La musica è finita? Sì, ma chi l’ha spenta?

Non molti giorni fa, sul sito di un notissimo quotidiano, è capitato di leggere un pezzo dal titolo: “Lamezia Terme, la cittadina prova a uscire dalla crisi. Come? Con i locali di musica live”. Una frase dell’articolo è piaciuta in modo particolare: “L’offerta modifica la domanda, e non il contrario”. A chi è appassionato di musica, rock e generi contigui, nella fattispecie, viene in mente che nella nostra realtà – che tra l’altro sarebbe pure una città universitaria, anche se non ci si degna di “catturare” gli studenti – un ragionamento del genere non è mai stato preso in considerazione, con risultati che a definirli perniciosi gli si fa un complimento.

La realtà di Lamezia Terme è facile conoscerla e se ne può parlare tranquillamente. Onestamente, osservando in maniera obiettiva – e quindi lontana dalla mentalità di buona parte dei nostri concittadini – questa Seattle della Piana non si è riusciti proprio a notarla. Ad essere onesti, non è né più né meno di una città di provincia del Meridione, che però in compenso ha voglia di vita sociale e vuole vivere insieme al proprio territorio. A questo proposito, è opportuno fare una decisiva considerazione: a Lamezia sono riusciti a riproporre in maniera intelligente e produttiva iniziative che fino a poco fa si tenevano anche nella nostra città, e con un discreto successo, poi abbandonate perché a Catanzaro non c’è la cultura dell’investire e crescere, ma solo del “fare cassa”, che è diverso. Se non si investono cifre nel lavorare per crescere, non ci potrà mai essere un ritorno economico concreto. Qui invece si pensa prima e solo ai soldi, mentre gli investimenti si ritiene che non siano necessari.

Per cominciare, la prima di due iniziative “rubate” con grande successo: le Officine Sonore sono la bella copia del Cubo Rock – per alcune stagioni la più stimolante realtà del nostro territorio cittadino – con la differenza che a Lamezia ci credono di più ed hanno capito che il pubblico non va catturato solo nella realtà della città, ma anche altrove. Il venerdì sera, se il concerto vale – e cioè spesso – arriva il pubblico anche dalle altre realtà della Calabria: Cosenza (ed è tutto dire), Vibo Valentia ed anche Catanzaro, perché quello che noi non riusciamo a conservare lo sfruttano sempre gli altri. Da noi, invece c’è la fissazione di non avere il pubblico della propria città e ci sono promoter attivi da anni – ed anche con dei buoni successi– che vivono ancora col cruccio di dover trovare il pubblico catanzarese. Di aprire le ali ed investire con concerti di livello che facciano arrivare appassionati anche dal resto della Calabria, neanche a parlarne. Pur di fare cassa, c’è chi rinuncia ad investire arenandosi nell’area pletorica delle cover band o dei dj-set livellati verso il basso. Provincialismo allo stato puro, che a tutto porta tranne che a crescere.

Per proseguire, un altro esempio di iniziativa “rubata” con grande successo e che ha visto nell’area lametina promoter e gestori di locali “illuminati” capaci di mettere in pratica quello che da noi non siamo riusciti a capire, pur avendone la progenitura: il Color Fest, che si tiene da due estati a Lamezia, con un successo che va anche oltre la Calabria, e sempre con concerti di alto livello. A dimostrazione che è così che si cattura il pubblico, e non chiudendosi nel proprio orticello. Un embrione del Color Fest, per esempio, fu in Villa Margherita, a Catanzaro, nel maggio 2011, con il concerto dei Jeniferever che chiuse la stagione del Cubo Rock. O anche, nell’estate dello stesso anno, con il Burning Days, a Marina, che in due date estive portò fra gli altri i Calibro 35, i Tre allegri ragazzi morti e i Marta sui tubi. Nella prima serata, quasi 1000 spettatori paganti (10 euro a biglietto). Un successo del genere avrebbe portato chiunque altro a perseverare ed investire, magari replicando l’evento in un luogo ancora più adatto, come poteva essere ad esempio il Parco della Biodiversità. Chissà, un Color Fest si poteva fare a Catanzaro prima ancora di Lamezia Terme. Invece gli interessi di cassa e l’incapacità (ma è più corretto dire la non volontà) di guardare in prospettiva hanno avuto la meglio (o la peggio, per meglio dire).

E oggi, che musica rimane nella nostra città: il Sonic Crash con oltre 400 paganti a cavallo fra Natale e Capodanno – e chi organizza un evento del genere dovrebbe spiegarsi il perché di tante presenze, dal momento che la maggior parte non era qui per le vacanze – seguito dai piccoli eventi del Cubo Rock in tono minore e dai bei concerti del GrooveOn Unplugged. Serate settimanali con cadenza costante dedicate ai concerti? Neanche l’ombra! Grandi eventi in grado di far arrivare appassionati in città dal resto della Calabria? Nemmeno col binocolo.

E manca persino la collaborazione con chi fa musica sul territorio, una collaborazione che in molti casi si fa di tutto per non cercare.

Fino a poco tempo fa, non era affatto così. Ma le beghe, il disimpegno ad oltranza e la fuga, atteggiamenti tipici di questa città, non tollerano la fantasia nemmeno in chi sostiene di averla.

AURELIO FULCINITI

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