Il Poeta del vernacolo, dell’ironia e dei sentimenti.

Di solito non ripubblico mai nessun articolo, ma poiché la testata on-line sulla quale uscì la prima volta non esiste più, stavolta si tratta quasi di un obbligo. Nei giorni scorsi, sono stati festeggiati gli splendidi 85 anni del Maestro Achille Curcio mi piace pensare che, dopo alcuni anni, nell’aprile 2014 sono stato uno dei primi a riscriverne. E perciò mi sembra importante ripubblicare:

“A volte sottovalutato e snobbato – va ammesso e pure a malincuore, non senza una certa rabbia più forte del rammarico – il dialetto è invece la lingua per eccellenza. E ce ne accorgiamo quando parliamo con persone di un territorio diverso dal nostro. E non è necessario che siano di un’altra regione. Basta che siano di un’altra provincia o addirittura di un’altra zona della provincia stessa. Gli altri parlano il loro dialetto e noi il nostro. Gli altri non ci capiscono e neppure noi capiamo loro. Alcune parole risultano incomprensibili all’interlocutore e lo stesso, viceversa, è per noi. E partono i confronti e gli sfottò, anche pepati e roventi. Ma è giusto così: il dialetto non è come l’italiano e il compito di unire non gli spetta. Anzi, neppure lo vuole. Il dialetto è un “codice segreto”, un linguaggio che fa dialogare e identifica una comunità, mettendo gli “altri” al di fuori e consentendo a chi parla un certo vernacolo di poter riconoscere chi gli è affine e sapere i fatti e i problemi che lo riguardano. Il dialetto è a salvaguardia della tradizione e finché vive un linguaggio continua a vivere anche ciò che gli gira intorno. Molti dicono, ingenuamente e con una certa ignoranza, che il dialetto non si capisce. Ma è giusto. Guai se non fosse così. Se qualcuno arrivasse a capire il dialetto di un’altra comunità senza esserci mai vissuto, allora sarebbe un vero problema.

Insieme al dialetto, giungono anche i poeti dialettali. E ogni comunità ha i suoi. Per entrare appieno nella nostra realtà possiamo affermare che il più grande poeta vivente del nostro dialetto è senz’altro Achille Curcio. Nato a Borgia il 25 maggio 1930, legato visceralmente a Montauro e catanzarese da una vita, già nelle sue radici “anagrafiche” riflette quello che disse di lui l’attore Pino Michienzi, indimenticato dicitore della poesia vernacolare: “Quello di Achille Curcio è un dialetto spurio, non ha un solo legame ma ne comprende diversi”. Curcio è anche poeta dialettale calabrese fra i più studiati e che ha meritato una particolare, meritata attenzione da parte della critica nazionale e non solo. Importante è stato il consenso accademico che si è creato intorno all’intera sua opera, ma anche il suo rapporto intenso con altri poeti  illustri. Il tutto per contraddire felicemente – e per elevare al massimo l’eccezione che conferma la regola – il pur giusto assunto secondo il quale un dialetto è “chiuso” e non consente ad altri di entrarci dentro. Significativa in questo senso è stata la conoscenza reciproca di Curcio con Andrea Zanzotto. Con il poeta trevigiano di Pieve di Soligo, grande della letteratura italiana che praticamente diede al ruolo del dialetto nella sua poesia quello di rappresentare l’incomunicabilità, si creò un rapporto di conoscenza al di là delle differenze diciamo così “di territorio”. In un’intervista rilasciata anni fa a Marco Paolini, Zanzotto disse di non amare il vento. Può non significare nulla, ma in poesia niente è a caso e nel raffronto con un poeta come Curcio che arriva dalla “patria” del vento anche questo conta.

Tornando in Calabria, una definizione lucida della poesia di Achille Curcio la diede Sharo Gambino. Intellettuale calabro di aperture eclettiche e critico di grande precisione, scrisse di Curcio: “Con ricca variazione di temi e toni, si è inserito nella migliore tradizione vernacolare calabrese con un sorriso agrodolce, ma di tanto in tanto afferra la bottiglietta dell’acido prussico e ne spruzza il contenuto sui personaggi”. Veleno puro, in pratica. La sua è stata spesso poesia sociale, dagli effetti a volte esilaranti ma pure attuali a distanza di decenni. I fatti tendono spesso a ripetersi e i corsi e ricorsi storici sono inevitabili, ma a sorprendere sempre è l’uguale precisione delle stoccate. Con dei titoli, poi che promettono ciò che poi è puntualmente mantenuto dai versi. Prendiamo ad esempio “Ni conzaru alla gravigghia”. Ci hanno messi sulla graticola, e chi può negarlo? E andiamo sui versi, che non c’è bisogno di tradurre: “Vui chi siti sbertu e girati ogni città, mi spiegati chi è sta cosa chi si chiama “austerità”?”. E prosegue: “Sta parola corijusa serva ‘u futti li cristiani; risparmiando, risparmiando lu guvernu nte li mani poi si trova na montagna de dinari senza cuntu. Ed allora la naziona para sarva; m’a stu puntu” … “nescia fora nu marpiuna chi si futta la pappata: cu i dinari si nda fuja e ti facia na vrazzata”. Ma c’è sempre una speranza (insomma): “Po’ sperara, ‘on è peccatu e guardando la questiona poi capiscia l’uguaglianza e non ava ‘a tentaziona mu si scorda ca’stu mundu simu ormai tutti fratelli: guarda ‘Ntoni lu sciancatu, non è frata a Gianni Agnelli?”. Giusto un po’…

Sembrerà che abbiamo tradito il poeta, narrando i versi quasi in prosa, ma la metrica è inconfondibile e la bellezza di questi versi sta nella loro linearità, perfetta in ogni forma. Non vogliamo far critica ed accademia, non è compito nostro, ma solo esternare ammirazione. Ed è ancora il giudizio che fu di Gambino a venirci in aiuto: “I suoi personaggi, quelli, vale a dire, presi dalla realtà, sono stati mutati esteriormente ma lasciati tali e quali all’interno. Assai spesso si lascia prendere dalla malinconia, dallo struggente ricordo del passato, e allora ci regala momenti di autentico lirismo”. E qui torniamo ai versi con un’opera “seria” come “’U poeta non rida”, autentica “summa” letteraria: “’U poeta non rida e resta sulu mu guarda e pemmu senta ‘u tempu, chi leggeru trasa pe ogni casa, striscia supra ogni cosa e, senza ‘u ti nd’adduni, t’arrobba nu suspiru, na jornata”.

Finendo con la poesia “sociale” è d’obbligo concludere con un capolavoro assoluto: “’A scola è na virgogna”. E vi lasciamo con dei versi indicativi: “Dunca, nu jornu quasi pe gulia trasivi nte na scola e a nu scolaru addimandai: “Chi prese Porta Pia?” e aspettavi a risposta do cotraru. Si misa ‘u ciangia e tuttu ‘u si dispera e, guardandu ‘a maestra menzamorta, sugghiuttijandu dissa ‘e sta manera: “Vi giuru, eu on pigghiavi nuddha porta”. E non potete immaginare il resto dei versi che scrive. Se non l’avete mai letto, cercatelo.

L’episodio accade in una scuola “normale” ma nella prefazione Achille Curcio conclude così, testuale: “Il poeta in oggetto insegna da vent’anni in un carcere per minorenni e non ha ancora imparato la tecnica come evadere”. Chapeau”.

(pubblicato per la prima volta su Calanzaro Live, aprile 2014)

AURELIO FULCINITI

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