Archivio mensile:marzo 2015

Tutti in cabina.

Di cabine ce ne sono tante. Per i telespettatori di una volta, la cabina per eccellenza era quella dei giochi a quiz di Mike Bongiorno, con il concorrente in cuffia pronto a rispondere. Per i cinefili, invece, è la cabina (intesa come stanza) della nave in “Una notte all’Opera” dei fratelli Marx, dove Groucho riesce ad infilare praticamente di tutto fino all’impossibile, cose e persone insieme. Ma, più famosa di tutte, è la cabina telefonica. E quelle rosse inglesi sono al primo posto, come nella scena della telefonata anonima – sempre restando nel tema cinema – in “Charleston” con Bud Spencer: “Pronto, questa è una telefonata anonima: vorrei parlare con quel figlio di buona donna del sergente Roy”. E di seguito la risposta/domanda: “Chi parla?”. “Ma non può mica chiedermi chi parla, questa è una telefonata anonima”.

Oltre a quelle inglesi, anche le cabine telefoniche italiane hanno il loro fascino. Ci hanno accompagnato per molti anni, fino alla diffusione planetaria dei cellulari, e nel nostro Paese ce ne sono ancora in giro, ma apprendiamo che Telecom in molte città e paesi d’Italia le sta smantellando. Consentiteci il termine, ma stanno facendo una delle più grandi cavolate della storia. “Il telefono, la tua voce”, recitava lo slogan della Sip di quando eravamo bambini. Anche oggi è così, ma quando vi si scarica il cellulare e siete in giro di notte in una zona a quell’ora deserta e magari pure in difficoltà, che fate? Alla peggio, cercate una cabina telefonica. Non succede spesso, ma qualche volta capita. Questa Apple, tanto per dirne una, è riuscita ad inventare di tutto ma non il cellulare che si ricarica con il movimento del braccio. In quello ci sono arrivati prima gli svizzeri con gli orologi. Forse ci riuscirà qualche altro concorrente, ma siamo lontani. Oggi se vi si scarica il cellulare in notturna, sono cavoli amari: ci vuole la corrente elettrica, e la presa mica la trovi ad ogni angolo di strada. E sono anche cavoli nostri. E non è un fatto secondario.

Delle cabine telefoniche di tanti anni fa, invece, tornano in mente le vacanze in Sila di metà anni Ottanta dove il cellulare non ce l’aveva proprio nessuno e si formava la fila di persone al telefono pubblico di Villaggio Racisi, con i gettoni saltellanti in mano, in attesa di poter chiamare. E il gettone telefonico? Favoloso! E le schede telefoniche? Quante ne abbiamo consumate! Il maggior vantaggio del cellulare o satellitare che sia è che non devi stare attento ai gettoni: puoi chiamare e parlare quando vuoi. Più che la tua voce, è un vocione.

Ode, dunque, alla cara, vecchia cabina telefonica. Sembrerà anacronistica, ma serve ancora. Non ci credete? Speriamo che non dobbiate accorgervene presto.

AURELIO FULCINITI

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Il Rossi della discordia.

Per iniziare questo articolo bisogna partire dalla foto che lo accompagna, che ritrae uno scorcio di uno dei cortili interni più suggestivi – e, dispiace notarlo, delle volte anche sconosciuti, nonostante in molti abbiano visitato, anche per curiosità, il palazzo di cui fa parte – della città. È il cortile interno dell’ex Orfanotrofio, per tutti Istituto Rossi. In una città dove le ristrutturazioni e i restauri di luoghi storici vengono effettuate – a volte – con un tasso di eleganza non proprio perfetto, almeno in questo caso è stato restituito alla città un vero gioiello, in molte sue parti. Accanto all’Istituto c’è l’Oratorio del Carmine, anch’esso restaurato in maniera perfetta e che oggi ospita le funzioni della chiesa omonima e adiacente, da anni in abbandono per restauri che non possono essere completati per meri motivi economici. Eppure anche la chiesa meriterebbe, eccome, per molti motivi, non ultimo quello di essere una delle chiese che ospitano, ogni quattro anni, la custodia della Naca con l’uscita e il rientro in processione.

Un vero gioiello, dunque, l’ex Istituto Rossi – e a tal proposito si prega di ammirare la facciata posteriore, che svetta imponente in un quartiere minuto e ricco di storia come la Grecìa, luogo storico in cui si dice che ebbe origine il primo nucleo di una città che molti suoi abitanti si ostinano a considerare un brutto anatroccolo quando in realtà è una riconosciuta (da fuori) bella addormentata (forse troppo addormentata, se vogliamo dire tutta la verità sino in fondo).

