Quelli che…..giocavano a battimuro

Tutto potevo aspettarmi, oggi, tranne che un’ordinanza del mio Comune di residenza (Catanzaro) che vietasse ogni tipo di gioco nelle vie, nelle piazze e nei luoghi pubblici. Poi è stata revocata quasi in un batter d’occhio, a causa delle proteste arrivate giustamente da ogni parte, ma nello stesso tempo è riuscita a sollecitare in me (e anche in tantissimi altri, ne sono sicuro) una malcelata indignazione che ha generato a sua volta un salutare ed emozionante viaggio a ritroso nel tempo.

Da ragazzino ho giocato a calcio ed a tutti i giochi possibili (compresi quelli citati) in piazze, larghi, larghetti, vie e vicoli. Come tanti, ho preso anche qualche secchio d’acqua in testa (l’acqua, non il secchio, ovviamente). E non sono stato il solo a vivere stagioni indimenticabili. Parlo di generazioni di persone, compresa quella attuale. Vicino casa mia (Centro Storico) c’è tutt’ora un campetto dove i ragazzini vanno a giocare al calcio. Ai tempi miei c’erano ragazzini sufficienti per almeno 6 squadre con tanto di panchina lunga alla Nils Liedholm, ma oggi due squadre di calcio a 5 con le riserve (10 + 6) il pomeriggio le trovi sempre. Una volta eravamo in tanti, ma non è vero che oggi non si trovano ragazzi giocare per strada o nei campetti. Meno di ieri, senza dubbio, ma io li vedo sempre. Molti, è vero, vengono capitati da genitori in vena di manie di grandezza fra scuole di danza esclusive dove devono fagli credere di avere in casa una futura Etoile del Teatro alla Scala o del Bolscioi, altrimenti i maestri sono incompetenti. O in scuole calcio dove gli allenatori devono per forza riconoscere dei futuri Messi o Cristiano Ronaldo o affini. Per non parlare delle piscine. E poi i “preziosi virgulti” ci rimarranno male quando gli capiterà di scoprire l’amara realtà. E a quel punto nascerà spontanea la domanda: se la prenderanno con i loro genitori, oppure con la maestra e l’allenatore? Visti i tempi (e la maleducazione) di oggi, non è difficile intuire che saranno gli ultimi due ad avere la peggio.

Ed i “preziosi virgulti”, così facendo, si svezzeranno minimo all’età di novant’anni.

Tornando all’ordinanza di cui sopra e ad alcune sue incomprensibili motivazioni, mi sono ricordato, fra gli altri, di un dettaglio della mia infanzia passata a giocare in strada e che penso accomuni non solo me, ma tanti altri come me. Per farla breve: ho colpito tante volte le persone con una pallonata per sbaglio (chiedendo scusa) ma non ricordo di aver causato “gravi pericoli che minacciano l’incolumità delle persone”. Tutti quelli che ho colpito godono ancora di buona salute, o al limite saranno morti di vecchiaia.

D’altronde, diciamolo, c’erano tanti palloni. O l’immortale Super Santos, con il quale ancora oggi è irresistibile la tentazione di dare un calcio, solo al vederne uno che rotola nelle vicinanze; o il Super Tele, l’unico inimitabile pallone con il rinculo, perché se lo calciavi controvento, invece di andare avanti tornava indietro di due metri; o il Tango, quello che, sia pure di gomma, ti faceva sentire quasi un campione vero (che parole grosse!) perché era quasi uguale a quello originale di cuoio.

E poi il “battimuro”, perché il passaggio o la triangolazione con il muro giustamente non contava. O il “palo d’oro”, perché nei giochi “a punti” se prendevi un palo avevi tirato quasi bene e quindi valeva come un bonus. E se il palo era doppio, due bonus.

Per quelli come me, della mia zona, due erano i posti del mito calcistico che c’eravamo costruiti da bambini. Uno era il campo dietro Villa Trieste, detto anche “l’orto”. Niente nomignoli o modi di dire: era proprio un orto. Più che terra battuta, era un campo di patate. Con due porte di legno con pali raccattati qua e là, ma decorosi, con delle reti tese come allo stadio. Quando il pallone gonfiava la rete o finiva all’incrocio dei pali, anche per chi stava dietro la porta a guardare la partita era uno spettacolo. E ogni tanto – dulcis in fundo – la domenica pomeriggio arrivava l’eco di un gol del Catanzaro al Ceravolo, tradotto nel boato del pubblico, che da Villa Trieste era ed è tuttora udibile e spettacolare. Ma in quei pomeriggi aveva un sapore diverso, più emozionante, soprattutto quando arrivava durante partitelle sempre accese e soprattutto interminabili, perché sul 9-8 partiva subito la domanda “A quando finiamo?” seguita dalla risposta, “A dieci!” e conclusa da un immancabile “facciamo a quindici” e si finiva magari pure a venti. C’era tanta voglia di giocare, di esserci, di socializzare o di divertirsi. Per chi scrive, buttarsi quasi ai piedi di un giocatore avversario per prendere la palla con le mani in una nube di terra e di polvere era un’emozione stupenda. Figuratevi cos’era segnare un gol. Cosa ne sanno i “millennians”, i ragazzini di oggi, che anche quando vengono spediti dai genitori alle varie scuole calcio della terra battuta non conoscono neppure l’odore, soprattutto quello della fanghiglia che c’era dopo la pioggia, in cui non vedevi l’ora di tornare in campo a giocare. Tornavi a casa sporchissimo e fradicio, però ne valeva la pena. Eccome, se ne valeva la pena…

