Archivio mensile:dicembre 2015

Nino Gemelli, il teatro di una città.

Gli autori di teatro costruiti a tavolino non esistono. Non si diventa drammaturghi, né si nasce tali. Per valutare l’importanza di un autore di teatro, contano le sue origini, la sua vita, le sue esperienze, quello che gli inglesi (e non solo loro) definirebbero “background”. E contano anche i suoi natali, perché è vero che drammaturghi non si nasce né si diventa a tavolino, ma è altrettanto giusto affermare che nell’ispirazione di un autore di teatro conta anche il “vissuto”. E anche quando l’autore viene a mancare, le sue opere continuano ad avere successo in proporzione all’impronta che viene data loro dall’ambiente di provenienza di chi le ha scritte. Questo vale, in generale, per molti immortali autori di teatro, da Eschilo e Sofocle in poi. Ma conta ancora di più per un autore che abbia fatto del dialetto delle sue origini la lingua principale. Lo ha dimostrato pienamente Eduardo De Filippo, ma lo ha sottolineato un drammaturgo catanzarese, anzi, pienamente calabrese, che all’opera di Eduardo ha annodato in qualche modo, non solo nella realtà dell’incontro diretto, un passaggio essenziale della sua vita di scrittore teatrale, oltre che di regista di tutte le sue commedie, alcune dalla spiccata vis comica ed altre dall’intreccio più profondo, che gli sono valse, in vita ed anche dopo, la definizione piena di drammaturgo, in luogo di quella inflazionata e limitante di commediografo. È chiaro che parliamo di Nino Gemelli. Nato a Catanzaro, non poteva che vedere la luce al Pianicello, un luogo del Centro Storico che ancora oggi conserva la sua atmosfera di “luogo” teatrale per definizione. In città ci sono tanti angoli ancora intatti del Centro Storico a cui basta solo un sipario che si apre per renderli protagonisti di una commedia. Ci sono scenografie naturali, come ad esempio negli androni e nei cortili di molti antichi palazzi, che andrebbero aperti al pubblico e fatti visitare non solo a chi arriva da fuori, ma persino agli abitanti stessi di questa città. Sì, perché il Centro Storico di oggi (e non solo) non è più palpitante come lo era sicuramente negli anni dell’infanzia di Nino Gemelli. Manca non solo la folla, ma anche la capacità di saper vivere una realtà e di emozionarsi nel tempo stesso in cui si esiste, in ogni momento di tutti i giorni. Il dialetto resiste ancora, ma è senza atmosfera. Eppure, in questa città, si respira il teatro ad ogni passo, camminando per i larghetti e le strette viuzze. Basta passare da Piazza Sant’Angelo, o in un cortile quasi sconosciuto nei pressi del Politeama, per capire. E in un ristorante nei pressi della vecchia stazione ferroviaria di Sala, è capitato di cenare davanti a una scenografia ricavata su un muro, spettacolare, degna di Eduardo o anche di Totò e Peppino. E pure di Nino Gemelli. Caporeparto dell’Enel, Nino Gemelli viene “scoperto” come autore teatrale da quello che oggi è ritenuto con voce unanime fra i più grandi poeti dialettali, calabresi e non, viventi: Achille Curcio. E così, a metà degli anni Settanta del secolo trascorso, Nino Gemelli scrive e mette in scena la sua prima opera: “A scacammi n’atra”. Un titolo favoloso. A questa seguì un altro successo ancora oggi inalterato: “A vucca è na ricchizza”. E un’altra commedia da ricordare, da antologia, è “Setta, ottu, nova e decia”. Ma Gemelli fu anche un uomo curioso di tutto ciò che riguardava il teatro, per curiosità personale, ma anche per migliorarsi