Archivio mensile:gennaio 2016

In principio era l’autogol. Poi diventò roba d’artista.

È vero: in principio fu l’autogol. Puro e semplice. E Qualche volta un po’ arzigogolato, se vogliamo. Nel calcio, fino a pochi anni fa, bastava una deviazione per avere un autogol. Oggi, invece, hanno eliminato le deviazioni e il gol è dato all’autore del tiro. Ma la conclusione deve essere diretta verso la porta. Però quest’ultima osservazione viene puntualmente disattesa con risultati tragicomici, esilaranti e – diciamolo – anche un po’ offensivi. Il tutto nel senso che ogni tiro sbilenco o completamente sballato, basta che nel corso della sua traiettoria tocchi un piede, una tibia, una schiena o uno zigomo e può entrare in modo automatico nello “score” dei peggiori brocchi che abbiano mai calcato i campi di calcio. Il gol, diciamolo in maniera piuttosto profana ma non troppo, è arte. E un tiraccio attribuito senza nessun criterio è un’offesa all’arte. Ma c’è anche l’arte concettuale, dove tutto fa brodo, e anche nel football ce la fanno entrare. “Si tratta di un concetto spaziale”, diceva Riccardo Pazzaglia in “Il mistero di Bellavista”di Luciano De Crescenzo, commentando un’opera di Alberto Burri. E lo diceva con parole che, nell’intenzione goliardica, significavano ben poco. Anzi, nulla. Ma l’aver cancellato anche gli autogol “spuri”, ha dato dignità all’autogol che rimane nella memoria, quello che da errore diventa arte, con buona pace di tutti, tranne che del portiere vittima, dei compagni e dei tifosi dell’artista in questione. “Ferri batte il record di autogol”, canta Luciano Ligabue riferendosi al Riccardo, difensore interista. Ed è vero, ma quelle erano più che altro deviazioni. L’autorete vera, per quanto involontaria, non ha nulla di sbilenco, ma rasenta la perfezione. E alle volte la supera addirittura. Colui che ha fatto diventare l’autogol un’opera d’arte, si sublimò per la prima volta a Torino, Stadio Comunale, il 15 marzo 1970, nona giornata di ritorno, in un Juventus-Cagliari 2-2 che in Sardegna è ricordato a momenti finanche dai neonati, in una città dove ancora c’è dell’orgoglio calcistico, a differenza di altre piazze di cui non facciamo nomi. Alle 15:59, come dimostra in pieno la foto che accompagna il nostro racconto, si esaltò l’errore sublime. Mentre il portiere Ricky Albertosi sta per andare incontro al pallone, arriva uno stopper dal nome battagliero e curioso quanto il cognome, Comunardo Niccolai, classe 1946 da Uzzano in provincia di Pistoia, e colpisce imperioso di testa, sbloccando il risultato a favore della Juventus. Un autogol per fortuna senza conseguenze, dato che il Cagliari vincerà lo stesso lo scudetto. A fine, campionato, il colmo: il difensore, un po’ matto ma bravo, sarà convocato in Nazionale per i Mondiali in Messico. E il suo allenatore nel Cagliari, Manlio Scopigno, conoscitore di calcio e di umanità, uno di quei personaggi che il mondo di oggi non sa ricreare, se ne uscì con una frase celebre: “Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne che di vedere Niccolai in Mondovisione”. Non c’è certezza che abbia usato proprio le stesse parole, ma il concetto è grosso modo quello e la citazione, diciamolo, merita. Ma l’episodio più clamoroso risale al 13 febbraio 1972, terza giornata di ritorno in Serie A. La partita è Catanzaro-Cagliari, risultato finale 2-2, ma l’episodio vogliamo raccontarlo citando la prosa raffinata e un po’ arzigogolata di Edmondo Berselli in “Il più mancino dei tiri” (grande libro). “Quando uno vuol perdere, Dio gli dà una mano, e alle volte anche un piede. Tant’è vero che a Catanzaro, una volta, Niccolai crede di aver capito che l’arbitro abbia fischiato un rigore palesemente iniquo contro il Cagliari. Non si può mai sapere che cosa passi nella testa di un Comunardo quando nella storia prende forma il sospetto dell’Ingiustizia. Lui si arrabbia follemente, e da fuori area, con la potenza irrefrenabile trasmessa ai muscoli da un’ira davvero funesta, spara un gran tiro incazzato verso la propria porta: il pallone si dirige a centoventi orari all’incrocio dei pali, e per metterci una pezza un suo compagno difensore la devia di pugno con un classico tuffo: e l’arbitro, che non aveva fischiato proprio un bel nulla, è costretto, malgrado l’ammirazione per la prodezza, a fischiare effettivamente il rigore”. Fin qui la prosa di Berselli, ma è d’obbligo aggiungere qualche altro particolare. Il rigore, trasformato dal “Jair bianco” Alberto Spelta, indimenticato a Catanzaro, fu concesso dal grande arbitro Concetto Lo Bello, alla partita numero 300 in Serie A (alla fine, nel 1974, saranno ben 328, numero oggi praticamente irraggiungibile da chiunque), perché Niccolai sentì un triplice fischio arrivare da uno spettatore in tribuna coperta e lo scambiò per quello dell’arbitro, calciando via il pallone come se fosse terminata la partita. Di quel celebre tentativo di autogol rimarranno celebri due citazioni. Una è la domanda di Lo Bello in seguito alle proteste del difensore cagliaritano: “Vuol dirmi lei cosa devo fare?”. La seconda, epica, è il titolo del “Corriere dello Sport”: “Niccolai è impazzito”. Mitico. Ma il vero capolavoro dell’autogol alla Niccolai risale a un mese dopo e più precisamente al 19 marzo 1972, allo stadio Dall’Ara di Bologna, in un Boogna-Cagliari 2-1. È un autogol di perfetta follia, che fissa il risultato finale, al 5’ del secondo tempo. Lo abbiamo visto più volte e nel suo genere è praticamente un capolavoro. Su un pallone innocuo, che sta per finire nelle mani del suo estremo difensore, Niccolai lo anticipa superandolo quasi in dribbling e mettendo in rete con una zampata vincente (si fa per dire), accorgendosi dell’errore solo quando la palla ha superato la linea bianca. Niccolai: in campo era una sciagura, ma resterà in eterno l’artista dell’autogol. AURELIO FULCINITI

