Giovanni Arpino, dal miele ai calci di rigore.

Uno che non le mandava a dire. E che ha sempre rifiutato di farsi definire “intellettuale”, a pena di risposta immediata e anche piuttosto colorita, nonostante facesse lo scrittore. E un giornalista senza peli sulla lingua, pronto a dirne di tutti i colori anche dei colleghi. Un modo non proprio indicato per fare carriera, ma lui se lo poteva permettere. Nacque a Pola, in Istria, oggi terra croata, il 27 gennaio 1927, ma di residenza fu sempre torinese. E però non “di mestiere”. Sì, perché certe “appartenenze” possono essere anche un mestieraccio, e in una metropoli di cosiddetti “falsi e cortesi” era un apolide della verità, un “senza patria” in un’Italia che oggi come allora con l’ipocrisia ci va spesso a nozze.

Come scrittore, Arpino ci ha regalato fra gli altri un romanzo bellissimo: “Il buio e il miele”. Dallo stesso romanzo, per dire, è stato tratto il film “Profumo di donna”, con Vittorio Gassman, che molti hanno visto. Si dice i film non rispettino quasi mai i libri da cui sono stati tratti, e però mai come in questo caso il film è uguale al libro in tutto, finanche nelle pause e nelle virgole. Un’opera sentimentale, dolce, assai malinconica, ma anche tragica, aspra e tuttavia venata di forte ironia, con un personaggio-protagonista, il capitano Fausto, cieco e disilluso, interpretato da Gassman, che rimane impresso a tutt’oggi. Il torto, semmai, ad Arpino lo fecero gli americani, con il film del 1992, a pochi anni dalla scomparsa dello scrittore, tratto (si fa per dire) dal suo libro: “Scent of a woman-Profumo di donna”. Grande film, con Al Pacino convincente mattatore nel ruolo del tenente colonnello Frank Slade, ma non c’entra bene col libro. Diciamo al quaranta per cento, ma non è abbastanza per rendere giustizia a un romanzo così affascinante.

Nella seconda parte della sua carriera, Arpino si butta nel giornalismo. E in quello sportivo, il più inviso agli intellettuali, o pseudo tali, che in quegli anni si atteggiavano a pilastri della presunzione più che della cultura, almeno visti con gli occhi di oggi. Il perché di questa sua “inversione ad U” professionale, Arpino lo esprime in un’intervista ormai introvabile, apparsa su “L’Espresso” nel gennaio del 1980, dal titolo molto indicativo: “Li prendo a calci di rigore”. Arpino, grande cronista sportivo prima a “La Stampa” e poi a “Il Giornale”, si giustifica così: “Mi sono convinto a scrivere di sport, soprattutto pensando al lettore che potevo avere”.

Dopodichè, parte in quarta: “Quando ero all’Europeo non sapevo mai a chi mi stavo rivolgendo, mi sfuggiva il lettore. Come dialogare coi fantasmi. Avevo una rubrica chiamata “Diario parlamentare”. Insultavo gli onorevoli. Mi aspettavo denunce. Pregavo perché mi denunciassero. E invece quelli si incazzavano se non li sputtanavo. “Ma perché a me non mi insulta mai?”, mi telefonavano. Ora, che senso ha un giornalismo così? Che è quello normale. Quello che sta facendo anche lei, in questo momento. Per non dire tutte le volte che ho forzato la verità, che ho indorato la pillola, anche se bugie vere non ne ho mai scritte. I lettori di sport, invece, reagiscono subito. Uno mi ha mandato una bomba carta caricata a merda. Un altro duecento epigrammi in torinese. Carichi di insulti. Ho due bauli di letteracce e di minacce, sa che me li ha chiesti l’Università di Torino per farci una tesi su?”. Voglia di protagonismo? Deliri di un cronista alla ricerca di guai? Niente di tutto questo e niente di più falso. La sua era una sana e salutare ricerca della verità, data in pasto alla popolazione più faziosa del Paese, quella dei tifosi, disposta a passare oltre sulla politica e sui guai più seri, e però mai disposta a tollerare alcunchè quando si mette in dubbio la fede nella propria squadra di calcio.

Oggi, come ieri, un Paese di ultrà. Ma soprattutto allo stadio.

D’altronde Arpino lo sottolineava bene, nel passaggio di un altro suo bellissimo libro, “Azzurro Tenebra”, romanzo come di consueto ironico e tagliente, dedicato però alla disfatta dell’Italia ai Mondiali di calcio del 1974, pubblicato tre anni dopo ed oggi di nuovo letto ed apprezzato: “Se non avrai nemici significherà che hai sbagliato tutto”.

AURELIO FULCINITI

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