Ci mancherà la persona, ma l’Artista non morirà mai.

Non lo pensavamo immortale, ma di certo ce lo immaginavamo centenario, intento ancora a trasportare rottami di ferro per le vie della città, anche reggendosi col bastone. Ed invece eccolo lì, sull’uscio, che ci saluta per sempre prima di chiudere il portone che immaginiamo – ci piace tanto pensarlo e sicuramente sarà così – sia l’ingresso verso un mondo lontano dove il Paradiso degli artisti e della creatività sia ancora più fantasioso e sereno che in Terra.

In questi mesi, in tanti siamo stati in pensiero per lui. Dopo l’incidente ci erano giunte voci dapprima confortanti e poi sempre più preoccupate. A 95 anni – 96 li avrebbe compiuti il 2 giugno, fra pochi giorni – era comunque prossimo al termine di un grande percorso di vita, ma per noi che lo abbiamo seguito e soprattutto stimato aveva gli stimoli, la vitalità e la forza creativa di un trentenne, di uno che aveva già prodotto tanto, ma che aveva molto da dire.
Negli ultimi anni, le giovani generazioni hanno imparato ad amarlo e ad apprezzarlo molto più di quelle precedenti, e lui era grato di questo. In età avanzata, tanta giusta considerazione gli piaceva e lo stimolava ad essere sempre attivo. Bastava guardarlo in volto per capire: gli occhi diventavano giovani, se qualcuno lo apprezzava o si ricordava di lui.

Nei decenni precedenti, cercarono di amareggiarlo in tutte le maniere. Tentarono di farlo passare per una specie di fenomeno da baraccone o di denunciarlo per uno dei suoi laboratori all’aperto, facendolo passare, invano, per una discarica abusiva. Però si trattò di ignoranti allo stato puro e oggi di tutto vogliamo parlare, tranne che di ignoranza. Ciò che conta è che il pioniere dell’arte dell’abbandono, da autentico Giullare dell’Arte qual era si è fatto beffe di tutto e tutti e prima di lasciarci si è tolto la soddisfazione di vendere tutte le sue opere più importanti, che sono in collezioni private italiane e non. Il tutto alla faccia dell’ignoranza e sempre con il tono burbero e scanzonato del quale sentiremo in eterno la mancanza.

A poche ore dalla sua scomparsa, politici e autorità assortite stanno uscendo allo scoperto e tutti si ricordano di lui. E in questo momento, dopo aver varcato la porta, da lassù U Ciaciu starà sen’altro sorridendo. Eh sì, perché non era uno che cercava adulazioni né sovvenzioni e a queste rispondeva con uno sberleffo o una provocazione, quasi sempre sotto forma di opera d’arte. Lo aveva sempre fatto, nella vita, e lo starà facendo ancora adesso.

Come fabbro-artista ha avuto o avrà degli eredi? C’è chi lo ha apprezzato e chi lo prende a modello nel lavoro e nella produzione artistica, ma oggi lo possiamo ribadire ancora di più: Saverio Rotundo rimarrà per sempre unico e inimitabile. Si può prendere a modello la tecnica e magari migliorarla, ma il personaggio resterà un unicum, un pezzo unico che, anche facendo sforzo di ingegno e di fantasia sarà molto difficile paragonare a qualcun altro. Dell’artista che a Capri e Anacapri negli anni Settanta era quasi un’istituzione, stimato da Vittorio Sgarbi e molti anni prima da Arnaldo Pomodoro – che pur essendo uno scultore di fama mondiale dovette sudare parecchio prima di ricevere un’opera di Saverio – sarà impossibile trovare un clone, né tantomeno una banale imitazione.

Secondo lui l’arte e gli artisti erano destinati ad essere saccheggiati. L’arte per lui era di tutti e la gelosia in questo campo non aveva senso. Rimase sempre fedele a queste idee e tanti anni fa, durante una cena di artisti, lo dichiarò apertamente e ci brindò pure sopra con un bicchiere di vino: “Gli artisti sono tutti latri”, disse sostituendo la “d” con la “t” dialettale. Se gli artisti sono tutti ladri, lui è stato l’Arsenio Lupin della categoria. E come tale ci mancherà. Buon viaggio, Mastro Saverio.

AURELIO FULCINITI

Foto gentilmente concessa da “Area Teatro – Catanzaro Centro”

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