Il miracolo che durò per un solo istante.

“Questa città ha accolto – o più spesso rannicchiato, per nasconderli più che per renderli presenti – tanti personaggi straordinari per un verso o per l’altro. Tante persone da raccontare, ma al tempo stesso convinte di non aver fatto nulla di eccezionale nella loro vita, quando invece semmai era vero il contrario. Ma anche tanti personaggi vissuti come un fastidio, polemici, senza padroni, e per questo discussi aspramente da vivi e anche da morti. Personaggi “scomodi”, ma che conosciuti bene rivelano un’anima ma soprattutto un bagaglio di esperienze straordinario, da loro stessi nascosto per timore che non venisse compreso al pari della loro personalità.
Dovete scusarmi se espongo la storia che seguirà tra breve in prima persona. Nel giornalismo non bisogna mai narrare in prima persona: lo “scrivere per gli altri” impone di mettere da parte l’ego e ogni residua, per quanto impercettibile traccia di protagonismo. Io per una volta infrango questa regola, per dire che non avrei mai immaginato, avuta l’idea – poi realizzata – di raccontare in un libro la storia di Saverio Abiuso, di sentirmi dire da persone sostengono di averlo conosciuto bene delle frasi del genere: “Lo sapevamo bene chi era: una spia, un bugiardo”.
Io l’ho conosciuto bene. Per cinque anni. L’ho apprezzato per il coraggio nel vivere una vita di disagi e per il suo orgoglio incrollabile, quello che gli impediva di arrendersi e di dar retta alle chiacchiere degli altri. Profondamente religioso, elegante, costretto a reggersi sulle stampelle fin dalla più tenera età a causa di tante e svariate malattie, ha percorso con fatica e ogni giorno corso Mazzini per più almeno trent’anni. Orgoglioso come un hidalgo, con la nobiltà della miseria, arrivava a chiedere l’elemosina in giacca e cravatta. Abitava in un piccolo seminterrato nel centro storico, pagato con una modesta pensione. Alcuni lo aiutavano sinceramente, altri lo depredavano. Quando proprio non aveva le forze per tornare a casa, restava a dormire in strada, anche d’inverno, quasi nascosto sotto la pensilina del palazzo delle Poste, in piazza Prefettura.
Ma quell’uomo così orgoglioso e schivo, alle volte persino scontroso, in effetti, nascondeva in sé un segreto che, per timore di non essere creduto, non raccontò mai quasi a nessuno. Saverio morì il 10 gennaio 2000, nel sonno, per un improvviso malore, lasciando di stucco tutti coloro che negli anni successivi, guardando “Il Vangelo secondo Matteo”, film capolavoro di Pier Paolo Pasolini, lo ritrovarono nella parte dello storpio miracolato da Gesù che riacquista l’uso delle gambe. E Saverio, cattolico dalla fede profonda, per un attimo credette davvero al Miracolo. “Quello fu per me un istante lunghissimo, ho immaginato per un secondo di tornare a camminare, il sogno della mia vita”. E fu il momento clou, riportato alla laica realtà, di un credente che riteneva a torto di non aver nulla di speciale da raccontare e che, forse, è stato ignorato troppo in fretta”.

Aurelio Fulciniti

(Pubblicato per la prima volta sul sito Catanzaro Live nell’agosto 2014).

Annunci

La sindrome della locomotiva.

“Non c’è niente da fare, è la sindrome della locomotiva. Quando colpisce non va più via. Ed è rigorosamente delle Ferrovie della Calabria. Può essere d’epoca, degli anni Trenta come la FCL350 e la FCL500 che le FdC custodiscono in deposito. Delle autentiche “perle rare”, che funzionano ancora, anche se logicamente non sono più in esercizio permanente, causa l’età avanzata. O anche la FCL400, sempre delle Ferrovie della Calabria, la quale per chi non lo sapesse è la locomotiva che compare nel finale del film “Non ci resta che piangere” quando Massimo Troisi e Roberto Benigni “incontrano” Leonardo Da Vinci alla guida della locomotiva da novello “inventore” e propone di dividere in parti uguali: “trentatré, trentatré e trentatré” (e l’altro un per cento dove è andato a finire?). Ma queste sono parabole con poca realtà e moltissima fantasia. Per un viaggiatore di tutti i giorni la “locomotiva” corrisponde alla vettura, magari quella nuova, un suggestivo “metrò” che viaggia all’aperto e percorre la distanza fra Catanzaro Lido e via Milano, la stazione capolinea del centro città. Si può scendere verso il mare la mattina, quando è ancora buio, ma si può anche tornare a casa magari alle 15.10 e scoprire – come accade spesso di questi tempi – che la corsa è in abominevole ritardo o è appena stata soppressa. E qualche volta capita di scoprire che la corsa cancellata non è una sola ma due di seguito mentre la terza – quella che dovrebbe arrivare in tempo – è pure quella in ritardo e non si sa quando arriva. E allora scopri davvero quanto è forte la sindrome della locomotiva. Se sei salito su quei treni almeno una decina di volte, possibilmente consecutive, non puoi più farne a meno. E mentre ti siedi in sala d’aspetto dicendone e pensandone di tutti i colori ed anche oltre, d’improvviso ti torna anche la pazienza. E aspetti.

