Archivio mensile:gennaio 2015

Sergio Saviane, il Satiro.

Di satira ce n’è tanta. Qualche volta intelligente, molto spesso – soprattutto al giorno d’oggi – deficiente. Però, ad attenuante – se così possiamo dire – di quest’ultima, c’è da dire che la qualità della satira dipende dalla qualità del materiale (umano e non) che la ispira. E in questo caso oggi siamo prossimi non allo scadente, bensì all’infimo, in molti settori. Ma il vero maestro della satira elegante ma incendiaria, che non guarda in faccia nessuno ma tralascia la volgarità, è stato uno solo: Sergio Saviane. Nacque a Castelfranco Veneto (Treviso) il 18 aprile 1923 ed è stato il primo critico televisivo italiano, senz’altro il più caustico e randellatore. Fino a poco tempo fa apparteneva alla categoria dei “dimenticati”, ma qualcuno lo sta riscoprendo. E di un personaggio la cui biografia più recente si intitola – con rispetto parlando – “Il rompicoglioni” non si può che raccontarne la storia. Al suo confronto, i critici televisivi che oggi compaiono sui giornali, dai più “togati” ai più improvvisati, sono nati tutti idealmente in provincia di Lecco e dunque già dall’anagrafe predestinati alla piaggeria. In 25 anni, fino al 1988, su “L’Espresso”, con la sua rubrica ha costruito una lunga serie di nemici, con una tv che in confronto alla nostra di oggi – della quale preferiremmo non parlare – era una sorta di accademia di stile. La parola “mezzobusto”, per esempio, l’ha inventata lui. E di certo non in senso elogiativo.

Di libri ne pubblicò tanti, anche famosi, all’epoca. Ma uno in particolare oggi andrebbe ripubblicato: “Dietro il video”. Introvabile da anni, si apre con un incipit folgorante: “G. B. Sandley, telecronista della BBC, aveva un solo difetto: quello d’essere piuttosto grasso. Un giorno fu mandato in un sommergibile di nuova fabbricazione per un servizio in presa diretta: salì a bordo, intervistò il comandante, quindi, sempre inquadrato dalle telecamere, tentò d’infilarsi nel boccaporto per andare in sala macchine. Ma non aveva fatto bene i conti con la sua mole: appena infilò le gambe nel boccaporto rimase bloccato. In principio i marinai lo guardarono un po’ imbarazzati, poi cominciarono a spingerlo per farlo entrare. Niente: la pancia di Sandley resisteva e il boccaporto rimase otturato. Ci vollero alcuni minuti prima che Sandley, sempre inquadrato dalle telecamere, riuscisse a penetrare, spinto con forza dall’equipaggio, nell’interno del sommergibile. Alla fine riuscì. Da quel giorno Sandley divenne il telecronista più popolare della BBC. Costringendo gli operatori ad inquadrare la sua grossa pancia, aveva polarizzato l’attenzione di tutti i telespettatori compresi quelli che preferivano, alla riprese della sala macchine d’un sommergibile, i concerti di jazz, le riviste o i servizi sportivi”. Come dire: se la celebrità è una questione di sedere, in senso metaforico, quale idea migliore se non quella di prenderla alla lettera? E dallo stesso libro, un’altra definizione micidiale: “In tutte le reti televisive straniere, il bollettino meteorologico viene trasmesso anonimamente, con una rapida sequenza di immagini e di cifre, solo per far conoscere agli ascoltatori il tempo presumibile del giorno dopo. In Italia, chi legge il bollettino, del giorno prima, rischia di diventare capo del governo”. E infatti il decano dei metereologi dello schermo, il mitico colonnello Bernacca, per lui era “il Toscanini del piovasco”. Con i “Toscanini” di oggi, e ce ne sono pochi ma grigi come una perturbazione, uno come Saviane si divertirebbe poco. Ed ecco perché oggi i nativi di Lecco impazzano, in una tv dove all’epoca la categoria era – sempre da una sua definizione – dei “pippibaudi” ed oggi è dominata da signore di cui per cavalleria, ma soprattutto per decenza, ci asteniamo dal fare il nome.

