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Géza Kertész, l’Eroe dimenticato.

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, deve riportarci a tanti ricordi. La Memoria dell’Olocausto è collettiva ed esiste per non dimenticare i 17 milioni di vittime della follia nazista, fra cui sei milioni di ebrei. E la Memoria va tramandata, proprio perché enorme fu la tragedia: la “Sala dei Nomi” della Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah) a Gerusalemme, custodisce le foto e i nomi delle vittime ebraiche dell’Olocausto e da sola impressiona con la forza e l’importanza della Memoria.

E accanto alle vittime, rimane imperitura la Memoria degli eroi, dei “Giusti fra le Nazioni”, che rischiarono la propria vita e in molti casi la scarificarono anch’essi, per salvare migliaia di ebrei dai campi di sterminio. Figure in alcuni casi tuttora sconosciute o dimenticate per molti, ma non per i tanti ebrei che grazie e loro riuscirono a salvarsi dal genocidio e dall’orrenda “soluzione finale”.

Anche nel mondo dello sport ci furono eroi. In Italia, il grande ciclista Gino Bartali tenne nascosta la sua storia per tutta la vita e solo dopo la sua morte, nel 2000, è venuta fuori la sua Memoria di “Giusto fra le Nazioni”. Ma l’eroe dimenticato di cui scriviamo ora fu un ungherese, e dopo essere tornato nel suo Paese invaso dai nazisti, in piena Seconda Guerra Mondiale, non ebbe esitazione, da militare e patriota, a scegliere da che parte stare.

Ma la Storia di Géza Kertész, nato a Budapest il 21 novembre 1894, partì da lontano e si svolse per molti anni in Italia. Calciatore ed ex mediano della storica squadra ungherese del Ferencváros, Kertész arrivò in Italia nel 1925 per giocare nello Spezia, iniziò contemporaneamente una lunga carriera da allenatore in Italia che fu interrotta solo dal rientro in Patria per le tragedie della guerra. Dopo due campionati vittoriosi nelle serie minori con Spezia e Carrarese e altre tre stagioni con Viareggio e Salernitana, Kertész arriva ad allenare il Catanzaro nel 1931 in Prima Divisione (l’odierna Serie C), e dopo un campionato a metà classifica, nella stagione 1932-33 ottiene la promozione in Serie B con i giallorossi, dopo un girone condotto alla grande e conclusosi in maniera trionfale con lo spareggio allo Stadio “Arturo Collana” di Napoli il 7 maggio 1933 contro il Siracusa, sconfitto per 1-0. Il “Presidentissimo”, avvocato Nicola Ceravolo, lo ricordò, nei decenni successivi, come il miglior allenatore di quegli anni, lodandolo particolarmente soprattutto per la sua bravura, soprattutto con i giovani. E anche i tifosi impazzivano per lui: quando nel 1933 partì per allenare il Catania, una grande folla lo accompagnò per salutarlo alla stazione di Lamezia Terme, omaggiandolo con numerosi doni. Una testimonianza importante del rispetto per le sue doti umane, oltre che sportive.

La carriera dell’allenatore ungherese proseguirà con due campionati di Prima Divisione vinti a Catania e poi a Taranto, seguiti da una promozione in Serie A mancata per poco a Bergamo con l’Atalanta. E infine il grande salto nella massima serie prima con la Lazio – quarto posto nel campionato 1939-40 – e poi con la Roma, dove avrà meno fortuna arrivando solo al nono posto nella stagione 1942-43.

Ma le nubi della guerra sono sempre più minacciose e Kertész è costretto a tornare in Patria, a causa della sospensione del campionato italiano. Nazionalista e tenente colonnello dell’Esercito, insieme all’ex compagno di squadra István Tóth costituì una rete di Resistenza che salvò decine di ebrei e partigiani ungheresi dai campi di sterminio, travestendosi anche da soldato della Wehrmacht per favorire la fuga degli ebrei dal ghetto di Budapest. Un viscido delatore lo tradì, rivelando alla Gestapo che nascondeva un ebreo in casa e Kertész venne fucilato insieme a Tóth e ad altri cinque commilitoni il 6 febbraio 1945 nell’atrio del Palazzo Reale di Buda. Solo pochi giorni dopo, Budapest verrà liberata.

