Ciuf ciuf. Memorie di un viaggiatore assai poco Swing.

Abbiamo appreso che da domani, martedì 22 dicembre 2015 – data storica, segnatevela sul calendario – sulla ferrovia jonica avremo l’onore smisurato di vedere un treno che va davvero come un treno. Non è una ripetizione, né un gioco di parole e neppure una presa in giro. È una speranza. E chiunque abbia viaggiato per anni in un qualunque segmento della tratta da Metaponto a Reggio Calabria, sa a cosa ci riferiamo. Per anni, infatti, abbiamo avuto modo di pensare che Silvio Pellico, “Le mie prigioni” non le ha descritte dal suo tavolaccio in una cella del carcere dello Spielberg, in Austria, bensì dal sedile di un vagone sul treno Crotone-Catanzaro Lido e viceversa. Il sedile era leggermente più morbido, ma certe volte pesava come un tavolaccio. “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”, racconta l’androide Roy Betty (interpretato da Rutger Hauer) in Blade Runner. Ebbene, dal punto di vista ferroviario, chi scrive (e non solo lui) ha visto cose che forse, al limite, solo i disumani possono immaginare. E a breve avrà modo di descrivere un piccolo, ma significativo campionario. Ma per iniziare a raccontare, bisogna descrivere il mezzo di trasporto su cui si è viaggiato per cinque anni. E altri (non si sa come) hanno resistito e resistono anche di più. Da martedì entrerà in scena l’ATR 220 026, uno dei primi tre treni “Swing” destinati al servizio regionale sulla Jonica, volgarmente detto Regionale 12724. Treno moderno e soprattutto efficiente, hanno assicurato, ma sotto quest’ultimo aspetto i pendolari toscani, fra quelli che hanno avuto modo di sperimentarlo, sembra che siano di diverso parere. Però, almeno sulla carta, è meglio di quello precedente. Il vagone su cui si viaggiava prima – anzi, i vagoni, perché erano tutti della stessa risma a livello di funzionalità – era a diesel, ma poteva benissimo essere paragonato alla locomotiva a vapore che sta nella foto che apre il nostro racconto, simile alla FCL 400 del film “Non ci resta che piangere” con Leonardo Da Vinci incorporato (trentatre, trentatre e trentatre!). Il tutto con la sensibile differenza, va precisato, che i treni a vapore corrono di più. Non ci credete? Allora non avete idea di quello che è successo. E non stiamo parlando del 1920 o giù di lì, ma del 2012. E a questo proposito è proprio il caso di raccontare tre storie incredibili. Ma bando alle ciance è partiamo dalla prima, che risale al luglio 2012. Il treno, partito alle 18.29 da Crotone e diretto a Reggio Calabria sembra partire spedito fin quando, nei pressi di Steccato, sim sala bim, si ferma improvvisamente. E non è affatto una magia. Essendo il treno fermo in aperta campagna, per motivi di sicurezza non si può scendere né salire. “Le mie prigioni” in piena regola. Si cerca di sapere cosa è successo, ma si rimane all’oscuro di tutto, poiché è bene precisare che i capitreno e i ferrovieri in genere, quando gli chiedi il giusto perché di un ritardo o di una brusca e lunga fermata, non ti rispondono mai. Anzi, hanno pure la faccia tosta di fare i nervosi, qualche volta. Come se il disagio fosse solo il loro. Fra loro e i carcerieri dello Spielberg, c’è poca differenza. Ebbene, quella sera, alle 20.30 circa, dopo due ore in aperta campagna, finalmente si viene a sapere il motivo del guasto: qualcuno, nottetempo, aveva rubato il gasolio e la lancetta, guasta, segnalava sempre il pieno. Senza parole, ammesso che in casi del genere ne resti qualcuna. Morale della “favola”: alle 21 arriva un rimorchio per tirare via il treno fino a Catanzaro Lido. Umore dei passeggeri? Meglio non descriverlo. Poche settimane dopo, inizio di agosto, ne succede un’altra clamorosa. Giornata di caldo afoso, radiatore inevitabilmente bucato, e serve l’acqua, sempre ammesso che ci rimanga dentro sino alla prossima stagione per il cambio. Ma per fortuna, in ogni piccola stazione, anche se abbandonata, c’è una fontanella dell’acqua, funzionante e pronta all’evenienza proprio per guasti simili. Ci si ferma a San Leonardo di Cutro, e mentre un ferroviere si inerpica sotto il treno con tanto di fazzoletto in testa e faccia nera dal fumo, i passeggeri si passano di mano in mano secchi e bottiglie di plastica, pieni d’acqua. Una “catena di Sant’Antonio” in perfetto stile da spegnimento di incendi. “Storie d’altri tempi, di prima del motore”, canta Francesco De Gregori. Ultimo e significativo episodio, autunno 2014: il treno si ferma nei pressi di Simeri perché ha centrato in pieno un tronco caduto sui binari e non può proseguire. Fra i passeggeri c’è chi sbotta e chi invece ci ha fatto talmente l’abitudine da non avere più persino la volontà di brontolare. Particolare non secondario, ai lati del treno c’è una vera e propria savana. Foglie e alberi a sinistra, foglie e alberi a destra. Una signora apre il finestrino e sbrang, entra un ramo nel vagone. Ma stavolta il treno, dopo un po’ di fermata forzata, riparte tranquillamente. Dopo aver terminato un’esperienza di tanti anni passati sui treni, si può fare un solo augurio ai passeggeri ospiti e spesso e volentieri anche ostaggi di Trenitalia sulla linea jonica: buon viaggio, e che sia almeno un po’ Swing. AURELIO FULCINITI

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