatori – del Pd. E non è l’unico caso di “delfinismo” attivo o passivo. Altri, di varia natura, si stanno verificando in tutta Italia. E sì, perché per un voto si farebbe qualsiasi cosa. Non avete idea di cosa sta succedendo, per esempio, fra consiglieri regionali di tutta Italia (e non solo nel Pd, ma anche a destra).

Questi personaggi della politica, per il carico istituzionale a cui si sono adeguati – ma non tutti – non possono permettersi di dare lezioni di sinistrismo a nessuno. Semmai, dovrebbero chiedersi come mai nelle piazze trovano sinistra, destra e grillini schierati a favore del no. Da soggetti che ormai in nome di un Sì “farlocco” hanno perso il contatto con la realtà, non ci si può aspettare in questo momento un ragionamento politico che abbia a che fare con la realtà. Essere di sinistra e riformisti non significa di certo essere cretini. Se il Pd ha davvero la capacità di raccogliere voti – e con il maggioritario del “porcellum” e delle liste pilotate ci sono forti dubbi in merito – può sperare di buttare sugli elettori il giogo che molti suoi servi hanno accettato di portare. Ma la “base”, la sinistra degli elettori, ben diversa da quella degli eletti, è sfiduciata da anni nei confronti della politica e non ha alcuna intenzione di farsi trascinare nell’urna con la matita in mano a mettere un segno laddove non si riconosce. O almeno così pare.

In pochi hanno letto la riforma elettorale – peraltro poco comprensibile – ma non c’è bisogno di fare una ripetizione di linguaggio politichese, per capire che un Senato “ombra” è una burla che cancella – a parole – una vecchia casta per inserirne in circolo una nuova. E non occorre essere dei politologi per capire che una forma di leaderismo titanico prenderà il sopravvento e non potendo fare dell’Italia una Repubblica Presidenziale qualcuno ha già pensato a come incamerare pieni poteri. La Costituzione verrà utilizzata per conferire al Premier – chiunque esso sia – e al Parlamento il potere titanico di decidere su questioni che neanche lo riguardavano, essendo prima di competenza delle varie autonomie locali.

Chi è veramente riformista sa benissimo che la Costituzione si cambia in maniera condivisa e non accettando “ob torto collo” – nel vero senso della parola – ogni sorta di scempiaggini o di inesattezze, come stanno facendo i “rappresentanti istituzionali” di cui si è parlato qualche riga fa. L’Italia – almeno alla luce dei fatti – merita molto di più. Ma la dittatura della partitocrazia sottratta agli elettori, in questo momento, non ha da produrre altro che non sia uno scenario poco edificante dove è la politica a tentare di afferrare i cittadini e non il contrario, come democrazia vorrebbe.

Aurelio Fulciniti

‘U Ciaciu, dall’altra parte della Calabria.

Da artista a soggetto d’artista. Il tutto per entrare nell’opera d’arte tre volte, come soggetto ritratto, come fruitore e – novità assoluta – come fonte di ispirazione. Ed è Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu, ritratto nelle foto di Federico Losito, ospite per una collettiva in residenza a BoCs Art di Cosenza. Artista passionale e dotato di una tecnica quasi tattile, che abbina l’attimo e l’occhio del fotografo al tocco dell’artista, Losito ha “esportato” un artista che – a dire il vero – anche fuori da Catanzaro spesso non ha bisogno di presentazioni. E il merito di Losito è anche quello di fornire un esperimento affascinante e a momenti paradossale di “meta-arte”, vale a dire di un’arte che implica da subito la riflessione su sé stessa. In questo caso, fra un artista e l’altro. O fra l’arte e l’artista, nel caso del fruitore esterno, già bene addentrato nell’argomento. E il fatto che una delle opere di Losito resterà in pianta stabile in riva al Crati, rende la riflessione di Losito ben più ampia e duratura.