Per molti anni, come in tanti altri casi simili, la vicenda umana di Géza Kertész sarà dimenticata, e verrà fuori solo negli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’allenatore ungherese verrà nominato “Giusto fra le Nazioni”. Ed è rimasto, per molti, lo “Schindler del calcio”.

A Catania gli è stata intitolata una via, a Bergamo un campo di calcio. E c’è da auspicare che anche a Catanzaro, città dove fu adorato dal pubblico, venga ricordato un giorno in maniera altrettanto degna.

AURELIO FULCINITI

“Vitùlus”, il toro da cui arrivò il nome Italia.

“Il matador deve dominare il toro con esperienza e scienza. Se riesce a dominarlo con grazia diventa grande a vedersi”.

(Ernest Hemingway, “Morte nel pomeriggio”).

La citazione dal bellissimo libro che Hemingway dedicò alle corride ci sta tutta. Il gesto con cui l’artista Nuccio Loreti ha alzato e sventolato in aria il drappo rosso d’ordinanza che ricopriva la sua opera, “Vitùlus”, sabato 7 dicembre in piazza Matteotti, ha stupito e impressionato tutti, perché l’enfasi del gesto non solo ha fatto risaltare l’importanza dell’opera, ma anche il dono che l’artista ha fatto alla città, che non è il primo e non sarà l’unico. Con un semplice gesto, dunque, Nuccio Loreti da perfetto matador ha rivelato il suo amore per la bellezza dell’Arte e quello – mai celato, del resto – per la sua e nostra città.

Catanzaro come New York, si è detto. Un accostamento piuttosto ardito, ma è innegabile che l’effetto prodotto dall’opera sulla gente ha ricalcato proprio quello che dal 1989 il Wall Street Bull, il “Toro di Wall Street”, opera dello scultore italo-americano Arturo Di Modica e posizionato proprio sulla via della Grande Mela in cui ha sede la più importante e celebre Borsa Valori del mondo. Tanto è vero che in un giorno solo non sono mancate numerose “tastate” ai testicoli del toro, che per tradizione diventano un portafortuna.

Ma al tempo stesso, l’opera di Nuccio Loreti è fortemente legata alla città e al territorio, come tutte le altre da lui realizzate. Da artista colto e curioso qual è, conosce nel profondo la Storia del luogo in cui vive e ne trae ispirazione diretta, trasformandola poi in opere espressive ed evocative fin dal titolo. L’opera ha ricevuto qualche critica, come sempre accade in questi casi, ma a ben leggere ed ascoltare si tratta più che altro di considerazioni speciose e polemiche, prive di una reale motivazione. Il resto è stato un mare di elogi, ben meritati e che di sicuro non termineranno tanto facilmente. L’opera “Vitùlus” infatti è legata a quella leggenda, suffragata però da vari studi e quindi entrata di diritto nella Storia reale, che vuole Catanzaro legata alla nascita del nome Italia, la nostra patria. Ed è lo stesso Nuccio Loreti che descrive il riferimento e il forte legame fra l’opera e il contesto storico a cui va a collegarsi: “Nei tempi antichi le terre dell’attuale Calabria erano conosciute come Italia. I Greci indicarono l’origine del nome in Ouitoulía, dal vocabolo “Italói”, plurale di Italós, termine con il quale i coloni achei che giunsero nelle terre dell’attuale Calabria ambiguamente designavano sia i Vituli, una popolazione che abitava le terre a sud dell’istmo di Catanzaro, il cui nome etnico era etimologicamente relazionato al vocabolo indicante il toro, animale sacro ai Vituli e da loro divinizzato, che ai tori stessi, e venne così a significare “terra dei Vituli” o “terra dei tori”.