Il tutto finché il capostazione, fino a quel momento distratto e indaffarato nello stesso tempo, non ti comunica il sospirato orario di partenza. E giù altre parole irriferibili da parte dei pochi passeggeri in attesa. I più resistenti, perché nel frattempo gli altri sono andati quasi tutti via. E saliti sul treno, iniziano le fermate. E le stazioni, quelle vere, non una panchina e un cartello, che pure esistono lungo il percorso. Vere, anzi, “vive” per modo di dire, in quanto quasi tutte “impresenziate”. In gergo “tecnico” vuol dire chiuse e senza personale. Ma ognuna a una sua storia e una sua presenza, a livello di passeggeri e non. Si parte da Lido, il capolinea, stazione ariosa e popolata, “presenziata” di tutto punto ma sciatta e disadorna come da “stile” consolidato. E la stazione successiva è quella del Corvo. Nelle intenzioni doveva essere moderna e all’avanguardia, vista anche la zona in espansione e la struttura, un po’ più moderna delle altre. C’è anche un parcheggio, cosa insolita. Nelle intenzioni, dicevamo, perché in molti orari è quasi deserta, se non del tutto. Nelle ore serali poi sembra la stazione di El Paso, il paese di “Per un pugno di dollari”. Mancano solo i cespugli trascinati dal vento. Ma poi si arriva all’altra stazione, quella di Santa Maria. Piccola e quasi sempre affollata, seppure chiusa, ricorda una di quelle casette di campagna col pergolato. Manca solo un tavolo con gli anziani che giocano a carte e magari se ne dicono di santa ragione. E non solo perché il treno è in ritardo. E poi si arriva a Sala. Stazione chiusa ma abitata al piano superiore, parcheggio diciamo capiente, con in fondo la galleria che porta verso su. Anni fa, il giornalista triestino Paolo Rumiz scrisse un’inchiesta romanzata e pubblicata poi in un libro: “L’Italia in seconda classe”. E a proposito del tratto “nostrano” delle Ferrovie della Calabria” scrisse così: “Il treno entra in cremagliera, morde indomito, controvento, un dieci per cento duro, costante come un Pordoi”. Un viaggio in treno come una tappa alpina del Giro d’Italia? Immagine molto evocativa, ma ci sta, perché da passeggeri si avverte più o meno la stessa sensazione. E arrampicandosi sui binari con la pendenza e in attesa vana di uno scatto in salita, si intravede finalmente sullo sfondo il Ponte Morandi. E si arriva a Pratica. Oggi è chiusa anche questa ed è per così dire un mix fra antico (l’edificio della stazione) e moderno (tutto il resto). E con in più due scalinate per uscire: una in pietra (un po’ scivolosa) e l’altra in metallo. Ma fino a qualche tempo fa nessuno si fermava a Pratica. Troppo buia e malfamata come stazione. Una volta, inizi di settembre di otto anni fa o giù di lì, ultima corsa in arrivo dopo le 20, si prenota la fermata di Pratica insieme a Giovanni, mancato pochi anni fa, mitico benzinaio di corso Mazzini, salendo poco più sopra Bellavista, all’epoca in pensione da anni. Signore vero – completo, cravatta e pochette finanche ad agosto – oltre che impagabile poeta dialettale e grande conversatore. Il treno si ferma. Una ragazza dai capelli corti, aria gentile e discreta da persona di buona famiglia, scende anche lei: “Di solito io non mi sognerei mai di scendere qui, ma vedendo che ci sono anche delle persone serie non ho paura”. Che altro aggiungere: una linea ferroviaria da gentleman. Oggi andrebbe valorizzata e se fosse anche sempre puntuale sarebbe ancora meglio”.