Ma con i politici di oggi uno come Saviane si divertirebbe, eccome. E lo farebbe senza riguardi, lui che scrisse il libro che molti sognano di scrivere: “Caro nemico ti scrivo”. Un titolo che da solo vale il Pulitzer, con in copertina una caricatura di Saviane che sguaina una grossa penna stilografica a mo’ di spada in duello. Alta classe. Grande giocatore di carte e fluviale bevitore di prosecco, invitava a cena gli amici e i nemici famosi, ma subito dopo li massacrava. Di parole scritte, ovviamente. E con qualche rischio: Irene Pivetti, presidente della Camera, gli mandò la Digos a pedinarlo sotto casa, condannandolo con querela a un risarcimento milionario (di lire) pagato da un certo Indro Montanelli…

Il buon Saviane non si lamentava, essendo stato nel 1977, con Vincenzo Sparagna e Andrea Pazienza, fondatore del più grande giornale satirico italiano, rimasto insuperato: “Il Male”. Era il settimanale che uscì con la clamorosa promozione “dieci grammi di droga gratis”, in realtà una bustina di pepe in omaggio. O le false prime pagine dei giornali, complete di frottole in ogni dettaglio, come “Lo Stato si è estinto” di Repubblica o la delegazione Onu con gli extraterrestri sul Corriere della Sera: “Arrivano da un’altra galassia”. Ma la trovata più clamorosa fu, nel 1979, il titolo del Giorno, “Tognazzi è il cervello delle Br”, con la notizia del clamoroso arresto dell’Ugo nazionale ripresa su altre false prime pagine di La Stampa e Paese Sera. Il grande attore si prestò senza battere ciglio, rivendicando a spada tratta “il diritto alla cazzata”.

E oggi, a tredici anni ed oltre dalla scomparsa ci vorrebbe anche oggi un Sergio Saviane, pronto anche lui a rivendicare il diritto alla cazzata. Il suo e il nostro.

AURELIO FULCINITI

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Tanti saluti da Margherita.

C’è anche una rubrica della Settimana Enigmistica, con questo nome: “Forse non tutti sanno che…”. E la stessa cosa potremmo dirla ai cittadini di Catanzaro: “Forse non tutti sanno che…è la città più verde della Calabria e una delle città più verdi d’Italia”. Sono dati statistici e ufficiali, che specificano come ogni abitante della città dei tre colli abbia a disposizione 36,4 metri quadri di verde. Mica pochi!

E oltre al Parco della Biodiversità Mediterranea, ormai famoso in tutta Italia, c’è anche il giardino “storico” della città: “Villa Margherita”. Inaugurata il 21 gennaio 1881, fu chiamata così in nome della regina Margherita di Savoia, in visita quel giorno col re d’Italia Umberto I. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con impeto di patriottismo, venne intitolata come “Villa Trieste”. Dotata di una ricca flora di varie specie botaniche, sede della Biblioteca comunale “De Nobili” e del Museo provinciale, ornata dai busti di celebri cittadini catanzaresi o legati alla città, è praticamente la “memoria verde” di Catanzaro.

Qualcuno, oggi, in piena vena “borbonica” e meridionale vorrebbe cambiarle nome, per cancellare i Savoia usurpatori. Un altro sussulto patriottico, ma in tal caso anche a Napoli dovrebbero cambiare nome alla pizza Margherita, che si chiama così per lo stesso motivo. Ma ci risulta che a Napoli non abbiano la minima intenzione di farlo. Anche perché cambiare nome ad un giardino pubblico ormai riconosciuto non è facile, ma cambiare nome a una pizza è leggermente complicato anziché no…

In teoria è una “zona naturalistica protetta”; in pratica, invece, villa Margherita è vittima suo malgrado del disinteresse con il quale vengono tenute le strutture pubbliche in questa città, in particolare quelle di proprietà comunale. Aperta a tutte le ore del giorno e della notte, da entrambi gli ingressi, sia quello principale che quello di viale dei Normanni, è esposta alla mercè di ogni potenziale vandalismo, da parte di ragazzi ineducati – per dir poco – e irrispettosi di un qualcosa che è loro come di tutti, e pertanto andrebbe rispettato a maggior ragione.