Una definizione che riassume il narrato più nascosto dell’opera e che ci fa scoprire tantissimo di noi stessi e della nostra Storia, molto più lunga e feconda di quanto si pensi. Non sappiamo al momento per quanto l’opera rimarrà nel posto attuale, che è stato scelto dal suo autore, ma ci auguriamo che rimanga per tanto tempio, perché dopo poche decine di ore – al momento – è già parte di noi. E pensiamo che lo rimarrà a lungo.

AURELIO FULCINITI

Il carretto dei ricordi

Se n’è andato, ma portando dietro di sé un carretto di ricordi, come quelli che trascinava per strada, lungo le vie di Catanzaro, pieni dei rottami che poi gli sarebbero serviti per accendere la sua fantasia e generare inconfondibili opere d’arte. Ma adesso in quel carretto ci sono soprattutto i ricordi, che in queste ore in tanti scrivono sui social, a partire dai colleghi d’Accademia, dagli amici lontani, da professionisti, docenti, artisti e singoli cittadini; il tutto da Anacapri a Firenze, per poi tornare a Catanzaro. Per l’occasione, è stato bello raccoglierne alcuni e riportarli qui, perché ci raccontano un po’ della vita di Mastro Saverio, anche di quella che conoscevamo meno. Non è sembrato il caso di mettere nomi e cognomi, un po’ per privacy – anche se i commenti sono pubblici – e un po’ per preservare la bellezza del ricordo. Ma chiunque si riconosca e voglia apparire con nome e cognome, non deve fare altro che scrivere in privato. Sarà bello condividere un ricordo con chi lo ha vissuto di persona.

– “Che personaggio che sei stato! Saverio, mi ricordo di te durante le “Settembrate” di Anacapri, con in testa il tuo inconfondibile cappello addobbato con le “frange” di metallo. Ti sentivamo arrivare già da lontano. Ci hai sempre portato formaggi e salumi dal tuo amato paese. Da tedesca arrivata ad Anacapri da poco, allora non capivo niente di quello che mi raccontavi parlando il tuo dialetto stretto, ma ancora oggi sono convinta di aver captato il messaggio. Ti osservavo parlare gesticolando e i tuoi occhi sprizzavano entusiasmo. Ti si capiva sempre, anche quando tacevi. Grazie di tutto. Buon viaggio artista d’altri tempi, ma più contemporaneo di tanti giovani”.

– “Quando ero bambino e incontravo u Ciaciu per strada, con il suo carrello di rottami metallici ed altro, non sapevo che li trasformasse in Arte, non sapevo che piantasse alberi e piante da frutta, non sapevo che era un anarchico; o per meglio dire un’anima libera. Lo vedevo come un personaggio atipico; e mi piaceva. Avrei voluto parlarci qualche volta ma non l’ho mai fatto; mea culpa”.

– “Il nostro Mastro Saverio lo ricordo che passeggiava in Accademia e osservava con occhio attento tutto quello che facevamo. Lo ricordo con stima ed era un esempio per tutti noi. Lui sfidava le leggi dell’Arte, ed era proprio per questo un grande artista. È stato spesso criticato e non apprezzato, purtroppo. I suoi lavori sono opere d’arte di valore immenso per la nostra città, che purtroppo a volte non lo ha mai calcolato”.

– “La scomparsa di Mastro Saverio mi porta indietro a tanti anni fa. Forse era il 1978, quando lo incontrai in Piazza della Repubblica a Firenze. Io giovane studente della facoltà di Architettura, lui in gita con docenti e allievi della neonata Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Era entusiasta di essere nella città d’arte più famosa al mondo e mi chiese di indicargli la strada per arrivare alla Galleria degli Uffizi. Lo accompagnai volentieri per quei pochi metri che da Piazza della Repubblica portano a Piazza della Signoria e nel breve tragitto elogiava i palazzi e le architetture rinascimentali fiorentine. All’epoca forse non era iscritto, o se lo era da poco, all’Accademia, ma sprizzava entusiasmo nostrano alla vista di quei luoghi fantastici. Addio Mastro Saverio: i catanzaresi ti ricorderanno per le “lattine pressate”, ma io ti ricordo per una bellissima statua fatta con i ferri di cavallo. Buon viaggio, Maestro!”

