Il Caso Rosi

Fu il cinema che “aprì gli occhi” agli italiani. Comunemente detto “cinema politico”, quello che caratterizzò l’Italia fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del Novecento – e che ebbe la sua punta con il celebre “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri con Gian Maria Volontè – si può inoltre definire come cinema “civile” nel senso più alto del termine. Erano – e rimangono, a distanza di anni, con feroce realismo – quei film che generavano file interminabili fuori dalle sale cinematografiche perché la gente “non credeva ai propri occhi” e “voleva capire”. Il Potere, che sia occulto o meno, ha sempre avuto il suo punto di forza nella cappa impenetrabile che lo divide dai cittadini. Una cappa difficilmente scalfibile, prova ne è il fatto che molti film di quel genere, pur infrangendola, risultano in molti passaggi simbolici, rarefatti, quasi allegorici. Immersi nella realtà, ma al tempo stesso lontani. Il “non detto” prevale sul “detto”.

Di quel cinema “civile” o “politico” che dir si voglia, il narratore più chiaro, netto e tagliente è stato il regista napoletano Francesco Rosi, scomparso nei giorni scorsi all’età di 92 anni.

Della sua opera, tre film possono inquadrarsi – sugli altri – nella rappresentazione di una parte del Potere, grande o piccola che sia ma sempre invasiva e perniciosa.

Il primo caso è Le mani sulla città, del 1963 ma che in molte realtà del Sud può essere scritto e girato oggi, nella sua interezza, proprio per la cruda nettezza della realtà. La didascalia che accompagna il film è la seguente: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce». Ed è purtroppo reale ancora oggi. Chi vive nel profondo Sud attuale sa benissimo che di personaggi come il costruttore e speculatore edilizio Edoardo Nottola (interpretato da Rod Steiger) ce ne sono putrroppo diversi, come uguale è l’untuosità di tutti i politici “di potere” nel film. Non esistono quasi più invece personaggi come il consigliere comunale De Vita (interpretato nel film dal politico e poi senatore del Pci per quattro legislature, Carlo Fermariello), visto che le opposizioni tendono ad occupare sempre più spesso il ruolo di semplici pedine.

Nel 1972, con Il caso Mattei, da una realtà tutto sommato prevedibile nella sua sgradevolezza come era Le mani sulla città, si passa al Potere puro, con il minuzioso racconto dell’attività del fondatore e presidente dell’Eni, ingegnere Enrico Mattei, nella maiuscola interpretazione di Gian Maria Volontè, partendo dell’incidente aereo in cui Mattei perse la vita il 27 ottobre 1962 e che solo dopo trentacinque anni si scoprirà – dopo vari depistaggi – che fu dovuto a un’esplosione. Una storia senza mandanti e senza colpevoli, ovviamente. Nel film, inoltre, oltre a narrare gli ultimi giorni di vita e gli episodi chiave dell’attività imprenditoriale e politica di Mattei, Rosi da regista diventa quasi co-protagonista del film, in un riuscito esempio di metacinema. L’occasione è data dalla scomparsa del giornalista de “L’ora” di Palermo Mauro De Mauro, al quale il regista napoletano aveva dato incarico di indagare sugli ultimi giorni di Mattei, indagine che non ebbe il tempo di non ebbe il tempo di completare, poiché fu sequestrato il 16 settembre 1970 e non se ne seppe più nulla. Evidentemente disse, come notò Leonardo Sciascia, “la cosa giusta all’uomo sbagliato, e la cosa sbagliata all’uomo giusto”.

Un terzo film di grande peso specifico – oltre che di notevole rilevanza a livello espressivo e persino politico – fu “Cadaveri eccellenti” del 1976. In questo caso non si parla di una vera storia ma di un romanzo di Leonardo Sciascia, “Il Contesto”, alquanto profetico e sibillino, nonostante lo stesso autore lo definisca “una parodia”, ma al tempo stesso in grado di suscitare roventi polemiche proprio perché trattasi di una fantapolitica credibile non in quanto reale, bensì perché ben collegata, per alcuni versi alla realtà del Paese. E l’interpretazione dell’indimenticato Lino Ventura nei panni dell’ispettore Rogas, protagonista del romanzo, che da un’indagine su una serie di delitti ai danni di magistrati si ritrova ad avere a che fare con un complotto felpato ma al tempo stesso strisciante, fino al cuore dello Stato, guida l’intero film. E fece scalpore la frase che nel finale viene attribuita al dirigente del partito d’opposizione (quello comunista, ovviamente), il quale davanti alla prospettiva di far scoppiare lo scandalo per arrivare al potere, democratico, è ovvio, per quanto sia possibile in un vespaio del genere, conclude così: “La verità, non è sempre rivoluzionaria”.

Uno scenario come quello di “Cadaveri eccellenti” oggi sarebbe ancora più improbabile nella realtà, innanzitutto perché non si capisce dove e quale sia l’opposizione.

Ma, in generale, un cinema come quello di Rosi è scomparso dalla realtà italiana. Non mancano i contenuti, bensì il coraggio. Una dote che i nostri registi di oggi se non ce l’hanno non se la possono dare, per dirla come Don Abbondio. Il popolo italiano, dunque, perde una grande possibilità di capire tutto ciò che accade sulle sue teste, per ciò che si vede ma anche per quello che non si vede.

AURELIO FULCINITI

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