E nel caso in specie, si interseca alla perfezione un’ulteriore analisi sulla figura di Saverio Rotundo, che in questi ultimi anni sta vivendo i frutti – passati i novant’anni – di una sua vivace e sempre continua riscoperta, in città ma anche al di fuori, varcando i confini calabresi ed in alcuni casi anche quelli nazionali, grazie all’interessamento dei più giovani e di chi sta tornando a riscoprirlo dopo averlo sottovalutato per anni. E il riuscito esperimento di Federico Losito dimostra, con largo margine, che in età avanzata Saverio sta uscendo fuori dalla figura dell’artista in sé per diventare una vera e propria icona, come fu a suo tempo Andy Warhol. Ora, per mettersi alla pari col genio statunitense, non gli rimane che ritrarsi da solo, magari con una delle sue storiche sculture assemblate.

Un’impresa che sarebbe anche possibile, ma tuttavia cozzerebbe con l’atteggiamento di Saverio, che ama stupire con abiti e mascheramenti variopinti di vario genere, e che però mai ha azzardato l’idea di essere lui il soggetto reale di una sua opera. E ben venga dunque l’esperimento ben riuscito di Federico Losito.

In queste ore si è detto che ‘U Ciaciu “è un artista che merita di essere maggiormente celebrato e rispettato per la sua fantasiosa genialità e per la sua ferma dedizione a produrre arte”, sostenendo persino che “chi non comprende le sue opere non ha diritto di giudicarlo e di decidere sul suo riconoscimento come artista nel mondo dell’arte”. Dichiarazioni un po’ ambigue e contraddittorie, poiché racchiudono un intervento di apertura e di chiusura nello stesso tempo. In questo caso, ci si può tranquillamente dissociare, poiché ‘U Ciaciu merita apertura incondizionata. Se non è stato profeta in patria nella sua città, non lo è stato per anni neanche in riva al Crati, causa l’ostilità che alcuni professori “cosentini” dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro gli hanno sempre riservato come artista. È il gioco delle parti, di pirandelliana memoria. Se prima Saverio per alcuni era un vaso di coccio, oggi è diventato un vaso di ferro. E la “meta-arte” ne è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo.

Aurelio Fulciniti

La stazione dei desideri (e anche il treno).

Proprio come nella celebre canzone “Azzurro”, c’è stato un tempo – neanche molto lontano, fino ad otto anni fa, ma nei ricordi di tanti sembra passata una vita e forse anche due, se fosse possibile arrivare a tanto – in cui un treno, partendo da una piccola, ma importante stazione di città, portava con sé i desideri ma anche le speranze di tanti. Un treno dei desideri che nei pensieri andava davvero all’incontrario, perché nei sogni di chi partiva c’era quello di cercare e trovare una nuova speranza e un futuro migliore, ma anche la voglia segreta di tornare indietro. Era la nostalgia del viaggiatore. Ma anche quella di chi scrive, che affacciandosi oggi dalla balconata di Bellavista, vede una stazione abbandonata e ripensa a quando – alle 22 circa – ogni sera si affacciava per veder partire uno dei tanti treni dei desideri, il mitico “Espresso” per Roma Termini, che ogni sera si fermava in stazione per prendere i viaggiatori e ripartire. E il fischio del capostazione, arbitro del percorso, segnava di nuovo il cammino di tante esperienze ed emozioni all’interno delle cuccette e degli scompartimenti bui, in cui si dormiva e spesso – al ritorno – poteva capitare di incontrare di nuovo, dopo anni, qualche amico. Il treno “Espresso” faceva decine di fermate e doveva cedere il passo a tutti i treni più veloci, ma era una palestra di vita, dove nel corso di viaggi interminabili di otto ore fino a Roma o di tredici fino a Milano e Torino, bisognava stare attenti a qualche pericolo, ma non mancavano le scoperte di esistenze positive. E neanche gli scorci indimenticabili, come la fermata alla stazione con davanti la Reggia di Caserta illuminata alle quattro del mattino, E valeva davvero il prezzo del biglietto.