Un luogo della discordia, in questi giorni, il Rossi. Attualmente è sede del Polo Didattico del Conservatorio “Federico Torrefranca” di Vibo Valentia. E lo è da alcuni anni, nonostante molti cittadini, entrati per assistere a dei concerti dicano di “non sapere che qui c’era un conservatorio”. Ci si chiede, a questo punto dov’è che vivano,  alcuni residenti di questa città. In questi giorni, invece, tutti si stanno ricordando che c’è un Conservatorio, da quando il Comune ha voluto che l’istituzione musicale si sposti presso l’ex scuola Carbone per lasciare i locali del Rossi alla facoltà di Sociologia dell’Università “Magna Graecia”. In merito a tale diatriba non ci si sente di intervenire perché sia il Conservatorio che la Facoltà (e magari anche qualche altra istituzione culturale, in futuro) rappresentino un fiore all’occhiello e necessitino quindi di una sistemazione adeguata e soprattutto duratura nel centro storico. Questo è l’essenziale, il resto spetta a chi gestisce.

Ma, per concludere, è interessante che una diatriba del genere accenda almeno un po’ i riflettori su luoghi storici e istituzioni culturali bistrattate che meriterebbero una quotidiana attenzione. Sì, perché è irritante sentir dire una persona giovane che mastica musica e si trova attualmente fuori Catanzaro – si badi, prendiamo un esempio a caso – una frase come questa: “Ah, c’è un Conservatorio a Catanzaro? Io l’ho sempre trovato chiuso”. Qualcuno parlerà di ironia, ma l’ironia cittadina suscita da sempre diverse sensazioni, fra le quali un certo, malcelato fastidio. Parlare di questi luoghi e di queste discussioni può avere un effetto positivo: risvegliare la cultura, grande assente nei pensieri del luogo.

AURELIO FULCINITI

Un bicchiere di sole.

Un libro molto illuminante quello scritto dall’attuale sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, “Un bicchiere di sole”, che verrà presentato domani all’I.I.S. “Vittorio Emanuele II” di Catanzaro a cura delle associazioni “La Fenice” e “Universo Minori”. Un libro che viene definito “autobiografico” e con piena ragione. Sì, perché Giuseppe Falcomatà è figlio di un indimenticato politico ed amministratore della nostra Calabria, Italo Falcomatà, che fu anch’egli sindaco di Reggio e che riuscì in un’impresa unica: quella di essere apprezzato da tutti i calabresi, anche da chi, a torto e delle volte a ragione, era in conflitto con la città dello Stretto. Falcomatà, un cognome che riuscì a superare gli steccati in una regione divisa? Come personalità umana, intellettuale e politica senz’altro. E il giovane Falcomatà, può contare su un uguale carisma. È presto per dirlo, ma lo spessore umano c’è e basta un brano del libro – peraltro di felice qualità di scrittura – a dimostrarlo:  “Quella mattina decisi di allungare il tragitto, imboccando la strada che dal Lungomare conduce alla Stazione Centrale e da lì a casa. Alcuni operai ritinteggiavono le ringhiere e i pilastri della meravigliosa lingua panoramica. Sulle prime non vi diedi peso. Poi rallentai, fino a fermarmi a vedere con quanta attenzione e cura dei particolari quell’operaio stesse svolgendo il suo lavoro, mi parve un messaggio chiaro e inequivocabile: restituire alla bellezza qualcosa che ci appartiene, significa restituirlo a ciascuno di noi. Riappropriarsi di ciò che è nostro per non abituarsi a vederlo morire lentamente”. Nel “riappropriarci di ciò che è nostro possiamo riconoscerci anche, allargando la visuale, tutti quanti noi calabresi. Sarà in grado di unire, Giuseppe Falcomatà, e superare altri steccati, con tale sensibilità? Solo il tempo può dirlo, ma vi sono buone premesse.

AURELIO FULCINITI

La musica è finita? Sì, ma chi l’ha spenta?

Non molti giorni fa, sul sito di un notissimo quotidiano, è capitato di leggere un pezzo dal titolo: “Lamezia Terme, la cittadina prova a uscire dalla crisi. Come? Con i locali di musica live”. Una frase dell’articolo è piaciuta in modo particolare: “L’offerta modifica la domanda, e non il contrario”. A chi è appassionato di musica, rock e generi contigui, nella fattispecie, viene in mente che nella nostra realtà – che tra l’altro sarebbe pure una città universitaria, anche se non ci si degna di “catturare” gli studenti – un ragionamento del genere non è mai stato preso in considerazione, con risultati che a definirli perniciosi gli si fa un complimento.