– “Frequentava l’Accademia già nel 1977. Ci diplomammo insieme. Ho un ricordo bellissimo di quel periodo: partecipava con curiosità alle lezioni di storia dell’arte con domande appropriate e voglia di approfondire questa disciplina. Il suo ricordo rimarrà vivo nei cuori di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Un vero artista, semplice, umile, ma con tanta voglia di comunicare con entusiasmo, ciò che la materia esprime, ossia forme e contenuti con un’ interpretazione unica che solo lui riusciva a dare. Era una persona sensibile, umana, rispettosa, artista dall’animo nobile e le sue opere da un materiale che poteva sembrare freddo, erano calde e parlanti”.

Quanta stima, e quanto rispetto traspaiono da questi ricordi. E tanti altri ce ne sono, in queste ore.

Si parla inoltre di rendergli un doveroso tributo, ma un’idea sarebbe fantastica: quella di trasformare il suo laboratorio in piazza Garibaldi, dove ha vissuto sempre e ha lavorato negli ultimi anni, in una piccola casa-museo. Da oggi, le scalette e la sedia ci sembrano più vuote che mai, ma entrando dentro “l’antro della balena” lo sentiremo sempre pulsare, come se non fosse mai andato via, e continuerà a pulsare anche per le vie e i vicoli del Centro Storico, che percorreva ogni giorno con il suo inseparabile carretto.

AURELIO FULCINITI

Ci mancherà la persona, ma l’Artista non morirà mai.

Non lo pensavamo immortale, ma di certo ce lo immaginavamo centenario, intento ancora a trasportare rottami di ferro per le vie della città, anche reggendosi col bastone. Ed invece eccolo lì, sull’uscio, che ci saluta per sempre prima di chiudere il portone che immaginiamo – ci piace tanto pensarlo e sicuramente sarà così – sia l’ingresso verso un mondo lontano dove il Paradiso degli artisti e della creatività sia ancora più fantasioso e sereno che in Terra.

In questi mesi, in tanti siamo stati in pensiero per lui. Dopo l’incidente ci erano giunte voci dapprima confortanti e poi sempre più preoccupate. A 95 anni – 96 li avrebbe compiuti il 2 giugno, fra pochi giorni – era comunque prossimo al termine di un grande percorso di vita, ma per noi che lo abbiamo seguito e soprattutto stimato aveva gli stimoli, la vitalità e la forza creativa di un trentenne, di uno che aveva già prodotto tanto, ma che aveva molto da dire.
Negli ultimi anni, le giovani generazioni hanno imparato ad amarlo e ad apprezzarlo molto più di quelle precedenti, e lui era grato di questo. In età avanzata, tanta giusta considerazione gli piaceva e lo stimolava ad essere sempre attivo. Bastava guardarlo in volto per capire: gli occhi diventavano giovani, se qualcuno lo apprezzava o si ricordava di lui.

Nei decenni precedenti, cercarono di amareggiarlo in tutte le maniere. Tentarono di farlo passare per una specie di fenomeno da baraccone o di denunciarlo per uno dei suoi laboratori all’aperto, facendolo passare, invano, per una discarica abusiva. Però si trattò di ignoranti allo stato puro e oggi di tutto vogliamo parlare, tranne che di ignoranza. Ciò che conta è che il pioniere dell’arte dell’abbandono, da autentico Giullare dell’Arte qual era si è fatto beffe di tutto e tutti e prima di lasciarci si è tolto la soddisfazione di vendere tutte le sue opere più importanti, che sono in collezioni private italiane e non. Il tutto alla faccia dell’ignoranza e sempre con il tono burbero e scanzonato del quale sentiremo in eterno la mancanza.

A poche ore dalla sua scomparsa, politici e autorità assortite stanno uscendo allo scoperto e tutti si ricordano di lui. E in questo momento, dopo aver varcato la porta, da lassù U Ciaciu starà sen’altro sorridendo. Eh sì, perché non era uno che cercava adulazioni né sovvenzioni e a queste rispondeva con uno sberleffo o una provocazione, quasi sempre sotto forma di opera d’arte. Lo aveva sempre fatto, nella vita, e lo starà facendo ancora adesso.

