Ve lo do io il Giro d’Italia!

Il Giro d’Italia non passa più dal Sud. Si ferma appena in Puglia, ma Basilicata, Calabria e Sicilia neanche le tocca, quasi come se non esistessero. E non è la prima volta: negli ultimi anni la corsa “rosa” organizzata dalla “Gazzetta dello Sport” ha sempre evitato le regioni più meridionali. Ma d’altronde, come forse non tutti sanno, ormai il Giro è sempre più che mai una mera questione di soldi: chi offre di più, a livello di comuni o di regioni, ha il privilegio di ospitare, ad esempio, un arrivo del Giro d’Italia. È di pochi anni fa, ad esempio, l’edizione in cui non fu Milano ad ospitare la tradizionale tappa – o “passerella” – finale del giro, perché un’altra città lombarda aveva offerto una cifra maggiore rispetto alla metropoli meneghina. Ma anche il “patron” del Giro è diverso, e questo conta pure. Dal 1946 al 1989, forse non tutti lo sanno o lo ricordano, il “patron” del Giro fu Vincenzo Torriani, uno che conosceva l’Italia palmo a palmo e ne intuiva soprattutto le bellezze e le attrazioni. Sotto la sua guida, la “corsa rosa” attraversò davvero tutta l’Italia. A lui si devono mitiche tappe alpine come le Tre Cime di Lavaredo, il Mortirolo e lo Stelvio. Ma anche tappe come quella, a cronometro, con l’arrivo in Piazza San Marco a Venezia nel 1978 – vincitore Francesco Moser – e, sempre a cronometro, la tappa con arrivo dentro l’Arena di Verona, nel 1984, vinta da Francesco Moser che con una velocità ad oltre 50 chilometri orari riuscì a recuperare più di un minuto di svantaggio e a vincere il Giro proprio all’ultima tappa utile. Fra gli altri arrivi degli di nota di quegli anni, per dirne uno, quello con vista sulla Valle dei Templi di Agrigento.

E per parlare di Sud al Giro d’Italia, quale migliore occasione per rievocare le sei tappe del Giro con l’arrivo a Catanzaro, piccola parte di quel profondo Sud oggi ignorato dalla “corsa rosa”.

La prima volta fu nel 1930, diciottesima edizione del Giro. Quindici tappe e fu davvero un Giro d’Italia, perché partì da Messina per arrivare a Milano, attraversando tutto il Sud, fino a Napoli. Tanto per far capire com’era il clima sportivo di quegli anni, bisogna sottolineare che le tre edizioni precedenti del Giro erano state conquistate dal grande campione di quegli anni, Alfredo Binda, varesino di Cittiglio, che arrivò complessivamente alla quarta vittoria. Visto un dominio così incontrastato, in quell’edizione gli altri ciclisti si rifiutarono di partecipare se Binda avesse preso parte alla “corsa rosa”. E fu così che Binda fu tenuto fuori, ma ricompensato con la stessa somma dovuta al vincitore: 22.500 lire, grossa somma per quegli anni. A Catanzaro, quarta tappa,  arrivò primo Luigi Marchisio, piemontese della provincia di Asti, che alla fine del Giro conquistò la maglia rosa, mantenendola per 13 tappe su 15. Secondo fu Raffaele Di Paco (15 vinte tappe al Giro e 10 al Tour de France, in carriera). Terzo, Francesco Camusso (vincitore del Giro l’anno successivo). Infine, particolare non secondario: Marchisio vinse il Giro correndo con un occhio bendato, a causa di una lesione al bulbo oculare riportata quando fu colpito da un lapillo durante la tappa che costeggiava l’Etna.

Nel 1954, edizione numero 37 del Giro, c’è un nuovo arrivo a Catanzaro. Erano gli anni del celebre dualismo fra Fausto Coppi e Gino Bartali, che negli anni precedenti avevano coltivato la loro rivalità sportiva a suon di vittorie, ma in quel Giro erano in fase calante: Coppi arrivò quarto e Bartali, all’ultima edizione della corsa da corridore, addirittura tredicesimo. Il Giro fu vinto dallo svizzero Carlo Clerici, di Zurigo, che fu il secondo vincitore straniero della corsa rosa dopo l’altro elvetico Hugo Koblet, quattro anni prima. A Catanzaro, vinse il velocista torinese Nino Defilippis, vincitore fra l’altro di una medaglia d’argento ai Mondiali del 1951 e di un Giro di Lombardia nel 1958. A Catanzaro, i big della comitiva alloggiavano al Grande Albergo Moderno, in piazza Matteotti, nel palazzo oggi sede della Bnl. E, come in tutt’Italia, i più acclamati erano Coppi e Bartali: il “Campionissimo” non si affacciò al balcone a rispondere agli applausi della folla, fedele alla sua ritrosia e timidezza, mentre il “Toscanaccio” sì, fedele alla simpatia che lo accompagnò per tutta la vita, facendo sì che “in ogni città e paese d’Italia ci fosse un invito a cena e un bicchiere di vino per lui”.