nell’attività sul palcoscenico. La moglie, signora Sina Di Pane, durante una conversazione di pochi anni fa ha raccontato a chi scrive che il marito, trovandosi negli Usa per motivi familiari, colse l’occasione per andare a frequentare un corso teorico pratico di scenotecnica presso l’Università “Los Angeles City college”, in California. E anche l’incontro con Eduardo De Filippo fu quasi casuale, nel 1982, quando il Maestro teneva dei corsi di teatro all’Università “La Sapienza” di Roma. Eduardo ha avuto fama di uomo meticoloso e persino duro sul lavoro. E lo era anche con i suoi allievi: da 300, diventarono 80, fra i quali c’era anche Gaetano Gemelli, detto Nino. Alcuni dialoghi di quest’incontro sono riportati nel libro “Lezioni di Teatro”, edito da Einaudi nel 1984 ed oggi pressoché introvabile. Gemelli vuole mettersi alla prova e scrive una commedia durante il corso, per poi sottoporla all’inflessibile giudizio del Maestro. E pone una domanda a Eduardo: “A me sarebbe più congeniale scrivere in dialetto. Lei cosa ne pensa?”. La risposta è immediata: “Perché no? In quale dialetto?”. “Dialetto calabrese”. “Va bene”. Più che una risposta, quella di Eduardo è una benedizione laica. Ma il Maestro pone anche dei paletti. E lo fa quando Gemelli aggiunge: “Poiché il mio lavoro può avere dei risvolti brillanti, farseschi, lo riterrei molto utile, perché il dialetto è più folcloristico dell’italiano”. Eduardo, pur non tradendo mai le sue origini e la “lingua” napoletana, non trascurò mai l’universalità potenziale del suo teatro, scrivendo persino con Luigi Pirandello. E, dunque, scattò subito in avanti: “No, folcloristico no. Deve essere un dialetto che aiuti la lingua, che dia vitalità alla lingua italiana. Proprio il folclore a me non è mai piaciuto”. E più avanti Eduardo congedò Gemelli con una celebre frase: “Tu non hai più nulla da imparare”. Per alcuni si è posto, successivamente, un interrogativo: Nino Gemelli, che con il suo Laboratorio Teatro Azione di Viale De Filippis ha insegnato a recitare praticamente a chiunque, ha plasmato degli allievi che hanno seguito la sua strada, non tanto sulla tecnica, quanto sulla poetica? A questa domanda sono seguite negli anni tante risposte, e non sempre positive. Alcuni ne seguono ancora le orme, altri hanno preferito optare per un canovaccio più facile, più incline alla comicità, a volte banale, e meno ai sentimenti e alla riflessione. Quando Gemelli venne a mancare – era il giorno di Capodanno del 2008 – chi scrive lo definì su Calabria Ora il “nonno dei catanzaresi”. Un riferimento non casuale, bensì dovuto al protagonista della sua opera “A porta e l’ortu”. Uno spettacolo umano e profondo, che ha commosso tanti spettatori. E nel quale si vede un po’ dell’influenza di Eduardo. Solo che all’asprezza di fondo di un’opera come “Natale in Casa Cupiello”, si contrappongono la sensibilità e la dolcezza di “A porta e l’ortu”. Il finale e l’ambientazione, nelle due opere, sono simili, ma c’è in più, in Gemelli, il profondo dialogo fra il nonno e i nipoti. Quando chi scrive si è sentito rivolgere della signora Sina la domanda “quale commedia ti piace di più?”, non poteva che rispondere “A purta e l’ortu”. E si è sentito aggiungere dalla signora: “Solo le persone intelligenti amano questa commedia. Agli altri piace solo ridere”. Un’osservazione che vale quanto mille domande. AURELIO FULCINITI

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Ciuf ciuf. Memorie di un viaggiatore assai poco Swing.