Come fabbro-artista ha avuto o avrà degli eredi? C’è chi lo ha apprezzato e chi lo prende a modello nel lavoro e nella produzione artistica, ma oggi lo possiamo ribadire ancora di più: Saverio Rotundo rimarrà per sempre unico e inimitabile. Si può prendere a modello la tecnica e magari migliorarla, ma il personaggio resterà un unicum, un pezzo unico che, anche facendo sforzo di ingegno e di fantasia sarà molto difficile paragonare a qualcun altro. Dell’artista che a Capri e Anacapri negli anni Settanta era quasi un’istituzione, stimato da Vittorio Sgarbi e molti anni prima da Arnaldo Pomodoro – che pur essendo uno scultore di fama mondiale dovette sudare parecchio prima di ricevere un’opera di Saverio – sarà impossibile trovare un clone, né tantomeno una banale imitazione.

Secondo lui l’arte e gli artisti erano destinati ad essere saccheggiati. L’arte per lui era di tutti e la gelosia in questo campo non aveva senso. Rimase sempre fedele a queste idee e tanti anni fa, durante una cena di artisti, lo dichiarò apertamente e ci brindò pure sopra con un bicchiere di vino: “Gli artisti sono tutti latri”, disse sostituendo la “d” con la “t” dialettale. Se gli artisti sono tutti ladri, lui è stato l’Arsenio Lupin della categoria. E come tale ci mancherà. Buon viaggio, Mastro Saverio.

AURELIO FULCINITI

Foto gentilmente concessa da “Area Teatro – Catanzaro Centro”

Fedhan Omar, l’Eclettismo frattale.