Senza contare, poi, i guasti prodotti dai vandalismi che quasi mai vengono riparati, le aiuole in cattivo stato e non curate, i bagni spesso inutilizzati e intere aree, come quella del campo di bocce, quella sovrastante e quella dei “cento metri” (rifugio “indiscreto” per gli innamorati di tante generazioni) transennate da anni ed a tempo indeterminato.

Un aspetto più che disadorno, che villa Margherita non merita, anche per le emozioni che suscitò un tempo in poeti e letterati. Per la sua bellezza, colpì anche Giovanni Pascoli, il poeta del “fanciullino”, il quale le dedicò persino dei versi che oggi sono purtroppo sconosciuti ai più, mentre invece andrebbero insegnati e ripassati a memoria, quantomeno nelle scuole della città, dove i bambini sono spesso immemori di tutto ciò che li riguarda, prigionieri spesso delle lagne dei genitori. Versi che recitano così: “…per le aiuole nel maggio magnifico, è tutto un superbo tappeto di fiori tra i più odoranti e tra i più belli, dai più delicati ai più vigorosi, dai più umili ai più alteri…bello questo giardino, nelle placide sere d’estate, quando la luna naviga lieve il firmamento, e, qui intorno al chiosco della musica, è tutto uno sciame di bellezze magnifiche, tutto un caleidoscopio incomparabile di movenze leggiadre…”.

Ma, nonostante villa Margherita sia oggi molto meno popolata di un tempo, rimane sempre amata da chi le ha voluto bene. Chi da bambino non mancava mai la domenica di Carnevale o d’estate con i genitori seduto sulle panchine, è impossibile che non vi resti legato. E negli ultimi anni ci sono state varie manifestazioni che hanno omaggiato Villa Margherita: il 7 maggio 2011 il CuboRock, probabilmente il circuito musicale più innovativo degli anni più recenti in città, concluse la stagione con la band svedese dei Jeniferever proprio in Villa Margherita. Un’idea geniale, copiata poi negli anni a Lamezia Terme, dove si tiene ogni estate, mentre i “nostri” si sono fatti rubare l’idea. Ma questa è un’altra storia. E non si può non citare la rassegna “Ci vediamo da Margherita” che, inaspettatamente, è stata il successo più inatteso del giugno 2014. Di questa rassegna è rimasto impresso l’affollatissimo concerto di Eman, ma sono state significative in particolare le proiezioni di cinema all’aperto. Vedere, per esempio un film come “Midnight in Paris” di Woody Allen sotto il cielo stellato e l’ombra degli alberi mossa dalla brezza estiva è stata pura magia. E non è suggestione, ma realtà, per chiunque stimi un luogo simile.

Che altro dire? Ah, sì: tanti saluti da Margherita. Che merita tutto il nostro affetto.

AURELIO FULCINITI

Figlia, spoglio e matrice.

Per uno che ha passato l’infanzia in via Carlo V, a Catanzaro, passare e vedere chiuso definitivamente il Bar Ricca fa una certa impressione. E anche per chiunque abbia visto chiudere il bar “del cuore” in qualunque altra parte d’Italia. Eh sì, perché in un colpo vedi svanire tanti ricordi, ma uno in particolare: la schedina del Totocalcio. Ma non quella “passata” al computer. Qui si parla della schedina tagliata a mano, con le tre parti “figlia-spoglio-matrice” e il talloncino della giocata applicato con la colla. La “figlia” andava al giocatore, lo “spoglio” alla ricevitoria e la “matrice” al Totocalcio. Per essere precisi, ci riferiamo alla schedina ritratta qui in fotografia, in cima all’articolo. Per ricordarsi di quella schedina ci vogliono minimo quarant’anni di età, dal momento che il sistema “manuale” fu abolito e sostituito a partire dal campionato 1984/85, quello vinto dal “Verona dei miracoli”. Altri tempi, bei tempi. E chi scrive ricorda le prime, attente discussioni fra scommettitori su come diavolo funzionasse il nuovo sistema.

