Ebbene sì, oggi ce lo meritiamo.

Il primo a dirlo fu Nanni Moretti, in “Ecce Bombo”, al bar, quando il cliente parte con la sua “sparata” qualunquista: Gli offri un dito e si pigliano tutto il braccio, questa è la vera verità. Noi italiani stavamo bene a pascolare le pecore. Poi abbiamo voluto fare un paese industriale. Noi italiani siamo fatti così, “rossi”, “neri”, alla fine tutti uguali”. L’ultima frase oggi ha un suo concreto significato, perché oggi obiettivamente non si capisce più nulla: non è periodo di elezioni, ma in politica c’è una gara continuativa a raschiare il fondo del barile: chi odiava il Sud oggi è meridionalista, mentre chi si dice di sinistra lavora per accalappiare voti a destra. E gli altri? Non pervenuti: fra populismi, statue immobili ed incartapecorite la politica somiglia sempre più a un museo delle cere. E però Moretti dava una risposta ancora attuale, e ci metteremo poco a spiegare il perché: “Ma chi è che sta parlando?  Chi è?  Rossi e neri sono tutti uguali? Ma che, siamo in un film di Alberto Sordi? Sì, bravo, bravo! Te lo meriti Alberto Sordi!” E la scena si conclude con Michele Apicella, il saccente personaggio di Moretti, che viene sbattuto fuori dal bar.

Ebbene sì, oggi ce lo meritiamo Alberto Sordi. Con i suoi film (che non passano più tanto spesso e non si capisce perché) ha dipinto tutte le ipocrisie degli italiani. Senza contare le manie di grandezza. E nel “Marchese del Grillo” ci dice, giusto a proposito di megalomanie, esattamente quello che, oggi, siamo diventati. Dopo essere sfuggito a un arresto proprio in quanto marchese e “guardia nobile di Sua Santità”, arringa i popolani con una battuta lapidaria: “Ah, me dispiace. Ma io so’ io, e voi non siete un c….!”. La parolaccia non c’è bisogno di tradurla nemmeno per chi non ha visto il film: è universale. Anche se la frase è ancora più antica, ed è l’inizio del sonetto Li soprani der monno vecchio” di Giuseppe Gioachino Belli, addirittura del 1831. Un’Italia che è cambiata ben poco, anche quando non era unita.

Ecco perché oggi ci meritiamo Albertone, dal momento che l’Italia si sta avviando a diventare un paese classista. C’è la crisi, ma c’è anche la casta, ed a parole qualcuno nelle stanze dei bottoni dice di occuparsi delle classi più deboli lavorando a volte sottobanco per quelle più ricche. L’invidia sociale, che pareva un fenomeno quasi svanito, è tornata di moda spontaneamente e non certo per colpa dei poveri. C’è una politica fanfarona che dice di fare del riformismo ma in realtà, spesso, pare che se ne infischi del popolo italiano. Se un principio del riformismo è quello di dare a tutti le stesse possibilità di partenza, qui in Italia si lavora a volte per toglierle, con successo o meno. Ci sono famiglie di Serie A e di Serie B, coppie di Serie A e di Serie B, lavoratori di Serie A e di Serie B e ci potrebbero essere persino studenti e laureati di Serie A e di Serie B. Manca solo un’eguale differenziazione fra i disoccupati, sempre ammesso che la sventura possa diventare una discriminante più di quanto non lo sia, e siamo a posto.

E in cima a ognuna di queste classifiche, c’è sempre un Marchese del Grillo di turno, quale che sia il settore a cui appartiene, se politico o della gente (non) comune. Il concetto di “impopolare” balza in cima a tutte le classifiche, mentre il vero popolo rimane in Serie B, anche se è per strada tutti i giorni e battaglia per andare avanti.

AURELIO FULCINITI

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