Il terzo arrivo del giro a Catanzaro fu nel 1965. Tappa senza clamori, l’ottava, partita da Maratea, dalla quale uscì vincitore il gregario belga Frans Brands, e fu l’unica tappa del giro in cui trionfò, in tutta la sua carriera. Il vincitore del Giro di quell’anno fu Vittorio Adorni, di Parma, altro grande della storia del ciclismo italiano.

Quarto arrivo nel 1972, e qui si entra nella leggenda. A sentire il mitico Alfredo Martini, commissario tecnico della Nazionale di ciclismo ai Mondiali dal 1975 al 1997, fu una delle più belle tappe in assoluto del Giro. La raccontò, Martini, in un lungo articolo romanzato che uscì sul “Corriere dello Sport” a metà degli anni Novanta: chi sta scrivendo si emozionò, a leggere quell’articolo. 27 maggio 1972, dunque, un grande momento della storia del Giro. Per renderne la portata, basta citare un po’ di circostanze e soprattutto di numeri: la tappa partì da Cosenza, attraversando tutta la Sila e al traguardo finale, in pieno centro cittadino, il vincitore, lo svedese Gosta Petterson, vincitore del Giro l’anno prima, “l’unico svedese a patire il freddo” (per dirla sempre con le parole di Alfredo Martini) arrivò in prossimità del traguardo alla pari con Eddy Merckx, il quale, già sicuro di aver soffiato la maglia rosa allo spagnolo Fuente, lasciò la vittoria a Petterson. Terzo, praticamente spompato e con più di quattro minuti di distacco, arrivò un altro spagnolo, Lasa Urquia, distaccato di più di quattro minuti, che commentò di aver corso una tappa “più dura di quelle pirenaiche al Tour”. Lo disse lui, figuriamoci quelli che gli stavano dietro. Una tappa, quella del 1972, che vide come spettatore “anonimo” anche un personaggio che poi è diventato molto famoso: Luca Cordero Di Montezemolo, che in quel periodo era presente a Catanzaro per sostenere l’esame da avvocato.

Il quinto arrivo del Giro a Catanzaro fu nel 1996. C’erano grandi personaggi televisivi come Raimondo Vianello (che visto da vicino parve un po’ meno simpatico di come appariva in tv) ed Everardo Dalla Noce, ex radiocronista della Rai che in quel tempo godeva di una discreta popolarità come ospite fisso a “Quelli che il calcio”. Era un giro dove i tablet non esistevano, internet era praticamente agli albori e i telefonini non erano ancora diffusi in maniera sterminata come adesso: c’era ancora la gente che seguiva il giro lungo la strada e pochi erano a casa davanti alla tv, quando lo spettacolo era a due passi. Non sono trascorsi neanche vent’anni, ma sembrano di più. A vincere, sul traguardo di Piazza Prefettura, fu il francese Pascal Hervè, al suo unico successo importante in carriera, che conquistò – solo per quella tappa – anche la maglia rosa. Ma poi, qualche tempo dopo, cadde nella spirale del doping. A vincere il Giro, invece, fu Pavel Tonkov. Marco Pantani in quel giro era assente, per uno dei tanti incidenti in corsa che accompagnarono la sua carriera. Ed è doveroso spendere delle parole sincere su di lui: ne vollero fare un capro espiatorio, lui stesso si fece travolgere da un “sistema” vigente in quel ciclismo marcio, ma a distanza di anni si può dire che era davvero un campione, e lo sarebbe stato anche senza bisogno di aiuti. La vita lo ha sconfitto definitivamente nel 2004 e in molti siamo qui a rimpiangerlo per quello che avrebbe potuto essere ancora e non è riuscito a diventare. Vedere Lance Armstrong – uno che con il doping  ha preso in giro il ciclismo, il pubblico e  lo sport speculando su sé stesso  – che prende in giro Pantani al Tour del 2000 lasciandolo vincere quasi per sfregio, è ancora un colpo al cuore per tanti appassionati.

L’ultimo arrivo del Giro a Catanzaro in ordine di tempo è stato nel 2008, costeggiando il lungomare di Lido. A vincere fu il velocista britannico Mark Cavendish, ancora oggi sulla breccia ed anche alla grande, vincitore di un Mondiale su strada, una Milano-Sanremo, venticinque tappe al Tour de France e sedici al Giro. A vincere la classifica finale fu Alberto Contador, spagnolo, poi squalificato anche lui per doping ed oggi riabilitato fino a prova contraria, in un ciclismo che – non ne abbia a male un campione come Vincenzo Nibali – ha perso il grande fascino di un tempo.

AURELIO FULCINITI

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