Umberto Lenzi: schiettezza, “pulp” e cinema a tutto tondo.

”Meglio se non me la mandavi. È una commemorazione di due colleghi che non ci sono più e non mi riguarda”. Questo fu, sette anni fa, l’esordio all’apparenza tagliente di una conoscenza epistolare e vocale – sia pure non coronata da un incontro diretto, che sarebbe stato anche un degno finale – con Umberto Lenzi, l’ultimo dei registi cosiddetti “di genere”. La risposta, tagliente, me la diede leggendo alcune mie recensioni relative a due film di Fernando di Leo, “Milano Calibro 9” e Massimo Dallamano, “La polizia chiede aiuto”. Scontroso, burbero e alle volte fin troppo diretto, amava parlare del suo cinema ogni volta che poteva. Al contrario, invece, non amava per niente parlare dei colleghi. Molto cinema e molti registi lo annoiavano senza rimedio, ma era sempre disponibile a parlare dei suoi film o di quelli dei suoi miti del cinema americano (Samuel Fuller, Raoul Walsh, John Ford, per dirne alcuni). E voleva discutere dei suoi libri a metà fra il giallo e il noir, che negli ultimi anni, a partire dal 2008 – una volta terminata da oltre quindici anni la carriera di regista – gli avevano dato una nuova popolarità fra gli appassionati del genere. Ma era disposto a rispondere alle domande solo dopo un’attenta lettura da parte del suo interlocutore. “Prima leggili, e poi sono a tua disposizione”, mi scrisse un giorno. L’ultimo romanzo, “Cuore criminale”, uscì nel 2015. Libri che rappresentano una via di mezzo fra il “giallo” italiano e il “noir” alla francese, pubblicati quasi sempre con piccole case editrici e già oggi difficilmente reperibili o persino introvabili (ma che certamente andrebbero ripubblicati, perché meritano) e con un protagonista per così dire “alla Lenzi”: Bruno Astolfi. Ex pugile, ex poliziotto e detective privato antifascista, Astolfi compare in romanzi che godono di un’ulteriore particolarità: quella di essere ambientati sul set di film italiani girati fra il 1940 e il 1948. Fra la Guerra e il Dopoguerra, Astolfi si muove delitti immaginari e set cinematografici realmente esistiti, come anche gli attori famosi dell’epoca. C’è poi da sottolineare anche l’accuratezza dei dettagli di ogni descrizione, in ogni pagina dall’atmosfera generale del racconto fino alla minuzia più insignificante. Con la scomparsa di Umberto Lenzi, avvenuta oggi, 19 ottobre 2017, si chiude definitivamente un’epoca d’oro del cinema italiano, quella dei cosiddetti “poliziotteschi”, dei “noir” all’italiana e delle grandi produzioni sul tema bellico, con una capacità creativa, un’inventiva e uno stile del racconto e della scelta degli attori che qualcuno potrebbe definire “promiscuo” ma che in realtà metteva in evidenza un forte spirito di adattamento alle storie tipico del regista di razza.