AURELIO FULCINITI

(Articolo pubblicato per la prima volta sulla testata Catanzaro Live il 3 aprile 2014)

SMOE. Un muro di mille storie.

“L’ emigrante è colui che lascia un luogo per un altro. I migranti sono masse in movimento”. Questa è una delle tante definizioni per l’opera #Emigranti (con tanto di hashtag, perché ormai è d’obbligo e non ci sta neanche male) che SMOE (al secolo Giorgio Marzo) sta attribuendo alla sua opera che sta venendo fuori su un muro di viale De Filippis, fino a poco tempo fa grigio e immerso nel grigiore come tanti altri circostanti. Su quel muro ex grigio, su un vivace sfondo giallo sta prendendo forma visiva una lunga storia di uomini, donne, bambini, viaggi, fortune e sfortune, treni, navi, aerei, nostalgia e amore.

Sì, perché se il viaggio è nelle terre lontane, la nostalgia è nell’amore per la terra di origine. La storia degli emigranti è lunga più di un secolo e purtroppo dura tutt’oggi, ma quando una vicenda così lunga viene raccontata per immagini da chi è partito e tornato, allora quel lungo viaggio viene raccontato da una prospettiva e con un rispetto del tutti diversi. Anche nelle facce ritratte, nelle loro espressioni, si riflettono mille parole. E appare sempre di più un omaggio a quelli che sono partiti, con la speranza e soprattutto l’auspicio di vederli tornare un giorno a mettere il loro rinnovato entusiasmo, le loro competenze e le loro fortune al servizio della terra natia. È l’auspicio di tanti nei confronti di tanti altri, ma stavolta ritratto in un’opera d’arte, un murales che diventa caleidoscopio di emozioni, in una delle vie principali di una città che con l’emigrazione ha sempre coltivato un sicuro debito di nostalgia in chi è andato via per bisogno o per lavoro e non per rinnegare le sue origini, come hanno fatto altri.

#Emigranti vuole ricordarci che un altro ritorno è possibile, ma ci parla anche di altre cosa. L’opera ci parla anche dei migranti, che poi sono gli emigranti di oggi che arrivano in una terra dalla quale di solito si è sempre partiti. Qui non si parla di nazionalità, di razza o di colore. E nemmeno si discute dell’ipocrisia sbattuta i faccia a chi fugge da guerre e miserie, rifiutandosi di capire che i motivi di chi arriva oggi sono gli stessi che hanno portato i meridionali all’estero o nei continenti più evoluti, i cui venivano accolti con indifferenza e nei peggiori casi con aggressivo di disprezzo.

#Emigranti ci racconta che la storia del viaggio della speranza è stata costruita da tutti noi. I corsi e ricorsi storici si ripetono purtroppo nello stesso modo e anche il linguaggio dell’arte, in questo caso nella sua oggettiva bellezza, può far riflettere e comprendere cosa siamo stati e come viviamo oggi.

Al di là del valore e dei tanti significati della sua opera, SMOE ha avuto anche una difficoltà, diciamo così “amministrativa” – ormai nota a tutti – che si è trasformata, contro le previsioni, in un grosso punto di vantaggio a suo favore, accattivandogli le simpatie di tanti cittadini di Catanzaro che vogliono crescere, ammirare e magari capire. Chiamati a raccolta da chi vuol fare anche dell’arte pura uno strumento di lotte politiche intestine e viscerali, i Vigili Urbani hanno notificato a SMOE un’infrazione per “mancanza di autorizzazioni” et similia. Quanto avessero ragione o meno, non si sa, tuttavia la reazione della cittadinanza c’è stata e con uno schieramento in grande maggioranza favorevole.

L’arte pura ha vinto ancora una volta. Fra pochi giorni e per sempre – una volta ultimata l’opera – passando per Viale De Filippis tutti avranno modo di osservare le immagini di una lunga storia che ha molto da insegnarci, dal passato al presente, fino ad oltre il futuro.

AURELIO FULCINITI.

Pino Michienzi, il calabrese errante del palcoscenico.

