Non è la stampa, bellezza.

Esiste un’informazione reale ed obiettiva in Italia? Una domanda a cui è sempre più difficile e problematico rispondere, proprio per la sua solo apparente semplicità. E la prima tentazione è quella di rispondere con un monosillabo lapidario: no. Ma un’altra cosa è certa: ci sono grandi giornalisti, che per formazione, carriera e preparazione professionale sono stati in grado di anticipare lo scenario della comunicazione e dell’informazione con un po’ di anni d’anticipo. Anticipazioni non ottimiste, eppure reali, oggi ancora di più. Non c’è bisogno di essere cattivi profeti o cassandre per capire che non stanno morendo solo i quotidiani e i periodici – nel senso materiale e anche prettamente economico e finanziario del termine – ma stiamo assistendo, grazie al web, anche a un appiattimento dell’informazione che confina in maniera inquietante con l’inattendibilità della notizia in sé.

In questo senso, ci vengono in aiuto le considerazioni di Sergio Zavoli, che il grande giornalista ebbe modo di rilasciare in una conferenza a Catanzaro nel 2007. “Parole chiave”, era il titolo della conferenza. E la parola chiave del giorno fu “informazione”.

Zavoli esordì con una considerazione logica sul ruolo del giornalista con il lettore, nell’ambito di un rapporto che nella natura del mestiere dovrebbe essere il più leale e il meno elitario possibile. Ma i fatti del giornalismo attuale ci raccontano sempre più spesso che non è affatto così. Zavoli, in materia, fu puntuale nella sua affermazione: “Bisogna avere fiducia nei lettori e parlare al lettore nella sua semplice lingua. I fatti vanno raccontati tutti”. Oggi le cose sono completamente diverse: la fiducia del lettore viene, anzi, carpita in modo spudorato e, anche quando si pone la notizia nella “semplice lingua”, nella sostanza si gioca a nascondino con chi legge, raccontando metà dei fatti o almeno solo quella che interessa a chi scrive. La domanda, oggi, è un’altra: il lettore può avere fiducia in ciò che legge e in chi lo scrive? Le risposte possono essere tante ed articolate  ma di sicuro, per la maggior parte, non incoraggianti.

Un altro punto dolente affrontato da Zavoli è stato quello dell’opinione pubblica, vista da entrambe le parti nella galassia dell’informazione: “I nostri giornali sono pieni di opinionisti, di pensatori, di gente che è sempre pronta a pensare per conto terzi. La gente è pigra e si affida al proprio opinionista. Ma bisogna stare molto attenti perché ci sarà il giorno in cui il non pensare più diventerà una regola. Si creerebbe un meccanismo perverso, che porterebbe alla fine dell’opinione pubblica”. Oggi, dalla televisione ai giornali e da questi al web, è un costante suono di campane e di voci discordanti. E in effetti, con la complicità del giornalista, il vero padrone è il lettore, anche se è del tutto incosciente perché non sa di esserlo. E se al lettore togliamo il suo inconscio, questi nella stragrande maggioranza dei casi scopre di non essere padrone di nulla. E rimane nudo in balìa di chi, informandolo con la propria parzialità, cerca di vestirlo delle proprie opinioni. Ma il lettore medio, lontano dalle apparenze, non è un burattino e nemmeno un deficiente. Al contrario, è sballottato da un’informazione sempre meno imparziale e, quel che è peggio, nemmeno più veritiera. Oggi il web è diventata la patria dei “fake”, dei falsi giornali on-line e delle false notizie. Con i quotidiani, l’informazione aveva un merito insuperato: quello di essere accessibile a tutti, a livello di comprensione del testo. Oggi, con la galassia web, ci sono più lettori ma c’è anche chi non è capace di leggere una notizia. Il lettore medio viene ingabbiato, colpito da più parti, imprigionato in un labirinto del quale non riesce a vedere né la fine e né tantomeno la strada che conduce a una verità accettabile.

Ma per recuperare credibilità con il proprio modo di approcciarsi all’informazione, anche il lettore deve fare la sua parte. E anche qui parte l’attualissimo suggerimento di Zavoli: “Opinione vuol dire avere un punto di vista. L’opinione è entrare in confidenza con un problema e avere la volontà, il gusto di capire il senso e prendere coscienza di un fatto. Questo è il sale della democrazia: sapere che non si esce mai del tutto indenni dal parere degli altri. Esercitate questo diritto e fatevi sempre, ogni volta che potete, un’opinione sui fatti”. Informarsi non vuol dire leggere, ma capire le notizie. Il panorama della comunicazione attuale in questo senso non aiuta, ma ampliare il ventaglio delle fonti, cosa possibile con internet, è ad esempio uno dei sistemi più efficaci per migliorare la capacità di comprensione. La fretta attuale tende ad uccidere questo tipo di approccio, ma esso rappresenta in molti casi l’unica via di scampo per una buona, o almeno “normale” informazione.

E l’influenza della galassia web oggi interviene su un aspetto dell’informazione che fino a pochi anni fa era sconosciuto: la velocità. Quotidiani e periodici accusano sempre di più la loro staticità, mentre il web diventa supersonico, con tutti i pregi e i difetti che ne conseguono: “La velocità dell’informazione sta veramente regolando il corso della storia. Una cosa che era vera ieri oggi può essere ritrattata e respinta”. Ma la velocità dell’informazione ha, come accennato, anche i suoi pregi. Quello principale risiede nel fatto che la notizia non è più solo statica e dunque “quotidiana” e “periodica”, bensì “ricorrente”, se non “perpetua”. Una notizia può essere presente, se non attuale, anche a distanza di tempo, e dunque lasciare tracce, con beneficio per la comunicazione e la comprensione della stessa.

L’ultima, pregnante considerazione riguarda il giornalismo d’inchiesta e di approfondimento, modelli di informazione in cui Zavoli è stato maestro indiscusso, soprattutto in televisione: “Questo è un Paese in cui non si indaga più su nulla. Noi viviamo in un mondo in cui o si esce insieme dai problemi o non se ne esce affatto. I giornalisti si trovano tutti i giorni a fare un mestiere tremendo, perché tutto si deve svolgere nel modo più veloce possibile. Più sei bravo, se più sarai breve. Le inchieste sono morte,  finite”. Non solo non si indaga più in profondità su nulla e le inchieste sono praticamente all’anno zero, ma c’è dell’altro: laddove esiste l’inchiesta, mancano spesso le basi dell’analisi oggettiva e dell’indagine sociale, sconfinando a più non posso nell’approssimazione e nel populismo. Di “versioni dei fatti” ne troviamo a bizzeffe, però manca la “visione”, che è ben altra cosa.

Oggi, con queste basi, possiamo cambiare in negativo un titolo e un adagio famoso per definire il giornalismo: “Non è la stampa, bellezza”, ma vogliamo pensare che è giusto fare di meglio.

 

AURELIO FULCINITI

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