Il miracolo che durò per un solo istante.

“Questa città ha accolto – o più spesso rannicchiato, per nasconderli più che per renderli presenti – tanti personaggi straordinari per un verso o per l’altro. Tante persone da raccontare, ma al tempo stesso convinte di non aver fatto nulla di eccezionale nella loro vita, quando invece semmai era vero il contrario. Ma anche tanti personaggi vissuti come un fastidio, polemici, senza padroni, e per questo discussi aspramente da vivi e anche da morti. Personaggi “scomodi”, ma che conosciuti bene rivelano un’anima ma soprattutto un bagaglio di esperienze straordinario, da loro stessi nascosto per timore che non venisse compreso al pari della loro personalità.
Dovete scusarmi se espongo la storia che seguirà tra breve in prima persona. Nel giornalismo non bisogna mai narrare in prima persona: lo “scrivere per gli altri” impone di mettere da parte l’ego e ogni residua, per quanto impercettibile traccia di protagonismo. Io per una volta infrango questa regola, per dire che non avrei mai immaginato, avuta l’idea – poi realizzata – di raccontare in un libro la storia di Saverio Abiuso, di sentirmi dire da persone sostengono di averlo conosciuto bene delle frasi del genere: “Lo sapevamo bene chi era: una spia, un bugiardo”.
Io l’ho conosciuto bene. Per cinque anni. L’ho apprezzato per il coraggio nel vivere una vita di disagi e per il suo orgoglio incrollabile, quello che gli impediva di arrendersi e di dar retta alle chiacchiere degli altri. Profondamente religioso, elegante, costretto a reggersi sulle stampelle fin dalla più tenera età a causa di tante e svariate malattie, ha percorso con fatica e ogni giorno corso Mazzini per più almeno trent’anni. Orgoglioso come un hidalgo, con la nobiltà della miseria, arrivava a chiedere l’elemosina in giacca e cravatta. Abitava in un piccolo seminterrato nel centro storico, pagato con una modesta pensione. Alcuni lo aiutavano sinceramente, altri lo depredavano. Quando proprio non aveva le forze per tornare a casa, restava a dormire in strada, anche d’inverno, quasi nascosto sotto la pensilina del palazzo delle Poste, in piazza Prefettura.
Ma quell’uomo così orgoglioso e schivo, alle volte persino scontroso, in effetti, nascondeva in sé un segreto che, per timore di non essere creduto, non raccontò mai quasi a nessuno. Saverio morì il 10 gennaio 2000, nel sonno, per un improvviso malore, lasciando di stucco tutti coloro che negli anni successivi, guardando “Il Vangelo secondo Matteo”, film capolavoro di Pier Paolo Pasolini, lo ritrovarono nella parte dello storpio miracolato da Gesù che riacquista l’uso delle gambe. E Saverio, cattolico dalla fede profonda, per un attimo credette davvero al Miracolo. “Quello fu per me un istante lunghissimo, ho immaginato per un secondo di tornare a camminare, il sogno della mia vita”. E fu il momento clou, riportato alla laica realtà, di un credente che riteneva a torto di non aver nulla di speciale da raccontare e che, forse, è stato ignorato troppo in fretta”.

Aurelio Fulciniti

(Pubblicato per la prima volta sul sito Catanzaro Live nell’agosto 2014).

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