Di attori in Calabria ce ne sono stati molti. Se non celebri, perlomeno importanti. Ma, in tanti, hanno avuto una genesi comune che è stata poi alla base del prosieguo della loro carriera: emersi nella terra natia, hanno poi evoluto i loro orizzonti professionali al di fuori, mantenendo le loro radici umane e d’animo, ma tenendole rigorosamente da parte quand’anche avessero potuto far parte del loro lavoro. Non hanno dimenticato la Calabria, non se ne sono vergognati, ma l’hanno semplicemente messa in disparte, come un qualcosa da custodire e da nascondere al tempo stesso.

C’è stato però un attore calabrese, nato a Catanzaro il 2 gennaio 1953 e scomparso improvvisamente per un improvviso malore – guarda caso, proprio mentre rientrava a casa dopo un suo spettacolo – il 6 febbraio 2011 e non più dimenticato, che partendo dalla Calabria acquisì sui palcoscenici di tutta Italia – e con i migliori attori e registi italiani del suo tempo – una preparazione professionale e una sensibilità culturale che ne accrebbero la completezza. Di Pino Michienzi si può dire, a cinque anni e mezzo dall’improvvisa scomparsa, che è stato un po’ il Moliere calabrese. Paragone impegnativo, ma non del tutto campato in aria perché calza a pennello con un attore a tutto tondo che nella vita di tutti i giorni viveva come sul palcoscenico. Imponente nella figura e nella recitazione. Simpatico nella vita quanto severo sul palcoscenico, offrì pienezza e qualità recitative e seppe sempre reinventarsi.

Formatosi in Calabria e precisamente a Catanzaro, la sua città, non ci mise molto a farsi notare e a spiccare il volo. Considerava il grande attore e regista teatrale Renzo Giovanpietro come il suo maestro di scena, ma lavorò con attori e registi famosi come Giancarlo Sbragia, Enrico Maria Salerno, Glauco Mauri, Maurizio Scaparro, Luca Ronconi, Antonio Calenda e Mariano Rigillo. Fu diretto persino da Roman Polanski in “Amadeus”, l’opera teatrale di Peter Shaffer, da cui fu tratto anche l’omonimo film di Milos Forman del 1984 sulla vita di Mozart, con Tom Hulce (Wolfgang Amadeus Mozart) e F. Murray Abraham (Antonio Salieri) che vinse ben otto Oscar su undici nomination, fra cui quelli per Forman e Murray Abraham. Ma oltre ad aver lavorato con grandi attori e registi, Michienzi riuscì a valorizzare con la sua personalità attori portati sul comico ma con doti drammaturgiche e capacità di improvvisazione non proprio eccellenti. È il caso, ad esempio, di Pippo Franco, che recitò con Michienzi negli spettacoli teatrali “Tutto in un momento” e “Il marchese del Grillo”.

Ma Pino Michienzi fu capace di passare con grande versatilità da Roman Polanski a Ferruccio Fregola, ‘u parretteri, il barbiere-poeta che ha incarnato più di altri la tradizione orale e la spontaneità dello stornello vernacolare catanzarese. Nelle serate fuori dal teatro, Pino Michienzi era il maestro della convivialità. I suoi improvvisati recital per gli amici erano spettacoli irripetibili perché sempre diversi, in cui lui riusciva a catturare i presenti con la stessa capacità di attrarre l’attenzione e la persuasione che metteva in atto dal palcoscenico verso la platea. In quei momenti, più che in altri, emergeva la sua migliore dote umana, oltre che professionale: la generosità. E fra gli autori che amava declamare c’erano anche altri maestri della poesia vernacolare come Giovanni Sinatora, Benito Castagna e Achille Curcio. Tutti maestri che hanno fatto del dialetto una vera Lingua e nei cui versi Michienzi si calava e riconosceva alla perfezione. Ed erano versi che solo lui poteva recitare con l’intensità innata che aveva dentro, anche in italiano. Resta nella memoria un noto programma Rai in cui Pippo Franco tentò di improvvisare e rendere in italiano una versione di ‘A scola è na virgogna, di Achille Curcio, con esiti molto deludenti. Gli mancavano la sensibilità e la forza dell’amico Pino Michienzi.

In casa di Pino Michienzi, per chi ha avuto l’occasione di conoscerlo fra “le sue mura”, c’erano molte locandine degli spettacoli, importanti e non, in cui aveva recitato. Ma, nel particolare, spiccava la locandina di uno spettacolo tratto da una commedia di Georges Feydeau con Renzo Montagnani protagonista, con una significativa dedica del grande attore toscano, più noto per i “b-movie” e per la parte del Necchi nei due seguiti di “Amici Miei”, ma noto anche per essere stato uno degli attori più versatili del teatro italiano. La frase che accompagnava la dedica fu molto significativa: “Ricordati che non bisogna mai smettere di cominciare”.