La schedina, “in tre parti”, poi, fa parte della commedia all’italiana, nel senso più cinematografico del termine. A partire dal primo “Amici Miei”, con il mitico barista Necchi, col braccio ingessato, che si lamentava di non poter “pigiare col pollice” la schedina. E più avanti nel film con Renato Pozzetto che pensa di aver compilato la schedina vincente – “pensi che ho azzeccato persino il pareggio dell’Inter col Catanzaro” – e invece nella “matrice” sbaglia il segno vincente. E ovviamente dà la colpa “a quella figlia di buona donna della matrice”, anche se l’errore l’ha fatto lui. Proprio così: fare tredici al Totocalcio – o alla “Sisal”, come dicevano ancora in tanti, nominando la società antenata del Totocalcio – era il sogno di tutti, ma bastava un attimo di disattenzione per giocarsi anche quello. E c’è, poi, sempre nel Totocalcio come sala giochi della commedia all’italiana, anche “Al bar dello sport” con Lino Banfi, un “must” assoluto con il “2” della “variante anomala” – non diciamo come, non è elegante, dovete vedere (o rivedere) il film – di Juventus-Catania suggerita da Jerry Calà, il “moviolone” e la sentenza sul tredicista partenopeo che ha messo tutto il quartiere al corrente della vincita da un miliardo e trecento milioni di lire: “Chillo ‘un po’ essere napulitano, chill’è tropp strunz”.

Bei tempi quelli dei tanti “Bar Ricca” e similari dove si giocavano sogni e ci si litigava su una “doppia” o su una “tripla”. Con le scommesse di oggi si vince di meno e più facilmente, ma non si litiga più. E neanche si sogna più come prima. Peccato.

AURELIO FULCINITI

Catanzaro Jazz Fest, l’evento di tante stagioni.

Un evento culturale, sempre atteso, che dura da ben 17 anni è già un Evento con la maiuscola. In un Paese dove la cultura è piazzata quasi sempre all’ultimo posto e presa poco in considerazione, è una grande notizia. Nel meridione e in Calabria, poi, è una notiziona. A Catanzaro, infine, è una perla rara. E il Catanzaro Jazz Fest appartiene di diritto a quest’ultima categoria. Il suo principale merito, grazie allo sforzo della cooperativa “Atlantide” e degli enti e degli sponsor che lo hanno supportato negli anni, è stato quello di mantenere sempre un livello qualitativo più che elevato. Diciamo che c’è stato il merito di credere nell’importanza dello spessore dell evento, che nobilita la rassegna stessa, la rende rilevante anche a livello nazionale, e attrae il pubblico, anche in una città che alcuni definiscono “depressa”. Già nella prima edizione, quella del 1997, rimane indimenticabile la prima serata in Galleria Mancuso, che apparve in uno splendore poi assente nel corso degli anni: affollata, con le file di poltroncine ai lati e la guida rossa al centro che conduceva al palchetto degli artisti. E nel corso degli anni, Catanzaro Jazz Fest prosegue valorizzando tutti i luoghi possibili di Catanzaro, compresi quelli istituzionali come il Teatro Masciari, il Politeama e l’Auditorium “Casalinuovo”. Ma anche il “Teatro Tenda” sistemato in piazza Prefettura nel periodo delle feste natalizie fra gli ultimi anni Novanta e il 2002, che in quegli anni ospitò eventi di alto livello. Vale la pena, ad esempio, di ricordare – tanto per accennare ad altre manifestazioni e ad altri generi – un eccezionale concerto di Toquinho e il concerto di Vinicio Capossela del gennaio 2002, che il cantautore in più occasioni ha inserito fra le maggiori emozioni della sua carriera.

