Nino Gemelli, il teatro di una città.

Gli autori di teatro costruiti a tavolino non esistono. Non si diventa drammaturghi, né si nasce tali. Per valutare l’importanza di un autore di teatro, contano le sue origini, la sua vita, le sue esperienze, quello che gli inglesi (e non solo loro) definirebbero “background”. E contano anche i suoi natali, perché è vero che drammaturghi non si nasce né si diventa a tavolino, ma è altrettanto giusto affermare che nell’ispirazione di un autore di teatro conta anche il “vissuto”. E anche quando l’autore viene a mancare, le sue opere continuano ad avere successo in proporzione all’impronta che viene data loro dall’ambiente di provenienza di chi le ha scritte. Questo vale, in generale, per molti immortali autori di teatro, da Eschilo e Sofocle in poi. Ma conta ancora di più per un autore che abbia fatto del dialetto delle sue origini la lingua principale. Lo ha dimostrato pienamente Eduardo De Filippo, ma lo ha sottolineato un drammaturgo catanzarese, anzi, pienamente calabrese, che all’opera di Eduardo ha annodato in qualche modo, non solo nella realtà dell’incontro diretto, un passaggio essenziale della sua vita di scrittore teatrale, oltre che di regista di tutte le sue commedie, alcune dalla spiccata vis comica ed altre dall’intreccio più profondo, che gli sono valse, in vita ed anche dopo, la definizione piena di drammaturgo, in luogo di quella inflazionata e limitante di commediografo. È chiaro che parliamo di Nino Gemelli. Nato a Catanzaro, non poteva che vedere la luce al Pianicello, un luogo del Centro Storico che ancora oggi conserva la sua atmosfera di “luogo” teatrale per definizione. In città ci sono tanti angoli ancora intatti del Centro Storico a cui basta solo un sipario che si apre per renderli protagonisti di una commedia. Ci sono scenografie naturali, come ad esempio negli androni e nei cortili di molti antichi palazzi, che andrebbero aperti al pubblico e fatti visitare non solo a chi arriva da fuori, ma persino agli abitanti stessi di questa città. Sì, perché il Centro Storico di oggi (e non solo) non è più palpitante come lo era sicuramente negli anni dell’infanzia di Nino Gemelli. Manca non solo la folla, ma anche la capacità di saper vivere una realtà e di emozionarsi nel tempo stesso in cui si esiste, in ogni momento di tutti i giorni. Il dialetto resiste ancora, ma è senza atmosfera. Eppure, in questa città, si respira il teatro ad ogni passo, camminando per i larghetti e le strette viuzze. Basta passare da Piazza Sant’Angelo, o in un cortile quasi sconosciuto nei pressi del Politeama, per capire. E in un ristorante nei pressi della vecchia stazione ferroviaria di Sala, è capitato di cenare davanti a una scenografia ricavata su un muro, spettacolare, degna di Eduardo o anche di Totò e Peppino. E pure di Nino Gemelli. Caporeparto dell’Enel, Nino Gemelli viene “scoperto” come autore teatrale da quello che oggi è ritenuto con voce unanime fra i più grandi poeti dialettali, calabresi e non, viventi: Achille Curcio. E così, a metà degli anni Settanta del secolo trascorso, Nino Gemelli scrive e mette in scena la sua prima opera: “A scacammi n’atra”. Un titolo favoloso. A questa seguì un altro successo ancora oggi inalterato: “A vucca è na ricchizza”. E un’altra commedia da ricordare, da antologia, è “Setta, ottu, nova e decia”. Ma Gemelli fu anche un uomo curioso di tutto ciò che riguardava il teatro, per curiosità personale, ma anche per migliorarsi nell’attività sul palcoscenico. La moglie, signora Sina Di Pane, durante una conversazione di pochi anni fa ha raccontato a chi scrive che il marito, trovandosi negli Usa per motivi familiari, colse l’occasione per andare a frequentare un corso teorico pratico di scenotecnica presso l’Università “Los Angeles City college”, in California. E anche l’incontro con Eduardo De Filippo fu quasi casuale, nel 1982, quando il Maestro teneva dei corsi di teatro all’Università “La Sapienza” di Roma. Eduardo ha avuto fama di uomo meticoloso e persino duro sul lavoro. E lo era anche con i suoi allievi: da 300, diventarono 80, fra i quali c’era anche Gaetano Gemelli, detto Nino. Alcuni dialoghi di quest’incontro sono riportati nel libro “Lezioni di Teatro”, edito da Einaudi nel 1984 ed oggi pressoché introvabile. Gemelli vuole mettersi alla prova e scrive una commedia durante il corso, per poi sottoporla all’inflessibile giudizio del Maestro. E pone una domanda a Eduardo: “A me sarebbe più congeniale scrivere in dialetto. Lei cosa ne pensa?”. La risposta è immediata: “Perché no? In quale dialetto?”. “Dialetto calabrese”. “Va bene”. Più che una risposta, quella di Eduardo è una benedizione laica. Ma il Maestro pone anche dei paletti. E lo fa quando Gemelli aggiunge: “Poiché il mio lavoro può avere dei risvolti brillanti, farseschi, lo riterrei molto utile, perché il dialetto è più folcloristico dell’italiano”. Eduardo, pur non tradendo mai le sue origini e la “lingua” napoletana, non trascurò mai l’universalità potenziale del suo teatro, scrivendo persino con Luigi Pirandello. E, dunque, scattò subito in avanti: “No, folcloristico no. Deve essere un dialetto che aiuti la lingua, che dia vitalità alla lingua italiana. Proprio il folclore a me non è mai piaciuto”. E più avanti Eduardo congedò Gemelli con una celebre frase: “Tu non hai più nulla da imparare”. Per alcuni si è posto, successivamente, un interrogativo: Nino Gemelli, che con il suo Laboratorio Teatro Azione di Viale De Filippis ha insegnato a recitare praticamente a chiunque, ha plasmato degli allievi che hanno seguito la sua strada, non tanto sulla tecnica, quanto sulla poetica? A questa domanda sono seguite negli anni tante risposte, e non sempre positive. Alcuni ne seguono ancora le orme, altri hanno preferito optare per un canovaccio più facile, più incline alla comicità, a volte banale, e meno ai sentimenti e alla riflessione. Quando Gemelli venne a mancare – era il giorno di Capodanno del 2008 – chi scrive lo definì su Calabria Ora il “nonno dei catanzaresi”. Un riferimento non casuale, bensì dovuto al protagonista della sua opera “A porta e l’ortu”. Uno spettacolo umano e profondo, che ha commosso tanti spettatori. E nel quale si vede un po’ dell’influenza di Eduardo. Solo che all’asprezza di fondo di un’opera come “Natale in Casa Cupiello”, si contrappongono la sensibilità e la dolcezza di “A porta e l’ortu”. Il finale e l’ambientazione, nelle due opere, sono simili, ma c’è in più, in Gemelli, il profondo dialogo fra il nonno e i nipoti. Quando chi scrive si è sentito rivolgere della signora Sina la domanda “quale commedia ti piace di più?”, non poteva che rispondere “A purta e l’ortu”. E si è sentito aggiungere dalla signora: “Solo le persone intelligenti amano questa commedia. Agli altri piace solo ridere”. Un’osservazione che vale quanto mille domande. AURELIO FULCINITI

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