Pino Michienzi fece tesoro di quelle parole, perché tornò in Calabria e si dedicò a una serie di spettacoli e recital che lo riportarono completamente alle origini, con uno sguardo a tutto tondo sulla cultura e la letteratura calabrese, portate in scena con le consuete doti di maestria e personalità. Nel 1986, con la moglie (e bravissima attrice) Anna Maria De Luca, fondò il Teatro del Carro, una fucina che generò spettacoli epici, ponendosi come punto di riferimento il meglio della letteratura calabrese, con una riscoperta doverosa per Franco Costabile, Lorenzo Calogero, Leonida Repaci e Corrado Alvaro, fra gli altri. ‘U Vizzarru, scritto con Sharo Gambino, è stato uno spettacolo eccellente, dalle mille repliche, che meriterebbe di essere portato di nuovo in scena, anche se non avrebbe la presenza scenica, il pathos e la forza recitativa di Pino Michienzi. Di lui si può riportare la frase che Vittorio Gassman volle come epitaffio: “Non fu mai impallato”. Quando recitava da protagonista, nessuno poté coprirlo, tanta era la sua vigorosa personalità. Ma Pino Michienzi, come già sottolineato era anche un generoso: tutti quelli che hanno recitato con lui, soprattutto i giovani, anche per una piccola parte, lo ricordano ancora con molto affetto e senz’altro possono dire di aver imparato qualcosa da lui.

Pino Michienzi era anche uno di quegli attori che non si sottraevano alle difficoltà e si adattavano a qualsiasi situazione, sempre con la consueta professionalità. Agli amici, a questo proposito, amava raccontare fra gli altri un episodio che gli accadde mentre girava la “fiction” “Disperatamente Giulia”, andata in onda su Canale 5 alla fine degli anni Ottanta. Recitando in italiano insieme all’attore kosovaro Bekim Fehmiu (più noto agli spettatori televisivi avanti negli anni per la parte di Ulisse in una “Odissea” televisiva del 1968 con Irene Papas in veste di Penelope) che invece recitava in inglese, Michienzi raccontava di non riuscire mai ad inserirsi nelle “pause” a tempo, fra le risate di Enrico Maria Salerno. A parte l’imprevisto, anche quella parte fu un grande successo personale per Michienzi.

Oggi il Teatro del Carro vive ancora per merito, fra gli altri, della moglie Anna Maria De Luca e del figlio Luca. Ma la figura di Pino Michienzi, il cavaliere errante del palcoscenico, rimane sempre indelebile.

AURELIO FULCINITI

Un “No” contro la nuova casta dei “delfini”

Se ne stanno dicendo tante sul Referendum Costituzionale del 4 dicembre. I dibattiti fioccano su ambo i fronti, e proprio per questo motivo gli interrogativi sulla Riforma che il Governo vorrebbe fare approvare dal Popolo sono sempre più serrati. Ma la domanda più incredibile – e che fa sorridere di più – da parte dei sostenitori del “Sì” è sempre: “Dimostrateci che questa riforma non porterà dei vantaggi?”. È una domanda che a volte fa cadere le braccia e proprio per questo suscettibile di numerose risposte. A dispetto del titolo del quesito referendario, ambiguo e tendenzioso già in partenza, più degli slogan ingannevoli coniati dal Pd basta concentrarsi sul fulcro che nelle intenzioni dei favorevoli dovrebbe contribuire a fare alzare la leva elettorale: quello della “supposta” abolizione del Senato, con conseguente, presunta riduzione dei costi del Parlamento. 215 senatori in meno, con costi di mantenimento del Senato ugualmente onerosi e 100 “senatori” farlocchi, “eletti” senza alcun dubbio con i metodi “certi” della casta.