Il Catanzaro Jazz Fest, dicevamo, si inserì perfettamente in questo ambito, partecipando a un certo movimento culturale, sia pure di breve durata, ma dandogli in compenso continuità e durando fino ad oggi.

Fra gli artisti che abbiamo avuto modo di apprezzare in questi anni al Catanzaro Jazz Fest è d’obbligo citare – e ne escluderemo tanti per difetto di memoria, ci perdoneranno – Bill Frisell, Peter Erskine, Rita Marcotulli, Danilo Rea, Enrico Pieranunzi e i calabresissimi Rosa Martirano e Peppe Fonte.

L’edizione 2015 si è aperta in grande stile, in una location più che azzeccata, al polo didattico di Catanzaro del Conservatorio “Torrefranca” di Vibo Valentia nell’ex istituto Rossi. Pubblico come sempre attento e soprattutto affezionato, con molte giovani presenze a dimostrazione che il Catanzaro Jazz Fest può durare ancora a lungo. Nella prima serata, il 22 gennaio, è stato di scena il trio con Francesco Scaramuzzino al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Bernardo Guerra alla Batteria.

Il prossimo appuntamento, il 30 gennaio, sempre all’ex istituto Rossi, vedrà di scena la presentazione del disco “Inner Circle” del chitarrista Alessandro Guido, storico fonico della manifestazione, con Rocco Riccelli alla tromba, Fabio Guagliardi alle tastiere e Alessio Sica alla batteria.

Ma oltre ai nuovi artisti emergenti, del Catanzaro Jazz Fest sono importanti il passato, il presente e soprattutto il futuro, per il quale non c’è che da augurare lunga vita.

AURELIO FULCINITI

E il Governatore, da che parte sta?

Alla fine, stringi e stringi, in Calabria conta sempre il campanile. E se ne tocchi uno, anzi, senza neppure toccarlo, l’altro deve far notare che il suo è quello più alto dove le campane suonano meglio. La “querelle” sul “ruolo unico” dei dipendenti della Giunta e del Consiglio Regionale, in pratica, metterebbe un asse dritto fra le retribuzioni dei due “settori”, da 24 anni sbilanciate sull’ala reggina, quella del Consiglio. Una questione puramente economica e a parità di diritti, dunque, ma che a Reggio Calabria ha suscitato allarmi su una “spoliazione” ipotetica del Consiglio Regionale a favore di Catanzaro o finanche di Lamezia Terme. Non ci sarebbe niente di male, perché Catanzaro è Capoluogo di Regione e fino a prova contraria è stata l’unica città ad essere “spogliata” fino ad oggi, e come tale meriterebbe un suo personale risarcimento. Ma il governatore della Regione Calabria, Mario Oliverio, per mettere fine – almeno momentaneamente – a questa “querelle” stucchevole che dura da oltre quarant’anni, ha usato delle frasi sibilline che invece di spegnere il fuoco ne accendono un altro. Un esempio: “Nel progetto di ricostruzione della Regione assegniamo a Reggio un posto centrale con azioni di governo volte a rendere la città metropolitana un vero traino per l’intera Calabria”. Invece di ridare un ruolo decisivo all’area centrale della Calabria, lo si attribuisce alla punta dello Stivale per dare senso alla Città Metropolitana più piccola d’Italia? E ancora: “Il Consiglio è e rimarrà a Reggio Calabria dove sarà valorizzato come non lo è stato negli scorsi anni”. Corbezzoli! E non è che per caso, con le eventuali “macroregioni” si vuole arrivare al super-scippo nei confronti del Capoluogo di Regione, togliendo anche quello? Va detto, non si sa mai. E il Governatore, da che parte sta?

