Riecco le luci del Comunale.

Quando si parla di un Teatro o di un Cinema (scritti rigorosamente con la maiuscola) è bello partire dalle luci. In primo luogo, perché poche cose sono belle quanto una sala illuminata, soprattutto per chi ha nel cuore le due arti che abbiamo citato all’inizio, in particolare quando lo “spazio fisico”, il luogo della rappresentazione, coincide con un affascinate e commovente viaggio a ritroso con la memoria. Ed è un viaggio all’indietro che sembra non finire mai, una lanterna magica che si illumina nel buio e che riporta immagini in cui il sogno si alterna con la realtà, si confonde con essa ed in certi momenti ne prende addirittura il posto, in modo inconscio e piacevolmente imprevisto. È il momento in cui il calpestio delle tavole del palcoscenico, la voce degli attori e la luce del proiettore si trasformano attraverso il calembour degli aneddoti e il filtro della nostra memoria. Qual è la verità? Difficile dirlo. Ma Teatro e Cinema non esisterebbero senza finzione e recitazione, e dunque anche lo spettatore filtrerà i suoi ricordi attraversi la magia di una lunga recita. È inevitabile, e sarebbe strano se non fosse così. Ed è questa l’essenza che ha suscitato l’incontenibile emozione registrata in questi giorni con l’apertura del “Nuovo” Cinema Teatro Comunale di Catanzaro. Ormai di “Comunale” non ha più nulla e guai se non fosse stato così. Senza il sostegno degli appassionati e di tanta gente che ha ripreso ad apprezzare il valore della cultura e delle arti, il Comunale non avrebbe mai riaperto. E invece rieccolo, il “Comunale”, a ripartire come fucina delle arti e dispensatore di sogni, divertimento, ironia, commozione e – perché no? – anche di quella capacità di riflessione che solo il Cinema ed in modo particolare il Teatro sanno trasmettere con il loro classico carisma pregnante, tirandola fuori anche nelle pieghe dell’ilarità di una battuta.

Ed è ora il momento di ripartire delle due arti che hanno caratterizzato questo storico luogo. La prima che si è deciso di trattare è il cinema. Ma non perché è la più importante – le classifiche in ordine di importanza sono di un’antipatia feroce ed è meglio evitarle – bensì perché è la più familiare, quasi per antonomasia. Al cinema siamo andati quasi tutti, in generale, ed in questa città nessuno può dire di non essere mai entrato al “Comunale” a vedere un film. Chi dice il contrario sicuramente non mente, ma potete star certi che si tratta di contarli sulle dita di una mano. O al massimo di due, ma è per essere generosi. Al massimo di due, ma è per essere generosi in un ipotetico conteggio, non per altro. E così è stato per Gianni Amelio. Il grande regista, originario di San Pietro a Magisano, in provincia, che dopo la settantina ha riscoperto la città in cui studiato e si è “nutrito di cinema” (per usare un’espressione che fu cara a un altro celebre regista, Francois Ttruffaut) non è mai stato un autore votato con lo sguardo al passato, come lo è ad esempio Giuseppe Tornatore. Quello di Gianni Amelio è un cinema complesso e intenso, ma solidamente inserito e ancorato nella realtà che descrive ed esplora. Basta citare, a tal proposito alcuni suoi capolavori (scelti secondo le preferenze di chi scrive, e perciò molto soggettive, come “La fine del gioco”, girato a Catanzaro, “Il ladro di bambini”, “Le chiavi di casa” o “L’intrepido” (bellissimo film). Ma Gianni Amelio è ancorato saldamente alla realtà anche quando lo spazio temporale dell’azione si sposta indietro nel tempo, come nel caso di “Porte aperte” o “Così ridevano”. Ed anche il suo ultimo film, “La tenerezza”, con cui è stato inaugurato il “Comunale” alla presenza anche del grande regista, nella sua modernità, rispecchia il solido attaccamento al reale che ha fatto da canone alla sua carriera di autore.