Abbiamo appreso che da domani, martedì 22 dicembre 2015 – data storica, segnatevela sul calendario – sulla ferrovia jonica avremo l’onore smisurato di vedere un treno che va davvero come un treno. Non è una ripetizione, né un gioco di parole e neppure una presa in giro. È una speranza. E chiunque abbia viaggiato per anni in un qualunque segmento della tratta da Metaponto a Reggio Calabria, sa a cosa ci riferiamo. Per anni, infatti, abbiamo avuto modo di pensare che Silvio Pellico, “Le mie prigioni” non le ha descritte dal suo tavolaccio in una cella del carcere dello Spielberg, in Austria, bensì dal sedile di un vagone sul treno Crotone-Catanzaro Lido e viceversa. Il sedile era leggermente più morbido, ma certe volte pesava come un tavolaccio. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”, racconta l’androide Roy Betty (interpretato da Rutger Hauer) in Blade Runner. Ebbene, dal punto di vista ferroviario, chi scrive (e non solo lui) ha visto cose che forse, al limite, solo i disumani possono immaginare. E a breve avrà modo di descrivere un piccolo, ma significativo campionario. Ma per iniziare a raccontare, bisogna descrivere il mezzo di trasporto su cui si è viaggiato per cinque anni. E altri (non si sa come) hanno resistito e resistono anche di più. Da martedì entrerà in scena l’ATR 220 026, uno dei primi tre treni “Swing” destinati al servizio regionale sulla Jonica, volgarmente detto Regionale 12724. Treno moderno e soprattutto efficiente, hanno assicurato, ma sotto quest’ultimo aspetto i pendolari toscani, fra quelli che hanno avuto modo di sperimentarlo, sembra che siano di diverso parere. Però, almeno sulla carta, è meglio di quello precedente. Il vagone su cui si viaggiava prima – anzi, i vagoni, perché erano tutti della stessa risma a livello di funzionalità – era a diesel, ma poteva benissimo essere paragonato alla locomotiva a vapore che sta nella foto che apre il nostro racconto, simile alla FCL 400 del film “Non ci resta che piangere” con Leonardo Da Vinci incorporato (trentatre, trentatre e trentatre!). Il tutto con la sensibile differenza, va precisato, che i treni a vapore corrono di più. Non ci credete? Allora non avete idea di quello che è successo. E non stiamo parlando del 1920 o giù di lì, ma del 2012. E a questo proposito è proprio il caso di raccontare tre storie incredibili. Ma bando alle ciance è partiamo dalla prima, che risale al luglio 2012. Il treno, partito alle 18.29 da Crotone e diretto a Reggio Calabria sembra partire spedito fin quando, nei pressi di Steccato, sim sala bim, si ferma improvvisamente. E non è affatto una magia. Essendo il treno fermo in aperta campagna, per motivi di sicurezza non si può scendere né salire. “Le mie prigioni” in piena regola. Si cerca di sapere cosa è successo, ma si rimane all’oscuro di tutto, poiché è bene precisare che i capitreno e i ferrovieri in genere, quando gli chiedi il giusto perché di un ritardo o di una brusca e lunga fermata, non ti rispondono mai. Anzi, hanno pure la faccia tosta di fare i nervosi, qualche volta. Come se il disagio fosse solo il loro. Fra loro e i carcerieri dello Spielberg, c’è poca differenza. Ebbene, quella sera, alle 20.30 circa, dopo due ore in aperta campagna, finalmente si viene a sapere il motivo del guasto: qualcuno, nottetempo, aveva rubato il gasolio e la lancetta, guasta, segnalava sempre il pieno. Senza parole, ammesso che in casi del genere ne resti qualcuna. Morale della “favola”: alle 21 arriva un rimorchio per tirare via il treno fino a Catanzaro Lido. Umore dei passeggeri? Meglio non descriverlo. Poche settimane dopo, inizio di agosto, ne succede un’altra clamorosa. Giornata di caldo afoso, radiatore inevitabilmente bucato, e serve l’acqua, sempre ammesso che ci rimanga dentro sino alla prossima stagione per il cambio. Ma per fortuna, in ogni piccola stazione, anche se abbandonata, c’è una fontanella dell’acqua, funzionante e pronta all’evenienza proprio per guasti simili. Ci si ferma a San Leonardo di Cutro, e mentre un ferroviere si inerpica sotto il treno con tanto di fazzoletto in testa e faccia nera dal fumo, i passeggeri si passano di mano in mano secchi e bottiglie di plastica, pieni d’acqua. Una “catena di Sant’Antonio” in perfetto stile da spegnimento di incendi. “Storie d’altri tempi, di prima del motore”, canta Francesco De Gregori. Ultimo e significativo episodio, autunno 2014: il treno si ferma nei pressi di Simeri perché ha centrato in pieno un tronco caduto sui binari e non può proseguire. Fra i passeggeri c’è chi sbotta e chi invece ci ha fatto talmente l’abitudine da non avere più persino la volontà di brontolare. Particolare non secondario, ai lati del treno c’è una vera e propria savana. Foglie e alberi a sinistra, foglie e alberi a destra. Una signora apre il finestrino e sbrang, entra un ramo nel vagone. Ma stavolta il treno, dopo un po’ di fermata forzata, riparte tranquillamente. Dopo aver terminato un’esperienza di tanti anni passati sui treni, si può fare un solo augurio ai passeggeri ospiti e spesso e volentieri anche ostaggi di Trenitalia sulla linea jonica: buon viaggio, e che sia almeno un po’ Swing. AURELIO FULCINITI