Quanti ricordi in un unico articolo, pubblicato ben tredici anni fa su “Il Domani”, il 12 aprile 2005, e che oggi ripropongo con ammirazione a pochi mesi dalla scomparsa del Professor Fedhan Omar, che ebbi modo di conoscere proprio in quell’occasione e dal quale rimasi colpito, non per la personalità artistica, ma anche per le doti umane. E un altro ricordo indelebile è rappresentato dalla Galleria “Mattia Preti” ospitata nel non più esistente “Circolo Unione”, uniche oasi culturali in una città dove non c’era il fermento culturale e i “contenitori” e le mostre di questi ultimi anni. E proprio per questo si utilizzava ogni piccola occasione per apprendere. Oggi la città di Catanzaro sta iniziando a esplorare gli orizzonti dell’arte e a conoscere la propria Storia, dopo molti anni di sonnolenza, e a parte il dispiacere per la recente scomparsa, il momento è utile per ricordare la memoria e il presente artistico delle sue opere (ed anche il futuro) che ha lasciato Fedhan Omar. A differenza di altri, la sua fu davvero una personalità artistica compiuta, perché non si era mai fermato nell’esplorazione del concetto e del pensiero e alla fine di un lungo percorso personale era giunto a un “unicum”, un traguardo tecnico e di pensiero che si tradusse nell’Eclettismo frattale. E lì era Lui, andava oltre la semplice riproducibilità e la normale ispirazione. Si era trasformato, pur restando lui stesso. Altri ne avrebbero fatto una “summa” al di là dei propri meriti – che però nel suo caso sono sempre stati indiscutibili – ma egli preferì non rinunciare alla sua umiltà, facendo prevalere il carattere sull’artista, contro ogni tendenza dell’arte di tutti i secoli, ma soprattutto contro il narcisismo dell’Arte contemporanea. E anche per questo è giusto ricordarlo con generosità, a partire da quell’articolo di tanti anni fa, che si va di seguito a riproporre.
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“La mostra “Eclettismo frattale” di Fedhan Omar, è stata inaugurata alla Galleria d’Arte “Mattia Preti”. Nato a Mascita Assan, nel nord del Libano, Fedhan Omar è giunto in Italia nel 1956 per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Roma. Allievo di Franco Gentilini e amico di artisti come Mino Maccari e Mario Schifano, dopo un periodo a Milano si è trasferito a Catanzaro, dove ha insegnato per anni al Liceo artistico. Una scelta non casuale, visto che egli considera la Calabria “una terra che stimola il mio spirito interiore”. Di questa regione, Fedhan Omar ha conosciuto uno dei suoi figli artistici più importanti: Mimmo Rotella. Al profeta del dècollage lo lega una lunga amicizia e anche il modo di intendere l’arte. Fedhan Omar nasce come artista figurativo, dotato anche di una certa spiritualità. La religione è uno dei temi che più lo coinvolgono. Al punto da fargli abbracciare la fede cattolica. A un certo momento, l’artista libanese ha deciso di cambiare rotta: dall’astrattismo è passato al figurativo. Ma non senza regole. Ricercando una base solida ds cui partire, l’ha trovata inizialmente nell’Action Painting (pittura d’azione), la corrente artistica fondata dal critico Harold Rosenberg. Da lì, dopo anni di studio, è nata in lui una nuova forma di eclettismo, quello “frattale”, con il quale Fedhan Omar intende “salvare il passato, il presente e il futuro dell’arte, sperando che possa divenire il quadro teorico d’ogni trasformazione successiva”. Questo tipo di arte vuole rompere con ogni costrizione. In essa compaiono, rielaborate, varie forme di espressione artistica. Si hanno, ad esempio, molte elaborazioni di uno stile che ha visto nello statunitense Jackson Pollock il suo più grande esecutore. Nelle gocce di colore fatte scivolare sulla tela direttamente dal tubetto, si intravede una voglia di ricerca espressiva che travalica i confini dell’arte. Fedhan Omar segue la scia, aggiungendo un contributo di solarità in più. Anche le pennellate indistinte sulla tela, si sostituiscono man mano alla realtà della figura, dando all’osservatore un effetto concreto dagli sviluppi totalmente imprevedibili. Per non parlare del collage, in cui l’artista eccelle riuscendo a dare in ogni suo frammento una capacità di sintesi immediata, senza rinunciare a nessun elemento dell’insieme espressivo. Una capacità strana, in un artista apprezzato anche dal grande Renato Guttuso. “La rievocazione della favolistica – gli scrisse il pittore – rivive nelle tue figure di donna che partecipano così, dal presente e dal leggendario passato dei popoli arabi”. Una lode, da parte di uno dei più strenui avversari dell’astrattismo. “Perché mai, nel rispetto delle nozioni di comunicabilità, di espressività, di riconoscibilità delle cose rappresentate, di umanità, nel senso di rispetto di ciò che è l’uomo, possono essere considerate costrizioni?”: questo si chiedeva Guttuso nel 1984, in un articolo intitolato “Quel grande falso chiamato arte moderna”. Lì parlava della troppo facile riproducibilità di quest’arte. Fedhan Omar non ha tradito Guttuso. E neanche sè stesso. Diciamo piuttosto che ha aggirato l’ostacolo, cercando e trovando nell’astrattismo una prospettiva diversa, dotata di maggiore personalità reale. D’altronde, è lui stesso ad ammetterlo: “L’universo, giorno dopo giorno, sta diventando più grande, aperto a nuove trasformazioni. Quest’apertura ha dato a me e ad altri colleghi una visione più ampia del concetto di prospettiva”. La mostra, aperta fino al 25 aprile, è solo una parte di un itinerario più ampio. “Questi quadri – spiega Amer, figlio di Fedhan Omar e curatore dell’esposizione – sono appena stati esposti in una galleria di Park Avenue, a New York”. L’evento si tiene in contemporanea con altre due esposizioni dell’artista a Milano e a Sharjah negli Emirati Arabi, nell’ambito del progetto “Occidente-Oriente”. Ci sarà poi una mostra completa al San Giovanni, con la presenza del critico Achille Bonito Oliva”.

AURELIO FULCINITI

Dario Argento, il Brivido.