E per una città come Catanzaro, la Stazione di Sala era praticamente un punto cruciale, un piccolo spazio vitale, una scorciatoia (si fa per dire, visti i lunghi tempi di percorrenza) verso un mondo non del tutto nuovo, ma pur sempre da scoprire.

E i treni notturni verso Milano e Torino erano un’altra lunga avventura. Quando vedevi scendere i viaggiatori in arrivo, appena giunti a destinazione, stremati e a momenti persino ciondolanti in precario equilibrio, oppure quelli in partenza, dal volto relativamente “fresco”, veniva subito spontaneo chiederselo: “Ma come fanno?”

Su quei treni, anche stando in transito per un paio di fermate, capivi veramente cosa significa per noi essere meridionali. Quante fatiche, quanto sudore, quanto attaccamento e quanta pena di partire o di ritornare. E la mente ritorna a quel 20 dicembre del 1997 – certe date capita di non scordarle mai, per tanti motivi – in cui, rimasti per caso senza passaggio a Soverato, si andò alla stazione, capitando fra tanti treni proprio su quello “notturno” diretto a Torino Porta Nuova, tra gli scompartimenti zeppi di valige e pacchi di cibo e ricordi, oltre che di persone. In quell’aria viziata ma scaldata dal calore della gente, capivi davvero cos’è “Sud”, e il perché – come cantava Rino Gaetano – “semmai qualcuno capirà, sarà senz’altro uno come me”. E arrivavi alla stazione trovando subito l’autobus per tornare a casa, perché quello era l’unico posto della città dove gli autobus arrivavano davvero in orario e i taxi (allora un po’ più numerosi, anche se non sono mai stati tanti), erano sempre lì, nei parcheggi, pronti a sfrecciare.

Oggi la stazione di Sala non esiste più. È stata chiusa nel 2008. E i mitici “treni della speranza” sono stati aboliti da un’amministrazione ferroviaria in tilt d’equilibrio che ha deciso – in piena autonomia – che la linea jonica non solo non avrà mai il doppio binario e l’alta velocità, ma non deve avere neppure un treno che la colleghi al resto d’Italia.

Oggi la stazione di Sala è stata sostituita dalla “moderna” stazione lungo la variante di Germaneto. Una stazione in apparenza avveniristica ma in effetti tetra e deserta come il luogo preciso in cui è collocata, dove si ha paura anche a fermarsi per pochi minuti. E sempre a binario unico, come a segnalare la strada per andar via e mai quella per tornare.

Quando passò l’ultimo treno dalla stazione di Sala, macchinisti e ferrovieri festeggiarono con bottiglie di spumante. Sarà un’usanza di chi passa la vita a lavorare duro fra stazioni e linee ferrate, ma francamente non si è mai capito cosa ci fosse da festeggiare.

C’è semmai – a conti fatti – da provare una certa vergogna.

AURELIO FULCINITI

Il Barocco del Professore.

O lo si stima, o lo si detesta. Il professore Vittorio Sgarbi da Ferrara, colui che è riuscito a rendere l’arte e soprattutto la critica d’arte dei fenomeni mediatici di largo pubblico da quasi trent’anni, non ha mai conosciuto mezze misure. Grande provocatore – sicuramente il più incisivo in Italia e non solo, vista la notorietà anche internazionale – ha sempre suscitato reazioni fra ammirazione ed odio. La sua vis polemica fuori dai denti e le sue posizioni politiche, lo hanno reso spesso inviso a quelli che erano in disaccordo con lui e, non di rado, anche a coloro che ci si trovavano d’accordo.

Sgarbi si può dire che è l’incarnazione del “tutto e contrario di tutto”. È tuttora ospite praticamente in tutta Italia, e da ogni parte riesce a portare acqua al mulino di chi lo ospita. Le sue provocazioni, anche estreme, suscitano critiche furibonde, ma – a notare bene – più che di intenzioni malevole si tratta spesso di affermazioni che hanno come “humus” autentico un fervido stimolo intellettuale.

