Il carretto dei ricordi

Se n’è andato, ma portando dietro di sé un carretto di ricordi, come quelli che trascinava per strada, lungo le vie di Catanzaro, pieni dei rottami che poi gli sarebbero serviti per accendere la sua fantasia e generare inconfondibili opere d’arte. Ma adesso in quel carretto ci sono soprattutto i ricordi, che in queste ore in tanti scrivono sui social, a partire dai colleghi d’Accademia, dagli amici lontani, da professionisti, docenti, artisti e singoli cittadini; il tutto da Anacapri a Firenze, per poi tornare a Catanzaro. Per l’occasione, è stato bello raccoglierne alcuni e riportarli qui, perché ci raccontano un po’ della vita di Mastro Saverio, anche di quella che conoscevamo meno. Non è sembrato il caso di mettere nomi e cognomi, un po’ per privacy – anche se i commenti sono pubblici – e un po’ per preservare la bellezza del ricordo. Ma chiunque si riconosca e voglia apparire con nome e cognome, non deve fare altro che scrivere in privato. Sarà bello condividere un ricordo con chi lo ha vissuto di persona.

– “Che personaggio che sei stato! Saverio, mi ricordo di te durante le “Settembrate” di Anacapri, con in testa il tuo inconfondibile cappello addobbato con le “frange” di metallo. Ti sentivamo arrivare già da lontano. Ci hai sempre portato formaggi e salumi dal tuo amato paese. Da tedesca arrivata ad Anacapri da poco, allora non capivo niente di quello che mi raccontavi parlando il tuo dialetto stretto, ma ancora oggi sono convinta di aver captato il messaggio. Ti osservavo parlare gesticolando e i tuoi occhi sprizzavano entusiasmo. Ti si capiva sempre, anche quando tacevi. Grazie di tutto. Buon viaggio artista d’altri tempi, ma più contemporaneo di tanti giovani”.

– “Quando ero bambino e incontravo u Ciaciu per strada, con il suo carrello di rottami metallici ed altro, non sapevo che li trasformasse in Arte, non sapevo che piantasse alberi e piante da frutta, non sapevo che era un anarchico; o per meglio dire un’anima libera. Lo vedevo come un personaggio atipico; e mi piaceva. Avrei voluto parlarci qualche volta ma non l’ho mai fatto; mea culpa”.

– “Il nostro Mastro Saverio lo ricordo che passeggiava in Accademia e osservava con occhio attento tutto quello che facevamo. Lo ricordo con stima ed era un esempio per tutti noi. Lui sfidava le leggi dell’Arte, ed era proprio per questo un grande artista. È stato spesso criticato e non apprezzato, purtroppo. I suoi lavori sono opere d’arte di valore immenso per la nostra città, che purtroppo a volte non lo ha mai calcolato”.

– “La scomparsa di Mastro Saverio mi porta indietro a tanti anni fa. Forse era il 1978, quando lo incontrai in Piazza della Repubblica a Firenze. Io giovane studente della facoltà di Architettura, lui in gita con docenti e allievi della neonata Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Era entusiasta di essere nella città d’arte più famosa al mondo e mi chiese di indicargli la strada per arrivare alla Galleria degli Uffizi. Lo accompagnai volentieri per quei pochi metri che da Piazza della Repubblica portano a Piazza della Signoria e nel breve tragitto elogiava i palazzi e le architetture rinascimentali fiorentine. All’epoca forse non era iscritto, o se lo era da poco, all’Accademia, ma sprizzava entusiasmo nostrano alla vista di quei luoghi fantastici. Addio Mastro Saverio: i catanzaresi ti ricorderanno per le “lattine pressate”, ma io ti ricordo per una bellissima statua fatta con i ferri di cavallo. Buon viaggio, Maestro!”

– “Frequentava l’Accademia già nel 1977. Ci diplomammo insieme. Ho un ricordo bellissimo di quel periodo: partecipava con curiosità alle lezioni di storia dell’arte con domande appropriate e voglia di approfondire questa disciplina. Il suo ricordo rimarrà vivo nei cuori di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Un vero artista, semplice, umile, ma con tanta voglia di comunicare con entusiasmo, ciò che la materia esprime, ossia forme e contenuti con un’ interpretazione unica che solo lui riusciva a dare. Era una persona sensibile, umana, rispettosa, artista dall’animo nobile e le sue opere da un materiale che poteva sembrare freddo, erano calde e parlanti”.

Quanta stima, e quanto rispetto traspaiono da questi ricordi. E tanti altri ce ne sono, in queste ore.

Si parla inoltre di rendergli un doveroso tributo, ma un’idea sarebbe fantastica: quella di trasformare il suo laboratorio in piazza Garibaldi, dove ha vissuto sempre e ha lavorato negli ultimi anni, in una piccola casa-museo. Da oggi, le scalette e la sedia ci sembrano più vuote che mai, ma entrando dentro “l’antro della balena” lo sentiremo sempre pulsare, come se non fosse mai andato via, e continuerà a pulsare anche per le vie e i vicoli del Centro Storico, che percorreva ogni giorno con il suo inseparabile carretto.

AURELIO FULCINITI

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