La Sartoria come scuola di vita.

Una realtà moderna dove rimangono ormai pochi artigiani è una realtà che decide di per sé di rinunciare alla bellezza, all’eleganza e allo stile. Dietro l’artigianato, non si nasconde solo una grande cultura del lavoro – che andrebbe maggiormente divulgata, in tempi nei quali viene spesso tenuta da parte, e del tutto a torto – ma anche il rispetto per i materiali, per i dettagli e soprattutto per il cliente. Oggi, in una società di per sé sempre più frettolosa, si è persa l’abitudine alla classe, nonché alla sensazione di benessere fisico che danno le cose belle, quelle fatte con cura o su misura.

Senza nulla togliere a tanti artigianati e a tanti stili, va precisato che quello del sarto rimane ancora oggi fra i mestieri più affascinanti, perché più di altri mette a contatto la persona con la bellezza e l’eleganza, con un concetto di stile che arriva su misura in tutti i sensi, perché si adatta finanche alla personalità di chi indossa un qualcosa che è stato preparato apposta per lui, in base alle proprie esigenze e al proprio modo di vedere le cose e magari anche la vita di tutti i giorni. Anzi, soprattutto quella. Un tempo, la sartoria – come tutti gli altri mestieri – era un’arte che se non si tramandava, quantomeno si sceglieva sin da piccoli. E da nipote di due nonni sarti – cresciuto in un’infanzia tra forbici, ago, filo e cartamodelli – non nascondo di essermi molto emozionato il 27 dicembre scorso quando “Zio Ciccio”, fratello di nonna, “Zetta Cicciu” – come lo chiamava la mia nonnina quando me lo portava ad esempio – è stato premiato nella Chiesa Martice di San Pntaleone in Montauro dalla Cicas per i suoi cinquant’anni di attività in cui non ha mai smesso di lavorare per un attimo ed ha intenzione di continuare ancora a lungo.

Ma, soprattutto, mi hanno colpito le frasi della presentazione del premio: “Il sig. Francesco Gullà è sarto di fino. Ha iniziato a cucire a 6 anni, e adesso che ha superato 88 non ha più voglia di smettere. Perché passata l’urgenza di lavorare, gli è rimasta la passione: non tanto per l’ago e il filo, che pure sono necessari: ma per la gioia di vedere una giacca vestire a pennello il papà di una sposa, un cappotto pronto a sfidare con eleganza vento e freddo, e un abito fare la sua splendida figura su un ragazzo che deve fare bella figura alla sua prima importante”. Parole molto significative, che mi hanno portato molto indietro nel tempo, ma nella stessa misura mi invitano ad andare avanti, perché i valori e gli insegnamenti – soprattutto da parte di chi lavora, di chi “fa” con amore – non potranno mai affievolirsi.

Auguri, Zio Ciccio. E grazie, ma non solo a te.

AURELIO FULCINITI

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