Sgarbi è uno che vuole far discutere, e in questo ci riesce benissimo. E se c’è da attizzare discussioni da carboni ardenti nell’Italia dei mille campanili, mettendo una regione contro l’altra o una città contro l’altra, non si tira mai indietro. E nessuno come lui è riuscito, nell’ambiente di solito paludato dei critici d’arte, a reclamizzare e “vendere” la sua immagine con immutato successo.

La gamma delle sue provocazioni è infinita e coinvolge – o meglio, travolge – vari campi, ma quando veste i panni del critico d’arte le sue intuizioni sono sempre puntuali e veritiere. Nell’ultimo anno l’abbiamo visto spesso in Calabria e sabato 24 settembre, ha dato una definizione quanto mai veritiera – perché è quello che in tanti abbiamo sempre pensato – di un personaggio e un artista che per noi non ha bisogno di presentazioni: Mastro Saverio Rotundo, per tutti “U Ciaciu”. La definizione di Sgarbi sul nostro artista non si è fatta attendere: “Lui è la cosa più fantasiosa di tutta la Calabria, che tra l’altro è una regione piena di meraviglie. Lui è l’ultima delle meraviglie. Il barocco che non c’è stato in Calabria lo ha inventato lui, sia pure in ritardo. È un post-barocco, invece del post-moderno, nella crescita continua di una fantasia che non si limita, che deborda e che si muove ovunque. Abbiamo qui di fronte una facciata classicheggiante di età barocca e un barocco improvviso che scoppia, mentre tutti dormono. E alla fine, si svegliano la mattina e trovano Saverio che gli ha dato il barocco che non hanno avuto”.

Da oltre novant’anni di vita, sempre coerente e sempre Artista. E la foto di Sgarbi e Saverio, in quel ventre della balena che è il laboratorio del nostro artista sotto il portoncino di Piazza Garibaldi, in un groviglio zeppo di oggetti e rottami fra i più disparati, ci riporta quella vecchia, grande insegna ottocentesca in ferro che troneggiava, trent’anni fa, nell’ingresso del suo primo laboratorio in via Poerio, un po’ più sotto quello attuale. Un’insegna su cui spiccava una scritta che ormai è quasi un brand, un marchio degno di copyright: “Galleria d’arte dell’abbandono”. E oggi lui è ancora lì, sempre pronto a stupire di nuovo.

Aurelio Fulciniti

(foto di Oriana Tavano)

Quando i giallorossi andavano al cinema. Da Alberto Sordi a Buster Keaton.

“In almeno quattro occasioni il Catanzaro è stato citato in un film. Non sono molte le citazioni importanti, ma rispetto alle altre squadre calabresi – Reggina e Cosenza, ad esempio, sono state snobbate dagli sceneggiatori – è un risultato di cui vantarsi. Una di queste citazioni, poi, è addirittura fondamentale per la trama del film, ed è ricordata spesso da tutti i più accaniti tifosi giallorossi. Le citazioni sono tutte in film comici e della commedia all’italiana, ma con un’eccezione hollywoodiana, che quasi nessun tifoso ricorda più.

Ma raccontiamoli questi “passaggi” del Catanzaro al cinema. Il film che tutti ricordano è “Io so che tu sai che io so”, del 1982, con il grande Alberto Sordi e Monica Vitti. Il protagonista della pellicola – diretta dallo stesso Sordi – è il funzionario di banca Fabio Bonetti, uomo distratto che trascura moglie e figlia preferendo a loro gli hobby e le partite di calcio in tv. La sua vita familiare sembra apparentemente normale, ma l’inaspettato suicidio dell’influente vicino di casa – un noto economista – e le indagini di un investigatore sbadato apriranno gli occhi all’ignaro Bonetti, che scoprirà aspetti della sua vita familiare che mai avrebbe potuto immaginare…

La partita citata è Catanzaro-Roma, giocata mercoledì 13 gennaio 1982. E’ una partita rimasta nella leggenda, al di là del risultato di 1-1. Si trattava infatti del recupero dell’incontro che avrebbe dovuto disputarsi il 13 dicembre 1981 ma venne sospeso, per il forte vento, al 38’ del primo tempo. Nel recupero, al 18’ Bivi, dopo una combinazione con Braglia, entra in area e con un diagonale batte Tancredi. Nella ripresa, all’ottavo, Sebino Nela segna il suo primo gol in serie A, deviando al volo un cross su punizione di Falcao. Da notare l’esultanza sfrenata di Sordi, seppur comodamente sdraiato in poltrona.