E però, come anche Truffaut ed altri celebri registi, il “nutrirsi di cinema”, coincide nella persona con un indelebile ricordo del passato, di quegli anni che coincidono con la formazione e la maturità di un grande regista. Ed è per questo che Gianni Amelio, a Catanzaro, è apparso realizzato e sicuro più di quanto già non lo fosse, oltre che molto disponibile. Il suo primo romanzo, uscito nel 2016, si chiama per l’appunto “Politeama”, come uno dei “suoi” cinema di ragazzo, che egli disconosce apertamente e con piena ragione, perché abbattuto e divenuto ormai un’altra cosa, preferendo il “Comunale” risorto dalle sue ceneri e tornato ad essere la fucina di emozioni che è stata per tante generazioni. Anche per questo motivi, Gianni Amelio non poteva mancare.
Un altro ricordo, doveroso, va all’uomo a cui è stata intitolata la sala cinematografica: Franco Proto, lo storico “patron” del “Comunale”. Scomparso nel 2015, è stato non solo un gestore, ma un vero appassionato di cinema. Ovunque si parlasse di cinema o vi fossero rassegne, c’era lui fra il pubblico. Oltre ai film, ai registi e agli attori, era molto interessato alle tecniche di proiezione, che approfondiva sempre con grande curiosità e rispetto alle quali era sempre prodigo di domande.

Ma ora parliamo della seconda arte del “Comunale”: il teatro. Ed è qui che avremo modo di ritrovare il teatro vero, quello appassionante, prodotto e costruito sulle grezze tavole del palcoscenico, riportate alla luce da Francesco Passafaro e dai suoi collaboratori come potrebbe esserlo un prato verde spuntato fuori all’improvviso dal cemento (nel nostro caso reale) che lo ricopriva.

Ma tornando alla magia dei ricordi, lasciamo perdere i registi e gli attori. Non se ne vogliano a male, ma qui si passa ai ricordi personali. Chi sta scrivendo ha avuto il suo “battesimo” teatrale da quindicenne, nel 1989, proprio al “Comunale”, quando le stagioni teatrali erano davvero ricche e non con gli stessi attori presenti ad ogni stagione senza mai un’alternanza fra le compagnie e i protagonisti, come succede oggi. Nel 1989 fu “Gli attori lo fanno sempre”, di Terzoli e Vaime, con Gino Bramieri e Gianfranco Jannuzzo ad accendere in chi scrive il fascino del teatro, da spettatore. E proprio grazie al “Comunale”, chi scrive ha potuto vedere in scena Giorgio Gaber o Dario Fo, tanto per citarne due a caso. E non è poco, quando si tratta di emozioni del teatro.

Ma accanto al teatro serio, torna in mente una recita scolastica del Liceo all’inizio degli anni Novanta. Accanto ai compagni di scuola, “recitava” anche uno dei professori. Il pubblico era molto naif, si capisce, e in latente ebollizione. Ad un tratto, dalle prime file, parte un lancio di ortaggi sul palcoscenico ai danni del malcapitato docente. E un suo collega professore, dal piano superiore, incitava l’alunno lanciatore in platea: “Vai! Butta! Non fare economia!”. Non si citeranno i nomi, né tantomeno i cognomi, ma solo per pura mancanza di memoria.

Dalla parentesi “faceta” torniamo al Teatro serio, facendo un doveroso omaggio all’uomo a cui è stato intitolato il palcoscenico. A Nino Gemelli, che manca da nove anni ma è nel cuore di tutti noi, la Città dovrebbe fare un monumento, quantomeno in senso di metafora, se non in marmo o bronzo, per il rispetto con cui ha trattato il dialetto e l’umanità dei suoi testi e dei suoi spettacoli. Molto si è scritto di lui, ma al “Comunale” è stato giusto ricordarlo, perché era un po’ la sua casa, in cui ha diffuso per anni la sua arte e le sue rappresentazioni, riuscendo ad amalgamare e a far recitare praticamente chiunque. Un omaggio doveroso e senza tempo, quello che gli è stato tributato.

AURELIO FULCINITI

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