Umberto Lenzi, nato a Massa Marittima (Grosseto) il 6 agosto 1931 è stato – fra i registi “di genere” – colui che è riuscito più di altri suoi colleghi a lasciare una valida eredità non tanto nel cinema italiano – la cui critica non è mai stata tenera (e non lo è ancora oggi, nonostante una certa riscoperta) con il cinema “di genere” e meno che mai gli ampollosi (per quanto pluri-premiati) registi di stampo intellettuale, impegnato o alla ricerca continua ed esclusiva del manierismo più o meno patinato. “Sono dell’idea che la gente va a vedere un film per ridere o piangere e non per dormire”, dichiarò Lenzi in un’intervista di appena un anno fa. E se andiamo a vedere non tanto il cinema che ha girato (che pure raccoglie, svariando fra i vari generi, vari pezzi di pregio), quanto il ritmo ancora valido che gli ha imposto, si può dire che Lenzi non aveva affatto torto. Di molti registi italiani “di genere” si dice e si è affermato più volte indistintamente che sono fra i preferiti di Quentin Tarantino. Ma il regista americano, che oltre a trarre reale ispirazione dai film italiani di quegli anni è un cineasta preparato e capace, sa distinguere il buon cinema da quello meno valido. Tanto è vero che Tarantino nel 1996 fece chiedere a Lenzi di autografargli una locandina di “Paranoia”, un thriller che fa parte di un “ciclo” di quattro film non collegati fra loro ma che dal 1969 in poi “impostarono” lo stile di Lenzi e di cui a breve si avrà modo di parlare. Ma, in particolare, il “pulp”, la rappresentazione della violenza cruda, spettacolare e di reale impatto oltreché glaciale freddezza, facevano parte di molti film di Lenzi, soprattutto alcuni “poliziotteschi” fra cui “Milano odia: la polizia non può sparare”, di gran lunga il più sadico e violento fra i film di quel genere. E un altro film molto “pulp” ma con persino un tratto di ironia è stato “Il cinico, l’infame e il violento”, da vedere e rivedere. Un film “pulp” nel vero senso della parola, con un’attrice realmente ustionata al volto per un errore di scena e continui scontri fra Maurizio Merli e Tomas Milian anche fuori dal set. Protagonista perfetto di entrambi i film fu proprio Milian, che con Lenzi troverà il personaggio che gli darà l’apice della popolarità presso il grande pubblico. Lenzi, con la consueta schiettezza me lo descrisse come un “paraculo formato all’Actors Studio”, ma capace di ottima recitazione e di inventiva nei dialoghi. Ed è proprio nel film di Lenzi del 1976 “Il trucido e lo sbirro” che prende forma il personaggio – e fu in realtà un’invenzione nel soggetto dello sceneggiatore Dardano Sacchetti, ma Lenzi ebbe il grande merito di caratterizzarlo – del “Monnezza” che nei successivi film diretti da Bruno Corbucci si tramutò nel personaggio di Nico Giraldi, passando da un poliziesco classico al prevalere dell’ironia e della comicità.

Dopo una formazione nel genere mitologico e peplum, come per molti registi dell’epoca – anche Sergio Leone iniziò la sua carriera con “Il Colosso di Rodi”, Umberto Lenzi nel 1969 dirige due thriller per lui decisivi come “Orgasmo” e “Paranoia” con Carroll Baker protagonista, seguiti da altre due tappe importanti della sua filmografia e del suo stile, “Un posto ideale per uccidere” con Ray Lovelock e Ornella Muti, per finire con quello che rimane un esempio fondamentale e un piccolo capolavoro del genere thriller di Lenzi: “Il coltello di ghiaccio”. Gli piaceva molto che questi suoi film venissero apprezzati. “Se mi dici l’indirizzo te lo spedisco io a casa”, mi disse quando scoprì che apprezzavo molto “Il coltello di ghiaccio” e non riuscivo da anni a vederlo né a trovarne una copia.

Un altro suo film che ho avuto modo di apprezzare (e non solo io a dire il vero) fu “Gatti rossi in un labirinto di vetro”, del 1975, con John Richardson e Martine Brochard. Un titolo molto simbolista ed enigmatico che a ben vedere racchiude in sé l’intera trama del film, con una suspence molto tesa e mai calante, che raggiunge il suo culmine nella scena i cui spunta il volto del colpevole pluri-omicida, oltre all’agghiacciante movente.

Ma Lenzi non è stato solo poliziottesco e thriller, bensì pure autore di grandi produzioni sul tema bellico. Un grande ammiratore di Samuel Fuller non poteva non girare un film di guerra con grandi ambizioni. E infatti Lenzi ne girò addirittura due: “Il grande attacco” e “Contro quattro bandiere”. Nel primo recitano nientemeno che Henry Fonda e John Huston, ma in un ruolo secondario c’è spazio persino per Edwige Fenech, a dimostrazione dell’estrema poliedricità di Lenzi nella scelta degli attori. Ma il risultato può dirsi complessivamente valido per via di un cast numeroso e assortito.

Leggendo queste righe, Umberto Lenzi mi avrebbe mandato senz’altro una mail per dirmi che l’articolo non va bene, che è pieno di imprecisioni e che ci sono parecchie cose inesatte, per non dire sbagliate. Persona a tutto tondo, anarchico in politica e di carattere e nel cinema, laureato in Giurisprudenza, tifoso della Fiorentina, grande lettore di Simenon, Scerbanenco e del suo amico e compaesano Luciano Bianciardi, pur nei suoi modi bruschi aveva fra le sue doti grande cortesia ed estrema disponibilità. Finché i problemi di salute non hanno avuto il sopravvento, è stato sempre disponibile con tutti, per ogni domanda e per ogni evento. Un personaggio unico, con il quale se ne va la schiettezza e l’onestà di un certo modo di fare cinema e di divulgarlo.

AURELIO FULCINITI

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