La seconda citazione risale a più di quindici anni prima, e cioè al 1965, nel film di Luigi Scattini “Due marines e un generale”. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia sono due marines di origine italiana che si trovano a condividere il fronte italiano della Seconda guerra mondiale con un anziano generale tedesco, interpretato dall’immenso Buster Keaton. In una scena del film, il trio deve passare un “posto di blocco” degli americani, i quali, per accertarsi della nazionalità dei “compagni” fanno alcune domande. Quando gli chiedono chi abbia vinto “il campionato di baseball dell’anno scorso”, Franco, non sapendolo, risponde ad occhio: “Il Catanzaro!”. Ovviamente non gli credono.

“Due marines e un generale” è il terzultimo film di Buster Keaton, che morirà infatti l’1 febbraio 1966 e fu un mito del cinema americano ai tempi del muto, grande comico che basò la sua arte non sulla parola, bensì sul volto impassibile, che non faceva mai una piega neppure nelle situazioni più incredibili. Con il sonoro arrivò il suo declino ed è proprio nel film di Franco e Ciccio dice la prima e unica battuta della sua carriera cinematografica, “thank you”, “grazie”, quando nella scena finale risponde ai due che lo ringraziano per essere stato “il nemico più simpatico che abbiamo mai conosciuto”.

Altre due citazioni, molto note fra i tifosi, sono quelle dei film “Zucchero, miele e peperoncino” e “Al bar dello sport”, rispettivamente del 1980 e del 1983. Comune a tutti e due gli episodi è una schedina vincente del Totocalcio. Nel terzo episodio di “Zucchero, miele e peperoncino” lo sfigatissimo tassista Plinio Carlozzi, interpretato da Renato Pozzetto, crede di aver vinto. “Pensi che ho azzeccato anche il pareggio dell’Inter col Catanzaro!”, urla soddisfatto a un edicolante. Ma nella schedina, quella compilata a mano, dove per attaccare il bollino della giocata bisognava “pigiare col pollice” – come dice il Necchi in “Amici miei” – Pozzetto scopre che i risultati della “figlia”, la “sua” schedina, sono diversi da quelli della “matrice” che va al Totocalcio. E giustamente dà la colpa “a quella figlia di buona donna della matrice”, anche se ha sbagliato lui.

In “Al bar dello sport”, di Francesco Massaro, ambientato a Torino, Lino Banfi e i suoi amici sono impegnati a compilare la schedina vincente nel bar gestito dal milanese detto “il moviolone” (interpretato dal compianto comico legnanese Armando Russo, più noto come “Tognella”). Al momento di decidere il risultato di Arezzo-Catanzaro, Sergio Vastano – che diventerà poi noto proprio per la sua macchietta del calabrese a “Drive in” – opta per il 2, in quanto “il Catanzaro tiene un bel modulo”, e viene preso in giro dai compagni. Ma fa un po’ di confusione, urlando “Forza lupacchiotti della Sila!”. Considerata la rivalità tra Catanzaro e Cosenza, gli va pure bene… Alla fine Lino Banfi con la sua schedina fa 13, grazie all’amico Jerry Calà, che gli consiglia l’impossibile “2” di Juventus-Catania, che poi si rivelerà vincente, mentre gli amici resteranno a bocca asciutta. Per la cronaca, Juventus-Catania nel campionato 1983/84 finirà invece 2-0 per i bianconeri, mentre Arezzo-Catanzaro, in serie B, terminerà 1-1”.

AURELIO FULCINITI

(Articolo comparso per la prima volta su “Calabria Ora” nell’ottobre 2009).