Il Senato attuale ha mantenuto per anni, se non una funzione di trasparenza (poco presente a prescindere nella politica italiana), quanto meno una sorta di efficace “doppio controllo” sull’attività legislativa, che oggi per i favorevoli è diventato improvvisamente costoso. E la spesa sulle spalle dei cittadini rimarrà, riducendo però gli spazi di democrazia. Con una siffatta riforma come quella renziana, la nuova Camera dei Deputati potrà legiferare velocemente e a suo esclusivo piacimento, con rischio di danni incalcolabili al Paese, azzerando il dibattito parlamentare e soprattutto il rapporto con la parte “viva”, gli elettori, e cancellando anche l’ombra dell’ormai quasi estinto vincolo di mandato.

Maggiore è la sveltezza nel fare le leggi , minore è il controllo dell’opinione pubblica. Una democrazia mascherata, nelle mani di un uomo solo al comando.

Sono decisamente esilaranti, per utilizzare un linguaggio poco politico ma pienamente adatto alla questione, le piagnucolose dichiarazioni di esponenti del Pd che cercano di “intortare” l’opinione pubblica cercando di far capire che chi si dice di sinistra non può che votare sì. Sono dichiarazioni risibili, quando escono dalla bocca di chi si fa ricattare per mettere un segno sulla scheda. Dalle alte sfere piddine, infatti, è arrivato un “invito” che suona come una minaccia. “Il Pd non manda via nessuno, ma chi ricopre dei ruoli istituzionali dovrà assumersi delle responsabilità”. In Calabria, tanto per dire, molti di quelli che erano animati da buone intenzioni hanno improvvisamente cambiato rotta. Cadreghino docet. Se la poltrona scotta, bisogna scaldarla stando comodamente seduti. E anche a livello nazionale, Cuperlo e Veltroni – fra gli altri – si sono comodamente allineati.

Tutti aspirano a diventare “delfini” e nessuno vuole essere schizzato via dalle placide acque. In Calabria, tanto per dirne una, la novità sui “sindaci-senatori” – di cui non se ne sente affatto il bisogno, a prescindere, come pure per quanto riguarda i “senatori-consiglieri” – sta per essere modificata istituzionalmente, conferendo l’incarico al Sindaco di Reggio Calabria, l’aspirante “delfino” di Renzi, Falcomatà jr, in danno a quello di Catanzaro, Capoluogo di Regione – chiunque esso sia o sarà – e che ne avrebbe legittimamente diritto.

E gli altri “delfini”? Tutti a sguazzare placidi, sotto lo sguardo attento dei guardia-caccia – ma sarebbe più giusto dire dei cacciatori – del Pd. E non è l’unico caso di “delfinismo” attivo o passivo. Altri, di varia natura, si stanno verificando in tutta Italia. E sì, perché per un voto si farebbe qualsiasi cosa. Non avete idea di cosa sta succedendo, per esempio, fra consiglieri regionali di tutta Italia (e non solo nel Pd, ma anche a destra).

Questi personaggi della politica, per il carico istituzionale a cui si sono adeguati – ma non tutti – non possono permettersi di dare lezioni di sinistrismo a nessuno. Semmai, dovrebbero chiedersi come mai nelle piazze trovano sinistra, destra e grillini schierati a favore del no. Da soggetti che ormai in nome di un Sì “farlocco” hanno perso il contatto con la realtà, non ci si può aspettare in questo momento un ragionamento politico che abbia a che fare con la realtà. Essere di sinistra e riformisti non significa di certo essere cretini. Se il Pd ha davvero la capacità di raccogliere voti – e con il maggioritario del “porcellum” e delle liste pilotate ci sono forti dubbi in merito – può sperare di buttare sugli elettori il giogo che molti suoi servi hanno accettato di portare. Ma la “base”, la sinistra degli elettori, ben diversa da quella degli eletti, è sfiduciata da anni nei confronti della politica e non ha alcuna intenzione di farsi trascinare nell’urna con la matita in mano a mettere un segno laddove non si riconosce. O almeno così pare.

In pochi hanno letto la riforma elettorale – peraltro poco comprensibile – ma non c’è bisogno di fare una ripetizione di linguaggio politichese, per capire che un Senato “ombra” è una burla che cancella – a parole – una vecchia casta per inserirne in circolo una nuova. E non occorre essere dei politologi per capire che una forma di leaderismo titanico prenderà il sopravvento e non potendo fare dell’Italia una Repubblica Presidenziale qualcuno ha già pensato a come incamerare pieni poteri. La Costituzione verrà utilizzata per conferire al Premier – chiunque esso sia – e al Parlamento il potere titanico di decidere su questioni che neanche lo riguardavano, essendo prima di competenza delle varie autonomie locali.