La realtà di Lamezia Terme è facile conoscerla e se ne può parlare tranquillamente. Onestamente, osservando in maniera obiettiva – e quindi lontana dalla mentalità di buona parte dei nostri concittadini – questa Seattle della Piana non si è riusciti proprio a notarla. Ad essere onesti, non è né più né meno di una città di provincia del Meridione, che però in compenso ha voglia di vita sociale e vuole vivere insieme al proprio territorio. A questo proposito, è opportuno fare una decisiva considerazione: a Lamezia sono riusciti a riproporre in maniera intelligente e produttiva iniziative che fino a poco fa si tenevano anche nella nostra città, e con un discreto successo, poi abbandonate perché a Catanzaro non c’è la cultura dell’investire e crescere, ma solo del “fare cassa”, che è diverso. Se non si investono cifre nel lavorare per crescere, non ci potrà mai essere un ritorno economico concreto. Qui invece si pensa prima e solo ai soldi, mentre gli investimenti si ritiene che non siano necessari.

Per cominciare, la prima di due iniziative “rubate” con grande successo: le Officine Sonore sono la bella copia del Cubo Rock – per alcune stagioni la più stimolante realtà del nostro territorio cittadino – con la differenza che a Lamezia ci credono di più ed hanno capito che il pubblico non va catturato solo nella realtà della città, ma anche altrove. Il venerdì sera, se il concerto vale – e cioè spesso – arriva il pubblico anche dalle altre realtà della Calabria: Cosenza (ed è tutto dire), Vibo Valentia ed anche Catanzaro, perché quello che noi non riusciamo a conservare lo sfruttano sempre gli altri. Da noi, invece c’è la fissazione di non avere il pubblico della propria città e ci sono promoter attivi da anni – ed anche con dei buoni successi– che vivono ancora col cruccio di dover trovare il pubblico catanzarese. Di aprire le ali ed investire con concerti di livello che facciano arrivare appassionati anche dal resto della Calabria, neanche a parlarne. Pur di fare cassa, c’è chi rinuncia ad investire arenandosi nell’area pletorica delle cover band o dei dj-set livellati verso il basso. Provincialismo allo stato puro, che a tutto porta tranne che a crescere.

Per proseguire, un altro esempio di iniziativa “rubata” con grande successo e che ha visto nell’area lametina promoter e gestori di locali “illuminati” capaci di mettere in pratica quello che da noi non siamo riusciti a capire, pur avendone la progenitura: il Color Fest, che si tiene da due estati a Lamezia, con un successo che va anche oltre la Calabria, e sempre con concerti di alto livello. A dimostrazione che è così che si cattura il pubblico, e non chiudendosi nel proprio orticello. Un embrione del Color Fest, per esempio, fu in Villa Margherita, a Catanzaro, nel maggio 2011, con il concerto dei Jeniferever che chiuse la stagione del Cubo Rock. O anche, nell’estate dello stesso anno, con il Burning Days, a Marina, che in due date estive portò fra gli altri i Calibro 35, i Tre allegri ragazzi morti e i Marta sui tubi. Nella prima serata, quasi 1000 spettatori paganti (10 euro a biglietto). Un successo del genere avrebbe portato chiunque altro a perseverare ed investire, magari replicando l’evento in un luogo ancora più adatto, come poteva essere ad esempio il Parco della Biodiversità. Chissà, un Color Fest si poteva fare a Catanzaro prima ancora di Lamezia Terme. Invece gli interessi di cassa e l’incapacità (ma è più corretto dire la non volontà) di guardare in prospettiva hanno avuto la meglio (o la peggio, per meglio dire).

E oggi, che musica rimane nella nostra città: il Sonic Crash con oltre 400 paganti a cavallo fra Natale e Capodanno – e chi organizza un evento del genere dovrebbe spiegarsi il perché di tante presenze, dal momento che la maggior parte non era qui per le vacanze – seguito dai piccoli eventi del Cubo Rock in tono minore e dai bei concerti del GrooveOn Unplugged. Serate settimanali con cadenza costante dedicate ai concerti? Neanche l’ombra! Grandi eventi in grado di far arrivare appassionati in città dal resto della Calabria? Nemmeno col binocolo.