Il Caso Rosi

Fu il cinema che “aprì gli occhi” agli italiani. Comunemente detto “cinema politico”, quello che caratterizzò l’Italia fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento – e che ebbe la sua punta con il celebre “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri con Gian Maria Volontè – si può inoltre definire come cinema “civile” nel senso più alto del termine. Erano – e rimangono, a distanza di anni, con feroce realismo – quei film che generavano file interminabili fuori dalle sale cinematografiche perché la gente “non credeva ai propri occhi” e “voleva capire”. Il Potere, che sia occulto o meno, ha sempre avuto il suo punto di forza nella cappa impenetrabile che lo divide dai cittadini. Una cappa difficilmente scalfibile, prova ne è il fatto che molti film di quel genere, pur infrangendola, risultano in molti passaggi simbolici, rarefatti, quasi allegorici. Immersi nella realtà, ma al tempo stesso lontani. Il “non detto” prevale sul “detto”.

Di quel cinema “civile” o “politico” che dir si voglia, il narratore più chiaro, netto e tagliente è stato il regista napoletano Francesco Rosi, scomparso nei giorni scorsi all’età di 92 anni.

Della sua opera, tre film possono inquadrarsi – sugli altri – nella rappresentazione di una parte del Potere, grande o piccola che sia ma sempre invasiva e perniciosa.

Il primo caso è Le mani sulla città, del 1963 ma che in molte realtà del Sud può essere scritto e girato oggi, nella sua interezza, proprio per la cruda nettezza della realtà. La didascalia che accompagna il film è la seguente: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce». Ed è purtroppo reale ancora oggi. Chi vive nel profondo Sud attuale sa benissimo che di personaggi come il costruttore e speculatore edilizio Edoardo Nottola (interpretato da Rod Steiger) ce ne sono putrroppo diversi, come uguale è l’untuosità di tutti i politici “di potere” nel film. Non esistono quasi più invece personaggi come il consigliere comunale De Vita (interpretato nel film dal politico e poi senatore del Pci per quattro legislature, Carlo Fermariello), visto che le opposizioni tendono ad occupare sempre più spesso il ruolo di semplici pedine.

Nel 1972, con Il caso Mattei, da una realtà tutto sommato prevedibile nella sua sgradevolezza come era Le mani sulla città, si passa al Potere puro, con il minuzioso racconto dell’attività del fondatore e presidente dell’Eni, ingegnere Enrico Mattei, nella maiuscola interpretazione di Gian Maria Volontè, partendo dell’incidente aereo in cui Mattei perse la vita il 27 ottobre 1962 e che solo dopo trentacinque anni si scoprirà – dopo vari depistaggi – che fu dovuto a un’esplosione. Una storia senza mandanti e senza colpevoli, ovviamente. Nel film, inoltre, oltre a narrare gli ultimi giorni di vita e gli episodi chiave dell’attività imprenditoriale e politica di Mattei, Rosi da regista diventa quasi co-protagonista del film, in un riuscito esempio di metacinema. L’occasione è data dalla scomparsa del giornalista de “L’ora” di Palermo Mauro De Mauro, al quale il regista napoletano aveva dato incarico di indagare sugli ultimi giorni di Mattei, indagine che non ebbe il tempo di non ebbe il tempo di completare, poiché fu sequestrato il 16 settembre 1970 e non se ne seppe più nulla. Evidentemente disse, come notò Leonardo Sciascia, “la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto”.

Un terzo film di grande peso specifico – oltre che di notevole rilevanza a livello espressivo e persino politico – fu “Cadaveri eccellenti” del 1976. In questo caso non si parla di una vera storia ma di un romanzo di Leonardo Sciascia, “Il Contesto”, alquanto profetico e sibillino, nonostante lo stesso autore lo definisca “una parodia”, ma al tempo stesso in grado di suscitare roventi polemiche proprio perché trattasi di una fantapolitica credibile non in quanto reale, bensì perché ben collegata, per alcuni versi alla realtà del Paese. E l’interpretazione dell’indimenticato Lino Ventura nei panni dell’ispettore Rogas, protagonista del romanzo, che da un’indagine su una serie di delitti ai danni di magistrati si ritrova ad avere a che fare con un complotto felpato ma al tempo stesso strisciante, fino al cuore dello Stato, guida l’intero film. E fece scalpore la frase che nel finale viene attribuita al dirigente del partito d’opposizione (quello comunista, ovviamente), il quale davanti alla prospettiva di far scoppiare lo scandalo per arrivare al potere, democratico, è ovvio, per quanto sia possibile in un vespaio del genere, conclude così: “La verità, non è sempre rivoluzionaria”.