Chi è veramente riformista sa benissimo che la Costituzione si cambia in maniera condivisa e non accettando “ob torto collo” – nel vero senso della parola – ogni sorta di scempiaggini o di inesattezze, come stanno facendo i “rappresentanti istituzionali” di cui si è parlato qualche riga fa. L’Italia – almeno alla luce dei fatti – merita molto di più. Ma la dittatura della partitocrazia sottratta agli elettori, in questo momento, non ha da produrre altro che non sia uno scenario poco edificante dove è la politica a tentare di afferrare i cittadini e non il contrario, come democrazia vorrebbe.

Aurelio Fulciniti

‘U Ciaciu, dall’altra parte della Calabria.

Da artista a soggetto d’artista. Il tutto per entrare nell’opera d’arte tre volte, come soggetto ritratto, come fruitore e – novità assoluta – come fonte di ispirazione. Ed è Saverio Rotundo, per tutti ‘U Ciaciu, ritratto nelle foto di Federico Losito, ospite per una collettiva in residenza a BoCs Art di Cosenza. Artista passionale e dotato di una tecnica quasi tattile, che abbina l’attimo e l’occhio del fotografo al tocco dell’artista, Losito ha “esportato” un artista che – a dire il vero – anche fuori da Catanzaro spesso non ha bisogno di presentazioni. E il merito di Losito è anche quello di fornire un esperimento affascinante e a momenti paradossale di “meta-arte”, vale a dire di un’arte che implica da subito la riflessione su sé stessa. In questo caso, fra un artista e l’altro. O fra l’arte e l’artista, nel caso del fruitore esterno, già bene addentrato nell’argomento. E il fatto che una delle opere di Losito resterà in pianta stabile in riva al Crati, rende la riflessione di Losito ben più ampia e duratura.

E nel caso in specie, si interseca alla perfezione un’ulteriore analisi sulla figura di Saverio Rotundo, che in questi ultimi anni sta vivendo i frutti – passati i novant’anni – di una sua vivace e sempre continua riscoperta, in città ma anche al di fuori, varcando i confini calabresi ed in alcuni casi anche quelli nazionali, grazie all’interessamento dei più giovani e di chi sta tornando a riscoprirlo dopo averlo sottovalutato per anni. E il riuscito esperimento di Federico Losito dimostra, con largo margine, che in età avanzata Saverio sta uscendo fuori dalla figura dell’artista in sé per diventare una vera e propria icona, come fu a suo tempo Andy Warhol. Ora, per mettersi alla pari col genio statunitense, non gli rimane che ritrarsi da solo, magari con una delle sue storiche sculture assemblate.

Un’impresa che sarebbe anche possibile, ma tuttavia cozzerebbe con l’atteggiamento di Saverio, che ama stupire con abiti e mascheramenti variopinti di vario genere, e che però mai ha azzardato l’idea di essere lui il soggetto reale di una sua opera. E ben venga dunque l’esperimento ben riuscito di Federico Losito.

In queste ore si è detto che ‘U Ciaciu “è un artista che merita di essere maggiormente celebrato e rispettato per la sua fantasiosa genialità e per la sua ferma dedizione a produrre arte”, sostenendo persino che “chi non comprende le sue opere non ha diritto di giudicarlo e di decidere sul suo riconoscimento come artista nel mondo dell’arte”. Dichiarazioni un po’ ambigue e contraddittorie, poiché racchiudono un intervento di apertura e di chiusura nello stesso tempo. In questo caso, ci si può tranquillamente dissociare, poiché ‘U Ciaciu merita apertura incondizionata. Se non è stato profeta in patria nella sua città, non lo è stato per anni neanche in riva al Crati, causa l’ostilità che alcuni professori “cosentini” dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro gli hanno sempre riservato come artista. È il gioco delle parti, di pirandelliana memoria. Se prima Saverio per alcuni era un vaso di coccio, oggi è diventato un vaso di ferro. E la “meta-arte” ne è solo l’ultima dimostrazione in ordine di tempo.

Aurelio Fulciniti

La stazione dei desideri (e anche il treno).