Avviso ai naviganti (via internet, è ovvio): questo articolo è vietato ai minori di diciotto anni. O di quattordici? Ma per la verità neanche a loro, dal momento che agli adolescenti del 2013 l’horror fa il solletico e lo splatter dà ormai quasi l’idea di un film comico. Ma noi ci rivolgiamo alle generazioni che quando andavano a vedere certi film volevano avere paura. E non restavano mai delusi, altroché! Fra i registi italiani dell’horror e del thrilling uno che non ha mai deluso è stato Dario Argento e il caso vuole che proprio lui in persona avrà l’onore di aprire la stagione del Politeama. Perché “il caso vuole”? Sì, perché nel 1977 “Suspiria”, uno tra più famosi film di Argento, fu proiettato al cinema-teatro Politeama, che si trovava giusto dove oggi sorge il nuovo teatro Politeama. E a chi scrive viene sempre in mente il l’aneddoto di quell’amico, oggi molto più anziano, che andò a vedere il film e trovò un posto in seconda fila, di lato, in posizione più che favorevole. A metà del primo tempo, si ritrova seduto cinque file più indietro. A metà del secondo tempo è alla penultima fila. Alla fine del film era uscito dal cinema. Il tutto, per la paura. Sarà vero o no? Non è possibile appurarlo, per ragioni anagrafiche, ma l’aneddoto riflette in piano la sensazione che suscitava un film di Dario Argento dei bei tempi. Da notare che “Suspiria”, ambientato in una scuola di danza classica tedesca, è un film che sin dalla scena iniziale (l’incontro fra Susy e Pat, la prima vittima) farebbe scappare una statua di marmo a gambe levate. Figuratevi il resto. E che dire poi dei grande capolavoro di Argento, “Profondo Rosso” (anche se all’estero il capolavoro è considerato proprio “Suspiria”)? Ancora oggi, stiamo qui a parlarne come di un film che riserva persino dei nuovi dettagli e degli aspetti ancora da scoprire. Di omicidi efferati e scene da paura ce ne sono parecchi, ma la sequenza che tuttora fa venire la pelle d’oca è quella della passeggiata nel corridoio della casa dove giace la prima vittima, in cui il protagonista Marc Daly (l’attore inglese David Hammings) ritiene, in un quadro, di aver visto qualcosa di strano, che poi si rivelerà un volto. Vista al ralenti, ancora oggi è una scena da tremolio ai polsi. E la domanda che si pone continuamente il protagonista cercando di capire quale sia il particolare che gli sfugge diventa un’ossessione per lo spettatore. Proprio in questi giorni nei quali si è appreso dell’arrivo di Dario Argento, parlando con un amico – quasi quarantenne – di questa scena, lui stesso è diventato pallido. “Ma te la fai sotto troppo facilmente, eh?” E lui: “Io ho paura del mistero, non di quello che si vede subito”. Già, la paura dove non si vede. E in questo Argento è maestro, incontrastato. “Questo giovane ragazzo italiano comincia a preoccuparmi”, disse un celebre regista all’uscita del primo film di Argento, “L’uccello dalle piume di cristallo”, nel 1970. Ed era Alfred Hitchcock, uno che decisamente ne capiva.
Ad accompagnare Argento ci sarà il Maestro Claudio Simonetti, che nei “suoi” Goblin ha fatto anche lui la fortuna dei film più famosi del “maestro del brivido”. Figlio d’arte, – il padre, il Maestro Enrico Simonetti, grande pianista e conduttore televisivo scomparso improvvisamente nel 1978, andrebbe riscoperto oggi, perlomeno come musicista – Claudio Simonetti anche al Politeama confermerà l’impressione che abbiamo da anni: e cioè che lui e gli altri Goblin solo con i diritti delle colonne sonore di “Profondo Rosso” e “Suspiria” possono permettersi di restare disoccupati, per l’uso ancora oggi planetario che viene fatto di brani straordinari.
Che altro dire? Brividi a tutti.

AURELIO FULCINITI

(Pubblicato sulla testata “Catanzaro Live” in occasione della visita di Dario Argento al Politeama ottobre 2013)

Ernesto Tronca, il giornalista col binocolo.