Uno scenario come quello di “Cadaveri eccellenti” oggi sarebbe ancora più improbabile nella realtà, innanzitutto perché non si capisce dove e quale sia l’opposizione.

Ma, in generale, un cinema come quello di Rosi è scomparso dalla realtà italiana. Non mancano i contenuti, bensì il coraggio. Una dote che i nostri registi di oggi se non ce l’hanno non se la possono dare, per dirla come Don Abbondio. Il popolo italiano, dunque, perde una grande possibilità di capire tutto ciò che accade sulle sue teste, per ciò che si vede ma anche per quello che non si vede.

AURELIO FULCINITI

I giallorossi di Calabria fra partenze, equivoci e silenzi.

Arrivi e partenze. Ma fino ad ora solo partenze. O quasi. Il Catanzaro, che aveva iniziato la stagione come una delle pretendenti alla promozione in Serie B oggi viaggia a briglie sciolte, mallando le redini di molti dei suoi calciatori e dandogli il via libera incondizionato per “emigrare” – calcisticamente parlando – laddove ritengano opportuni. È da un mese che sentiamo parlare di problemi di bilancio – o più verosimilmente di scelte future, dal momento che il Catanzaro paga e ottempera puntualmente ai suoi impegni, non ricambiato in questo dall’amministrazione cittadina e dagli sponsor – che impongono una ristrutturazione degli obiettivi e della squadra. Ma nell’ultima settimana abbiamo assistito alle cessioni a ripetizione di Fofana, Morosini, Pacciardi e Vacca. Una perdita importante, quella del regista di centrocampo partenopeo, il quale però con grande correttezza e professionalità ha preannunciato la sua partenza ben prima della partita col Benevento, non nascondendo grande commozione e rammarico nel dover abbandonare suo malgrado la “piazza” che gli ha dato la possibilità di esprimersi come meglio poteva. Un ragazzo di qualità, una persona educata, non apprezzato a Benevento, dove ha giocato in precedenza, ma stimato a Catanzaro che ha definito più volte “casa sua”. Ed è una casa dove sarà sempre bene accetto. Ben altra reazione ha suscitato, invece, la partenza di Stefano Maiorano, soprattutto perché è stata annunciata all’improvviso e nel dopopartita. Ed ha suscitato commenti assai poco benevoli fra molti tifosi. “Mercenario” è stata la parola più “edulcorata”. E a questi commenti si sono associati in tanti. Il calciatore di Battipaglia ha contattato chi lo ha attaccato, non mascondendo un notevole disappunto, dicendo di essere “andato via per motivi esclusivamente familiari” e sottolineando che “in questo mondo non si spende mai una buona parola e sono tutti bravi ad infangare un nome”. Un’indignazione legittima, perché il ragazzo ci è sembrato sincero e non ci sentiamo di mettere dubbi sulla sua buona fede, in questo caso. Ma una domanda sorge spontanea: in una situazione così incandescente e che sta infiammando oltremisura la “piazza” giallorossa, non era opportuno in qualche modo anche anticipare la decisione? Davanti ai “motivi di famiglia” in pochi hanno da ridire, specie se giustificati.

Come in tutte le attività, oggi anche nelle società di calcio è fondamentale la comunicazione. In questo periodo ce n’è poca, in casa giallorossa. Si aspettano notizie chiare, in grado di non generare equivoci in una “piazza” passionale dove c’è bisogno di tutto tranne che di infiammare un pubblico che già – e questo non è sempre un bene – si presenta spesso e volentieri “a combustione rapida”.

AURELIO FULCINITI