Proprio come nella celebre canzone “Azzurro”, c’è stato un tempo – neanche molto lontano, fino ad otto anni fa, ma nei ricordi di tanti sembra passata una vita e forse anche due, se fosse possibile arrivare a tanto – in cui un treno, partendo da una piccola, ma importante stazione di città, portava con sé i desideri ma anche le speranze di tanti. Un treno dei desideri che nei pensieri andava davvero all’incontrario, perché nei sogni di chi partiva c’era quello di cercare e trovare una nuova speranza e un futuro migliore, ma anche la voglia segreta di tornare indietro. Era la nostalgia del viaggiatore. Ma anche quella di chi scrive, che affacciandosi oggi dalla balconata di Bellavista, vede una stazione abbandonata e ripensa a quando – alle 22 circa – ogni sera si affacciava per veder partire uno dei tanti treni dei desideri, il mitico “Espresso” per Roma Termini, che ogni sera si fermava in stazione per prendere i viaggiatori e ripartire. E il fischio del capostazione, arbitro del percorso, segnava di nuovo il cammino di tante esperienze ed emozioni all’interno delle cuccette e degli scompartimenti bui, in cui si dormiva e spesso – al ritorno – poteva capitare di incontrare di nuovo, dopo anni, qualche amico. Il treno “Espresso” faceva decine di fermate e doveva cedere il passo a tutti i treni più veloci, ma era una palestra di vita, dove nel corso di viaggi interminabili di otto ore fino a Roma o di tredici fino a Milano e Torino, bisognava stare attenti a qualche pericolo, ma non mancavano le scoperte di esistenze positive. E neanche gli scorci indimenticabili, come la fermata alla stazione con davanti la Reggia di Caserta illuminata alle quattro del mattino, E valeva davvero il prezzo del biglietto.

E per una città come Catanzaro, la Stazione di Sala era praticamente un punto cruciale, un piccolo spazio vitale, una scorciatoia (si fa per dire, visti i lunghi tempi di percorrenza) verso un mondo non del tutto nuovo, ma pur sempre da scoprire.

E i treni notturni verso Milano e Torino erano un’altra lunga avventura. Quando vedevi scendere i viaggiatori in arrivo, appena giunti a destinazione, stremati e a momenti persino ciondolanti in precario equilibrio, oppure quelli in partenza, dal volto relativamente “fresco”, veniva subito spontaneo chiederselo: “Ma come fanno?”

Su quei treni, anche stando in transito per un paio di fermate, capivi veramente cosa significa per noi essere meridionali. Quante fatiche, quanto sudore, quanto attaccamento e quanta pena di partire o di ritornare. E la mente ritorna a quel 20 dicembre del 1997 – certe date capita di non scordarle mai, per tanti motivi – in cui, rimasti per caso senza passaggio a Soverato, si andò alla stazione, capitando fra tanti treni proprio su quello “notturno” diretto a Torino Porta Nuova, tra gli scompartimenti zeppi di valige e pacchi di cibo e ricordi, oltre che di persone. In quell’aria viziata ma scaldata dal calore della gente, capivi davvero cos’è “Sud”, e il perché – come cantava Rino Gaetano – “semmai qualcuno capirà, sarà senz’altro uno come me”. E arrivavi alla stazione trovando subito l’autobus per tornare a casa, perché quello era l’unico posto della città dove gli autobus arrivavano davvero in orario e i taxi (allora un po’ più numerosi, anche se non sono mai stati tanti), erano sempre lì, nei parcheggi, pronti a sfrecciare.

Oggi la stazione di Sala non esiste più. È stata chiusa nel 2008. E i mitici “treni della speranza” sono stati aboliti da un’amministrazione ferroviaria in tilt d’equilibrio che ha deciso – in piena autonomia – che la linea jonica non solo non avrà mai il doppio binario e l’alta velocità, ma non deve avere neppure un treno che la colleghi al resto d’Italia.

Oggi la stazione di Sala è stata sostituita dalla “moderna” stazione lungo la variante di Germaneto. Una stazione in apparenza avveniristica ma in effetti tetra e deserta come il luogo preciso in cui è collocata, dove si ha paura anche a fermarsi per pochi minuti. E sempre a binario unico, come a segnalare la strada per andar via e mai quella per tornare.

Quando passò l’ultimo treno dalla stazione di Sala, macchinisti e ferrovieri festeggiarono con bottiglie di spumante. Sarà un’usanza di chi passa la vita a lavorare duro fra stazioni e linee ferrate, ma francamente non si è mai capito cosa ci fosse da festeggiare.

C’è semmai – a conti fatti – da provare una certa vergogna.

AURELIO FULCINITI