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Pino Daniele con Eduardo: una comune eredità

Pino Daniele ed Eduardo De Filippo: due napoletani simili, soprattutto nel distacco. A partire dalla dolorosa notizia della scomparsa del grande cantautore e bluesman partenopeo, si sono sprecate le assonanze e i paragoni con tutti gli altri artisti del passato che hanno fatto grande Napoli, entrando poi a testa alta e con classe nel cuore e nell’immaginario collettivo nazionale. Ma quello con Eduardo è il paragone senz’altro più calzante. Napoletani atipici, ma non perché privi dell’animo partenopeo, pur lontani come residenza dalla metropoli del Sud, bensì perché pur essendo intrisi nella pelle di Napoli riuscirono a sviscerarla con efficacia ma a momenti anche quasi con distacco, eliminando i luoghi comuni e traducendola nella realtà, a volte cruda e più spesso poetica ma sempre chiara e palpabile. Chi scrive, essendo cresciuto fra l’altro non solo con la musica di Pino Daniele, ma anche con quella di James Senese, Tullio De Piscopo ed Enzo Avitabile, non può non citare i “Napoli Centrale” e un pezzo come l’incazzato E magnete ‘o limone (da ascoltare assolutamente), che si ricollega con perfetto aggancio al primo album di Pino Daniele, “Terra mia” e al brano di quell’opera prima che ha avuto più successo negli anni, dopo la celebre Napule è: ‘Na tazzulella e cafè. E non è mistero che ad Eduardo De Filippo il pezzo piacesse molto, come dichiarò lo stesso Pino Daniele in un’intervista televisiva nel programma “Storie” di Gianni Minà, trasmessa a fine anni Novanta. “Na tazzulella ‘e cafè, cu ‘a sigaretta ‘a coppa pe’ nun vedé che stanno chine ‘e sbaglie, fanno sulo ‘mbruoglie, s’allisciano, se váttono, se pigliano ‘o ccafè. E nuje passammo ‘e guaje, nuje nun putimmo suppurtà. E chiste, invece ‘e dà na mano, s’allisciano, se váttono, se mágnano ‘a città”. Nel blues entra a piedi pari la denuncia sociale, desolata come, ad esempio, Il sindaco del Rione Sanità di Eduardo.
Caratterialmente bruschi e scorbutici, nell’arte come nella vita Pino Daniele ed Eduardo non scesero a compromessi, parlando chiaro e soprattutto rifiutandosi di contaminare sé stessi con altre forme di notorietà. È rimasta celebre la risposta di Eduardo quando lo chiamò al telefono la televisione: “Aspetti un attimo che le passo il frigorifero”. Non una leggenda, ma una frase che fu confermata anche dal diretto interessato. E nota era anche l’antipatia di Pino Daniele nei confronti degli “one man show” dei colleghi. In una famosa intervista, ad esempio, criticò aspramente “Anima Mia” con Claudio Baglioni e Fabio Fazio dicendo provocatoriamente di voler replicare con un suo ipotetico show dal titolo “L’animaccia tua”. La notorietà appartiene all’artista e non alla persona, e quindi non bisogna abusarne, sostenevano i due grandi artisti partenopei.
L’altro punto in comune fra Pino Daniele ed Eduardo De Filippo fu la ferrea intenzione di entrare nei miti popolari e sublimarli con grande naturalezza, lontani dai clichè ma vicini nella partecipazione. Come non ricordare un vecchio dialogo televisivo “dietro le quinte” con Anna Magnani, in cui Eduardo le dice: “Io vengo a teatro solo quando reciti tu”. E qundi come non citare un capolavoro assoluto di Pino Daniele come Anna Verrà, dedicato a Nannarella ma che possiamo prendere in prestito e attribuire a tutte le “Anne” del mondo, se ce n’è qualcuna nella nostra vita, nel nostro passato o nei nostri pensieri: “Anna verrà, col suo modo di rubarci dentro, di sorridere per questa libertà , noi che abbiamo un mondo da cambiare, noi che guardiamo indietro cercando di non sbagliare”. Lirica pura.
Due artisti con molti punti in comune, ma uno soprattutto: il restare a lungo nel tempo, con opere, testi, voci e canzoni.