In principio era l’autogol. Poi diventò roba d’artista.

È vero: in principio fu l’autogol. Puro e semplice. E Qualche volta un po’ arzigogolato, se vogliamo. Nel calcio, fino a pochi anni fa, bastava una deviazione per avere un autogol. Oggi, invece, hanno eliminato le deviazioni e il gol è dato all’autore del tiro. Ma la conclusione deve essere diretta verso la porta. Però quest’ultima osservazione viene puntualmente disattesa con risultati tragicomici, esilaranti e – diciamolo – anche un po’ offensivi. Il tutto nel senso che ogni tiro sbilenco o completamente sballato, basta che nel corso della sua traiettoria tocchi un piede, una tibia, una schiena o uno zigomo e può entrare in modo automatico nello “score” dei peggiori brocchi che abbiano mai calcato i campi di calcio. Il gol, diciamolo in maniera piuttosto profana ma non troppo, è arte. E un tiraccio attribuito senza nessun criterio è un’offesa all’arte. Ma c’è anche l’arte concettuale, dove tutto fa brodo, e anche nel football ce la fanno entrare. “Si tratta di un concetto spaziale”, diceva Riccardo Pazzaglia in “Il mistero di Bellavista”di Luciano De Crescenzo, commentando un’opera di Alberto Burri. E lo diceva con parole che, nell’intenzione goliardica, significavano ben poco. Anzi, nulla. Ma l’aver cancellato anche gli autogol “spuri”, ha dato dignità all’autogol che rimane nella memoria, quello che da errore diventa arte, con buona pace di tutti, tranne che del portiere vittima, dei compagni e dei tifosi dell’artista in questione. “Ferri batte il record di autogol”, canta Luciano Ligabue riferendosi al Riccardo, difensore interista. Ed è vero, ma quelle erano più che altro deviazioni. L’autorete vera, per quanto involontaria, non ha nulla di sbilenco, ma rasenta la perfezione. E alle volte la supera addirittura. Colui che ha fatto diventare l’autogol un’opera d’arte, si sublimò per la prima volta a Torino, Stadio Comunale, il 15 marzo 1970, nona giornata di ritorno, in un Juventus-Cagliari 2-2 che in Sardegna è ricordato a momenti finanche dai neonati, in una città dove ancora c’è dell’orgoglio calcistico, a differenza di altre piazze di cui non facciamo nomi. Alle 15:59, come dimostra in pieno la foto che accompagna il nostro racconto, si esaltò l’errore sublime. Mentre il portiere Ricky Albertosi sta per andare incontro al pallone, arriva uno stopper dal nome battagliero e curioso quanto il cognome, Comunardo Niccolai, classe 1946 da Uzzano in provincia di Pistoia, e colpisce imperioso di testa, sbloccando il risultato a favore della Juventus. Un autogol per fortuna senza conseguenze, dato che il Cagliari vincerà lo stesso lo scudetto. A fine, campionato, il colmo: il difensore, un po’ matto ma bravo, sarà convocato in Nazionale per i Mondiali in Messico. E il suo allenatore nel Cagliari, Manlio Scopigno, conoscitore di calcio e di umanità, uno di quei personaggi che il mondo di oggi non sa ricreare, se ne uscì con una frase celebre: “Tutto mi sarei aspettato dalla vita, tranne che di vedere Niccolai in Mondovisione”. Non c’è certezza che abbia usato proprio le stesse parole, ma il concetto è grosso modo quello e la citazione, diciamolo, merita. Ma l’episodio più clamoroso risale al 13 febbraio 1972, terza giornata di ritorno in Serie A. La partita è Catanzaro-Cagliari, risultato finale 2-2, ma l’episodio vogliamo raccontarlo citando la prosa raffinata e un po’ arzigogolata di Edmondo Berselli in “Il più mancino dei tiri” (grande libro). “Quando uno vuol perdere, Dio gli dà una mano, e alle volte anche un piede. Tant’è vero che a Catanzaro, una volta, Niccolai crede di aver capito che l’arbitro abbia fischiato un rigore palesemente iniquo contro il Cagliari. Non si può mai sapere che cosa passi nella testa di un Comunardo quando nella storia prende forma il sospetto dell’Ingiustizia. Lui si arrabbia follemente, e da fuori area, con la potenza irrefrenabile trasmessa ai muscoli da un’ira davvero funesta, spara un gran tiro incazzato verso la propria porta: il pallone si dirige a centoventi orari all’incrocio dei pali, e per metterci una pezza un suo compagno difensore la devia di pugno con un classico tuffo: e l’arbitro, che non aveva fischiato proprio un bel nulla, è costretto, malgrado l’ammirazione per la prodezza, a fischiare effettivamente il rigore”. Fin qui la prosa di Berselli, ma è d’obbligo aggiungere qualche altro particolare. Il rigore, trasformato dal “Jair bianco” Alberto Spelta, indimenticato a Catanzaro, fu concesso dal grande arbitro Concetto Lo Bello, alla partita numero 300 in Serie A (alla fine, nel 1974, saranno ben 328, numero oggi praticamente irraggiungibile da chiunque), perché Niccolai sentì un triplice fischio arrivare da uno spettatore in tribuna coperta e lo scambiò per quello dell’arbitro, calciando via il pallone come se fosse terminata la partita. Di quel celebre tentativo di autogol rimarranno celebri due citazioni. Una è la domanda di Lo Bello in seguito alle proteste del difensore cagliaritano: “Vuol dirmi lei cosa devo fare?”. La seconda, epica, è il titolo del “Corriere dello Sport”: “Niccolai è impazzito”. Mitico. Ma il vero capolavoro dell’autogol alla Niccolai risale a un mese dopo e più precisamente al 19 marzo 1972, allo stadio Dall’Ara di Bologna, in un Boogna-Cagliari 2-1. È un autogol di perfetta follia, che fissa il risultato finale, al 5’ del secondo tempo. Lo abbiamo visto più volte e nel suo genere è praticamente un capolavoro. Su un pallone innocuo, che sta per finire nelle mani del suo estremo difensore, Niccolai lo anticipa superandolo quasi in dribbling e mettendo in rete con una zampata vincente (si fa per dire), accorgendosi dell’errore solo quando la palla ha superato la linea bianca. Niccolai: in campo era una sciagura, ma resterà in eterno l’artista dell’autogol. AURELIO FULCINITI

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