E all’orto non c’era di sicuro la tribuna. Per vedere la partita “dall’alto” dovevi trovare posto – si fa per dire – in mezzo a una collinetta con cespugli dappertutto e trovare un angolo “panoramico” dove vedere bene la partita, sporcarti il meno possibile e soprattutto non scivolare a bordo campo. Tempi eroici, per ragazzini pionieri.

Ma erano anche tempi in cui le amicizie vere contavano e se ti beccavi un nomignolo o un soprannome in campo o in strada ti rimane attaccato per tutta la vita. E quando incontri oggi uno dei “giocatori” di ieri, dopo neanche un minuto ogni occasione è buona per troncare i saluti, i discorsi di circostanza e passare subito a ricordare i vecchi tempi e magari una partita o un torneo in particolare e magari anche qualche gol.

Un altro “campo di calcio” non proprio convenzionale era il cortile esterno della scuola elementare del IV Circolo di Stratò. Di sicuro non rettangolare, ma neanche quadrato. Diciamo a forma di trapezio con un lato storto. La pavimentazione era (ed è tuttora) in mattonelle rosse e si entrava da una rete sfondata per l’occasione accanto al cancello di ingresso. Una porta era il cancello e l’altra il portone della scuola. Che ne sanno i ragazzini di oggi, che un campo simile lo schiferebbero, perché tutto è meno che un luogo dove si può giocare agevolmente a calcio. Eppure lì si svolgeva, nei primi anni Novanta, il “torneo dei rioni”. Piano Casa, Stratò, Via Bellini, Porta Marina, Fondachello, Santa Barbara. Grandi portieri, centravanti implacabili, ma anche una sana rivalità. E non mancavano nemmeno i lanci di oggetti in campo e gli scontri a fine partita. Niente violenza, mai neanche uno schiaffo, ma tanta sana goliardia sfociata sempre in amicizia, tanto è vero che a fine partita si tornava a casa tutti insieme a casa lungo il percorso, ridendo o magari l’uno con la mano sulla spalla dell’altro.

E c’erano anche le gare in bici d’estate, lungo tutto l’isolato. Un’imitazione in piccolo della cronometro del Giro d’Italia. Ma senza cronometro. Bastava arrivare primi e superarsi. Quello era il divertimento. E le bici avevano i frani talmente usurati che si imponeva un “pit-stop” a Bellavista, dal meccanico delle biciclette che oggi è chiuso da anni – è rimasta solo l’insegna – e manca, eccome se manca.

Oppure la “Campana”, il gioco delle bambine e delle signorine, con le caselle disegnate col gesso lungo la strada o in piazzetta. Un gioco molto antico, che ricorda tanto vecchi romanzi di molti decenni come “Tempi memorabili” di Carlo Csssola in cui era già citato. Fino agli anni Ottanta, trovavi tante bimbe o ragazze che giocavano a “Campana”, poi negli anni seguenti è diventato meno frequente. Come si gioca? Non ve lo dico. Cercatelo. Non si interrompe un’emozione, e la ricerca del tempo perduto è sempre fra le emozioni più belle.

E tanto per tornare alla bicicletta, c’è il gioco con il quale i nostri padri e i nostri nonni si sono divertiti da piccoli: quello con la pista tracciata per strada in spiaggia e con le biglie o i tappi di bottiglia a schizzare lungo il percorso. Per me e per quelli della mia età era “la tappa” e al posto dei ciclisti prendevamo ad esempio i piloti di Formula Uno. Il tutto con tappi di bottiglia appesantiti con la plastilina (rigorosamente marca “Pongo” e comprata da “Pesce” (in realtà Zamboni Pesci) sul Corso Mazzini o dal “Siciliano”.

È troppo facile vietare di giocare ai bambini per tarpargli le ali già in partenza – e per fortuna con una revoca quanto mai puntuale – ma chi ha dimenticato troppo in fretta la difficoltà di levare il pallone incastrato dalla marmitta di una Fiat 126 o la gioia di giocare con i tappi o la plastilina, non sa cosa si è perso oppure cosa ha dimenticato. Ma per fortuna è impossibile dimenticare, anche quando capita una botta di amnesia.

AURELIO FULCINITI

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