Il Referendum de Noantri

Se c’è una cosa abusata, in Italia, è certamente il referendum. E però mai come domenica 17 aprile. Senza contare, inoltre, i giorni precedenti, in cui il referendum cosiddetto “sulle trivelle” ha potuto contare su una campagna di un’inciviltà e di una maleducazione che non si sono mai viste prima dei giorni scorsi in nessuna campagna elettorale nel nostro Paese. E anche il dopo-voto, come si avrà modo di far cenno, ha toccato i punti più bassi del becero costume nazionale che continua a stupire e sempre in negativo. Neanche le più accese e scalmanate campagne elettorali, in Italia, neppure alle elezioni politiche, hanno visto tanti colpi bassi e un così becero qualunquismo. E non tanto dal fronte del “sì”, che ha fatto semplicemente il suo dovere di sensibilizzazione, bensì dal fronte del “no” che in alcuni casi pur di mistificare la realtà, nel suo profilo più basso (usando il senso negativo del termine) ha usato la clava dell’astensione nel modo più subdolo e quasi indecente. Del 68,85% che non si è recato alle urne, almeno il 50% pieno non aveva proprio intenzione di entrarci, nella cabina elettorale. E fin qui nessuna sorpresa, perché succede da vent’anni, fatto salvo il referendum del 2011 in cui gli italiani ritrovarono uno scatto d’orgoglio, merce che subito dopo è tornata a perdersi chissà dove, come nell’immarcescibile costume nazionale. Sulle cause di questa disaffezione ventennale, poi, c’è tantissimo da dire e ci vuole un ampio ragionamento a parte, che sicuramente non mancherà di uscir fuori in varie forme, E però meno del 20%, consciamente o inconsciamente, per “disciplina di partito” o anche per scarsa (e spesso scarsamente indotta) conoscenza dell’argomento da abrogare, ha finito con il cedere a un’astensione che si è trasformata in un ricatto subdolo, poiché vago in superficie. Ma si sa, e diciamolo chiaramente: in Italia c’è sempre stata una grande voglia di squadrismo travestito, di fascismo soft ma incisivo. E tutto questo anche a sinistra, perché fa più effetto. Ed ecco che il referendum ha visto alternarsi circostanze logiche ed altre decisamente incredibili. Il presidente della Repubblica, il presidente della Camera e quello del Senato si sono recati a votare, come prescrive la Legge, unita al doveroso rispetto del popolo italiano e dell’istituto del referendum. Dall’altro lato, il Presidente del Consiglio e un ex Presidente della Repubblica invitano a fare a meno del proprio dovere di cittadini e a disertare le urne. Renzi è sicuro di aver vinto non portando i cittadini alle urne, ma egli stesso finge di non capire che se una metà dei cittadini non è andata a votare, non è certo per merito suo, bensì perché non sopporta né lui né gli altri. Anzi, si può dire che questa metà è pienamente indifferente alla politica. E visto lo scenario che viene messo in mostra dall’attuale politica italiana, certo non possiamo biasimare gli indifferenti. Come possiamo biasimare il cittadino che sente la politica come l’orticaria, quando nelle ultime ore abbiamo un deputato della repubblica che sfotte gli elettori italiani via Twitter e non è pentito né sente il dovere di chiedere scusa? Col dovuto rispetto, è impossibile. Va ricordato, inoltre, che nel 1993 fu abolita, in Italia, una norma sicuramente antidemocratica e parafascista che prevedeva l’obbligo del voto, a pena di essere marchiati giuridicamente e messi nell’anticamera della “morte civile”. Oggi, fra una consultazione elettorale e l’altra il cittadino può scegliere o meno di recarsi alle urne. Solo se salta un po’ di elezioni consecutive, viene estromesso dalle leggi elettorali, come da un certo punto di vista è anche giusto che sia. Ma chi occupa una carica pubblica, di qualunque genere, non può predicare l’astensione, e lo dicono le norme dello Stato Italiano, che conviene citare per esteso: “L’articolo 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera afferma che chiunque sia investito di un potere, di un servizio o di una funzione pubblica, nonché «il ministro di qualsiasi culto», è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni se induce gli elettori all’astensione. A sua volta, l’articolo 51 della legge che disciplina i referendum (la n. 352 del 1970) estende la sanzione prevista dal precedente articolo alla propaganda astensionistica nelle consultazioni referendarie”. Norme tuttora in vigore, ma poiché c’è sempre uno spazio per l’interpretazione, chi le disapplica spera sempre di riapplicarle “motu proprio”. E per finire, conviene tornare sull’esito finale del voto. Il quorum non è stato raggiunto, ma corre l’obbligo di porre l’attenzione sui 2.198.805 elettori, il 14,2% che hanno votato “no”. Hanno espresso il loro dissenso nel modo più corretto e democratico possibile: entrando in cabina elettorale e mettendo un segno sulla scheda. Ed è un peccato che la democrazia in Italia assuma spesso le dimensioni di un circolo da bar, in perfetto stile da referendum de Noantri.

AURELIO FULCINITI

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