Il calcio è l’oppio dei popoli. In tutti i sensi.

Di calcistico c’è stato solo il gol, peccato che non sia servito per vincere e ne sia uscito fuori soltanto un pareggio. Per ciò che riguarda il resto, di quello che è successo nel “derby” di domenica pomeriggio se ne sono ricordati in pochi. Per il resto, c’è stata la solita commedia dell’arte dell’italico pallone. Con qualche intermezzo di rugby, di catch e – pare – di schiaffo del soldato.

Ma c’è da dire che le premesse farsesche c’erano tutte: stadio aperto (in teoria) solo per gli abbonati, dopo gli incidenti del pre-partita contro il Cosenza, ultrà in “sciopero” e atmosfera tesa come da copione. Una domenica di calcio all’italiana di quelle piuttosto movimentate, insomma. Ma il di più doveva ancora arrivare.

Ed è giunto puntuale, il di più, quando in tribuna sono comparsi dei non meglio identificati tifosi del Lamezia, i quali si sono esibiti nel solito corollario di insulti, parolacce assortite, dita medie in alto e tutto il campionario che sono soliti mettere in mostra quando si presentano al cospetto dei giallorossi. Si è sfiorato il contatto in tribuna, ma soprattutto ci si è chiesti: perché stavano lì? Per ore ed ore, nel dopopartita, nessuno era in grado di spiegare il perché di quella presenza molesta. E in serata, arriva un comunicato ufficiale della società, in cui si specificava che “le persone presenti in Tribuna Est non erano “semplici” tifosi della Vigor Lamezia, riusciti così ad eludere le prescrizioni imposte dalle Autorità di Pubblica sicurezza. Nello specifico, invece, si trattava di soci, dirigenti e tesserati del club biancoverde, entrati allo stadio Ceravolo in virtù della dotazione di accrediti società che spetta (secondo gli accordi vigenti) alle squadre ospiti. Il tutto per il c.d. “regime di reciprocità e rapporti amichevoli” vigente tra le società appartenenti al campionato di Lega Pro”. In poche parole: se il politichese è antipatico, il calcese non è da meno. Ok, chiediamo, ma ci voleva il mago Silvan per sciogliere la farvelo dire prima, invece di rischiare di mettere a ferro e fuoco una situazione che già era incandescente di suo?

Nel frattempo, fuori dallo stadio succedeva di tutto: ulteriore concitazione, rischio di scontri ancora più grossi (evitati), ipotesi di complotto da parte della Questura, della Prefettura, del Comune, della Provincia, di Macalli, di Lotito e di chi più ne ha più ne metta. Mancavano solo i servizi segreti e la P2 all’appello. Due noti politici cittadini sono stati contestati e uno di loro pare che abbia preso anche un ceffone di striscio, notizia non confermata. L’abitante di questa città, con la scusa del calcio, ha sfogato la propria indignazione per tutte le cose che non vanno, quelle che non si muovono e quelle che non vengono fatte. I politici in questione hanno parlato di “accuse strumentali”, ma al contrario dovrebbero capire – e non solo loro, ma tutti i loro colleghi, di ogni area, perché l’odio verso la politica è generalizzato – da dove arriva questo malessere e perché. Ci pare che questa domanda non se la ponga mai nessuno.

E fin qui abbiamo parlato di qualcosa che almeno ha una parvenza di serietà, perché i veri comici sono stati gli opinionisti d’occasione, i pifferai, i maestrini del pensiero, i commentatori con la verità in tasca (ognuno una diversa), i complottisti de noantri e gli esperti in tuttologia infinitesimale. Quelli, insomma, che hanno buttato benzina sul fuoco facendo leva sul vittimismo che alberga in ogni contrada di questa città, dove una voce di sottoscala diventa di corridoio, di pianerottolo, di via, di piazza, di contrada e poi di dominio pubblico.

Il calcio, insomma, è davvero l’oppio dei popoli. Ma in tutti i sensi. In quanto a “visioni” abbiamo dei veri specialisti. E quando suggeriamo a qualcuno, ironicamente parlando, di “cambiare pusher”, stavolta sappiamo a chi chiederlo.

AURELIO FULCINITI

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