E manca persino la collaborazione con chi fa musica sul territorio, una collaborazione che in molti casi si fa di tutto per non cercare.

Fino a poco tempo fa, non era affatto così. Ma le beghe, il disimpegno ad oltranza e la fuga, atteggiamenti tipici di questa città, non tollerano la fantasia nemmeno in chi sostiene di averla.

AURELIO FULCINITI

Il calcio è l’oppio dei popoli. In tutti i sensi.

Di calcistico c’è stato solo il gol, peccato che non sia servito per vincere e ne sia uscito fuori soltanto un pareggio. Per ciò che riguarda il resto, di quello che è successo nel “derby” di domenica pomeriggio se ne sono ricordati in pochi. Per il resto, c’è stata la solita commedia dell’arte dell’italico pallone. Con qualche intermezzo di rugby, di catch e – pare – di schiaffo del soldato.

Ma c’è da dire che le premesse farsesche c’erano tutte: stadio aperto (in teoria) solo per gli abbonati, dopo gli incidenti del pre-partita contro il Cosenza, ultrà in “sciopero” e atmosfera tesa come da copione. Una domenica di calcio all’italiana di quelle piuttosto movimentate, insomma. Ma il di più doveva ancora arrivare.

Ed è giunto puntuale, il di più, quando in tribuna sono comparsi dei non meglio identificati tifosi del Lamezia, i quali si sono esibiti nel solito corollario di insulti, parolacce assortite, dita medie in alto e tutto il campionario che sono soliti mettere in mostra quando si presentano al cospetto dei giallorossi. Si è sfiorato il contatto in tribuna, ma soprattutto ci si è chiesti: perché stavano lì? Per ore ed ore, nel dopopartita, nessuno era in grado di spiegare il perché di quella presenza molesta. E in serata, arriva un comunicato ufficiale della società, in cui si specificava che “le persone presenti in Tribuna Est non erano “semplici” tifosi della Vigor Lamezia, riusciti così ad eludere le prescrizioni imposte dalle Autorità di Pubblica sicurezza. Nello specifico, invece, si trattava di soci, dirigenti e tesserati del club biancoverde, entrati allo stadio Ceravolo in virtù della dotazione di accrediti società che spetta (secondo gli accordi vigenti) alle squadre ospiti. Il tutto per il c.d. “regime di reciprocità e rapporti amichevoli” vigente tra le società appartenenti al campionato di Lega Pro”. In poche parole: se il politichese è antipatico, il calcese non è da meno. Ok, chiediamo, ma ci voleva il mago Silvan per sciogliere la farvelo dire prima, invece di rischiare di mettere a ferro e fuoco una situazione che già era incandescente di suo?

Nel frattempo, fuori dallo stadio succedeva di tutto: ulteriore concitazione, rischio di scontri ancora più grossi (evitati), ipotesi di complotto da parte della Questura, della Prefettura, del Comune, della Provincia, di Macalli, di Lotito e di chi più ne ha più ne metta. Mancavano solo i servizi segreti e la P2 all’appello. Due noti politici cittadini sono stati contestati e uno di loro pare che abbia preso anche un ceffone di striscio, notizia non confermata. L’abitante di questa città, con la scusa del calcio, ha sfogato la propria indignazione per tutte le cose che non vanno, quelle che non si muovono e quelle che non vengono fatte. I politici in questione hanno parlato di “accuse strumentali”, ma al contrario dovrebbero capire – e non solo loro, ma tutti i loro colleghi, di ogni area, perché l’odio verso la politica è generalizzato – da dove arriva questo malessere e perché. Ci pare che questa domanda non se la ponga mai nessuno.

E fin qui abbiamo parlato di qualcosa che almeno ha una parvenza di serietà, perché i veri comici sono stati gli opinionisti d’occasione, i pifferai, i maestrini del pensiero, i commentatori con la verità in tasca (ognuno una diversa), i complottisti de noantri e gli esperti in tuttologia infinitesimale. Quelli, insomma, che hanno buttato benzina sul fuoco facendo leva sul vittimismo che alberga in ogni contrada di questa città, dove una voce di sottoscala diventa di corridoio, di pianerottolo, di via, di piazza, di contrada e poi di dominio pubblico.

Il calcio, insomma, è davvero l’oppio dei popoli. Ma in tutti i sensi. In quanto a “visioni” abbiamo dei veri specialisti. E quando suggeriamo a qualcuno, ironicamente parlando, di “cambiare pusher”, stavolta sappiamo a chi chiederlo.

AURELIO FULCINITI