Giornalista sportivo british se mai ve ne furono: lo era nei modi, nell’eleganza, nello stile e nel porgersi al pubblico. Cortese, coltissimo, scaramantico, dall’ironia sempre in canna e la battuta fulminea. E anche Barone. E non “barone” Causio, ma Barone vero. Di nobile lignaggio nello stile e anche nella professione. Per decenni ha accompagnato il pubblico giallorosso con le sue telecronache e radiocronache, sempre appassionate ma con un’obiettività cristallina che ancora oggi è difficile trovare nei cronisti sportivi. E non solo in provincia, ma anche in Italia. Dove altri erano e sono melliflui o faziosi, Ernesto Tronca è riuscito a non essere nulla di tutto questo. Impeccabile in cronaca, però quando segnava il Catanzaro traboccava di gioia, per poi ricomporsi qualche attimo dopo e ritornare col suo stile inconfondibile. Non si perdeva neanche un secondo della partita, e per questo guardava anche dove l’occhio sembrava non arrivare. Qualcuno lo ha ricordato oggi, ma il piccolo binocolo con cui seguiva la partita è stato e resterà sempre un “must”, un oggetto di culto della storia del calcio tinta di giallorosso. A tal proposito, viene in mente una delle sue ultime apparizioni televisive in tribuna stampa, nel 2013, prima di un Catanzaro-Salernitana 2-2, con un irruente inviato di una tv privata di Salerno, che trasmetteva la partita, in cui venne intervistato per cinque minuti proprio sul suo binocolo. Colto alla sprovvista dall’intervistatore, Ernesto Tronca rispose con un breve saggio delle sue “infioriture” stilistiche e un paio di battute ad hoc.

E riguardo al suo stile, al suo “parlato”, non si poteva non scegliere – per illustrare il racconto – una sua foto con Sandro Ciotti. Se Ciotti divenne famoso per la sua voce roca, Tronca è stato e rimarrà indimenticabile dal pubblico che lo ha seguito per il suo linguaggio molto forbito e per così dire “ornato”, per le sue citazioni che andavano da Dante Alighieri fino a Gino Paoli e per le strepitose divagazioni. I suoi “attacchi” – per usare il linguaggio giornalistico – diventavano “allunghi” ed ascoltarlo, soprattutto in radio, era divertentissimo, perché per pochi minuti che sembravano lunghissimi ti chiedevi dove volesse andare a finire o andare a parare col discorso. Con lui un inizio, un “incipit” diventava un romanzo intero. Fantastico. E con queste doti superbe e inimitabili di fine dicitore è stato per anni una colonna di Telespazio Calabria e di tante trasmissioni radiofoniche.

Le sue citazioni, in queste ore, sono tornate nella memoria di tutti, a sguazzare nel mare di internet. Due sono state le più gettonate. La prima: “Ecco Arbitrio che si destreggia in un fazzoletto di terra così come il conte Ugolino nella Divina Commedia di Dante”. Roba da anni Settanta, roba da Serie A (in tutti i sensi). Non sappiamo se Alberto Arbitrio, l’attaccante di Gioia Tauro, oggi napoletano d’adozione ma sempre attaccato ai colori giallorossi, sia stato al corrente della citazione. Ma è un onore, per lui e per noi tifosi. L’altra citazione più gettonata è tutto sommato recente e si riferisce ai lunghi anni di Serie C e C2: “Grande Catanzaro che in un sol colpo abbatte L’Aquila e Ammazzalorso”. Impallinammo insieme la squadra e il suo allenatore. Calembour d’artista, altro che telecronaca.

In una giornata così triste, ci rincresce che sia morto solo, in un letto di ospedale, lontano dalla sua città. Ed è un paradosso, perché lui amava la gente e lo trovavi dappertutto: al Caffè Imperiale la mattina, a cena al ristorante la sera e in giro per la passeggiata sul corso. Aveva un’attenzione, un saluto e una conversazione per tutti quelli che lo conoscevano e che lo riconoscevano.

“The voice”, un raffinato giocoliere di parole che resterà sempre vivo nel ricordo di chi ha amato il calcio raccontato da lui, oltre alla sua signorilità.

AURELIO FULCINITI