La sindrome della locomotiva.

“Non c’è niente da fare, è la sindrome della locomotiva. Quando colpisce non va più via. Ed è rigorosamente delle Ferrovie della Calabria. Può essere d’epoca, degli anni Trenta come la FCL350 e la FCL500 che le FdC custodiscono in deposito. Delle autentiche “perle rare”, che funzionano ancora, anche se logicamente non sono più in esercizio permanente, causa l’età avanzata. O anche la FCL400, sempre delle Ferrovie della Calabria, la quale per chi non lo sapesse è la locomotiva che compare nel finale del film “Non ci resta che piangere” quando Massimo Troisi e Roberto Benigni “incontrano” Leonardo Da Vinci alla guida della locomotiva da novello “inventore” e propone di dividere in parti uguali: “trentatré, trentatré e trentatré” (e l’altro un per cento dove è andato a finire?). Ma queste sono parabole con poca realtà e moltissima fantasia. Per un viaggiatore di tutti i giorni la “locomotiva” corrisponde alla vettura, magari quella nuova, un suggestivo “metrò” che viaggia all’aperto e percorre la distanza fra Catanzaro Lido e via Milano, la stazione capolinea del centro città. Si può scendere verso il mare la mattina, quando è ancora buio, ma si può anche tornare a casa magari alle 15.10 e scoprire – come accade spesso di questi tempi – che la corsa è in abominevole ritardo o è appena stata soppressa. E qualche volta capita di scoprire che la corsa cancellata non è una sola ma due di seguito mentre la terza – quella che dovrebbe arrivare in tempo – è pure quella in ritardo e non si sa quando arriva. E allora scopri davvero quanto è forte la sindrome della locomotiva. Se sei salito su quei treni almeno una decina di volte, possibilmente consecutive, non puoi più farne a meno. E mentre ti siedi in sala d’aspetto dicendone e pensandone di tutti i colori ed anche oltre, d’improvviso ti torna anche la pazienza. E aspetti.

Il tutto finché il capostazione, fino a quel momento distratto e indaffarato nello stesso tempo, non ti comunica il sospirato orario di partenza. E giù altre parole irriferibili da parte dei pochi passeggeri in attesa. I più resistenti, perché nel frattempo gli altri sono andati quasi tutti via. E saliti sul treno, iniziano le fermate. E le stazioni, quelle vere, non una panchina e un cartello, che pure esistono lungo il percorso. Vere, anzi, “vive” per modo di dire, in quanto quasi tutte “impresenziate”. In gergo “tecnico” vuol dire chiuse e senza personale. Ma ognuna a una sua storia e una sua presenza, a livello di passeggeri e non. Si parte da Lido, il capolinea, stazione ariosa e popolata, “presenziata” di tutto punto ma sciatta e disadorna come da “stile” consolidato. E la stazione successiva è quella del Corvo. Nelle intenzioni doveva essere moderna e all’avanguardia, vista anche la zona in espansione e la struttura, un po’ più moderna delle altre. C’è anche un parcheggio, cosa insolita. Nelle intenzioni, dicevamo, perché in molti orari è quasi deserta, se non del tutto. Nelle ore serali poi sembra la stazione di El Paso, il paese di “Per un pugno di dollari”. Mancano solo i cespugli trascinati dal vento. Ma poi si arriva all’altra stazione, quella di Santa Maria. Piccola e quasi sempre affollata, seppure chiusa, ricorda una di quelle casette di campagna col pergolato. Manca solo un tavolo con gli anziani che giocano a carte e magari se ne dicono di santa ragione. E non solo perché il treno è in ritardo. E poi si arriva a Sala. Stazione chiusa ma abitata al piano superiore, parcheggio diciamo capiente, con in fondo la galleria che porta verso su. Anni fa, il giornalista triestino Paolo Rumiz scrisse un’inchiesta romanzata e pubblicata poi in un libro: “L’Italia in seconda classe”. E a proposito del tratto “nostrano” delle Ferrovie della Calabria” scrisse così: “Il treno entra in cremagliera, morde indomito, controvento, un dieci per cento duro, costante come un Pordoi”. Un viaggio in treno come una tappa alpina del Giro d’Italia? Immagine molto evocativa, ma ci sta, perché da passeggeri si avverte più o meno la stessa sensazione. E arrampicandosi sui binari con la pendenza e in attesa vana di uno scatto in salita, si intravede finalmente sullo sfondo il Ponte Morandi. E si arriva a Pratica. Oggi è chiusa anche questa ed è per così dire un mix fra antico (l’edificio della stazione) e moderno (tutto il resto). E con in più due scalinate per uscire: una in pietra (un po’ scivolosa) e l’altra in metallo. Ma fino a qualche tempo fa nessuno si fermava a Pratica. Troppo buia e malfamata come stazione. Una volta, inizi di settembre di otto anni fa o giù di lì, ultima corsa in arrivo dopo le 20, si prenota la fermata di Pratica insieme a Giovanni, mancato pochi anni fa, mitico benzinaio di corso Mazzini, salendo poco più sopra Bellavista, all’epoca in pensione da anni. Signore vero – completo, cravatta e pochette finanche ad agosto – oltre che impagabile poeta dialettale e grande conversatore. Il treno si ferma. Una ragazza dai capelli corti, aria gentile e discreta da persona di buona famiglia, scende anche lei: “Di solito io non mi sognerei mai di scendere qui, ma vedendo che ci sono anche delle persone serie non ho paura”. Che altro aggiungere: una linea ferroviaria da gentleman. Oggi andrebbe valorizzata e se fosse anche sempre puntuale sarebbe ancora meglio”.

AURELIO FULCINITI

(Articolo pubblicato per la prima volta sulla testata Catanzaro Live il 3 aprile 2014)

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