Figlia, spoglio e matrice.

Per uno che ha passato l’infanzia in via Carlo V, a Catanzaro, passare e vedere chiuso definitivamente il Bar Ricca fa una certa impressione. E anche per chiunque abbia visto chiudere il bar “del cuore” in qualunque altra parte d’Italia. Eh sì, perché in un colpo vedi svanire tanti ricordi, ma uno in particolare: la schedina del Totocalcio. Ma non quella “passata” al computer. Qui si parla della schedina tagliata a mano, con le tre parti “figlia-spoglio-matrice” e il talloncino della giocata applicato con la colla. La “figlia” andava al giocatore, lo “spoglio” alla ricevitoria e la “matrice” al Totocalcio. Per essere precisi, ci riferiamo alla schedina ritratta qui in fotografia, in cima all’articolo. Per ricordarsi di quella schedina ci vogliono minimo quarant’anni di età, dal momento che il sistema “manuale” fu abolito e sostituito a partire dal campionato 1984/85, quello vinto dal “Verona dei miracoli”. Altri tempi, bei tempi. E chi scrive ricorda le prime, attente discussioni fra scommettitori su come diavolo funzionasse il nuovo sistema.

La schedina, “in tre parti”, poi, fa parte della commedia all’italiana, nel senso più cinematografico del termine. A partire dal primo “Amici Miei”, con il mitico barista Necchi, col braccio ingessato, che si lamentava di non poter “pigiare col pollice” la schedina. E più avanti nel film con Renato Pozzetto che pensa di aver compilato la schedina vincente – “pensi che ho azzeccato persino il pareggio dell’Inter col Catanzaro” – e invece nella “matrice” sbaglia il segno vincente. E ovviamente dà la colpa “a quella figlia di buona donna della matrice”, anche se l’errore l’ha fatto lui. Proprio così: fare tredici al Totocalcio – o alla “Sisal”, come dicevano ancora in tanti, nominando la società antenata del Totocalcio – era il sogno di tutti, ma bastava un attimo di disattenzione per giocarsi anche quello. E c’è, poi, sempre nel Totocalcio come sala giochi della commedia all’italiana, anche “Al bar dello sport” con Lino Banfi, un “must” assoluto con il “2” della “variante anomala” – non diciamo come, non è elegante, dovete vedere (o rivedere) il film – di Juventus-Catania suggerita da Jerry Calà, il “moviolone” e la sentenza sul tredicista partenopeo che ha messo tutto il quartiere al corrente della vincita da un miliardo e trecento milioni di lire: “Chillo ‘un po’ essere napulitano, chill’è tropp strunz”.

Bei tempi quelli dei tanti “Bar Ricca” e similari dove si giocavano sogni e ci si litigava su una “doppia” o su una “tripla”. Con le scommesse di oggi si vince di meno e più facilmente, ma non si litiga più. E neanche si sogna più come prima. Peccato.

AURELIO FULCINITI

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